IO STO MALE!” “SCUSI, IO CHI?”

Progetto Coscienza
Jun 27, 2016 · 6 min read
“Io chi?” - Illustrazione di Mara Tassinari

Arriverà il giorno in cui confidandoci con il nostro psicoterapeuta pronunceremo la fatidica frase “Io sto male” e ci sentiremo rispondere: “scusi, io chi?”.
Scherzi a parte, mostreremo in questo articolo come una risposta di tal genere sarebbe più seria e confacente alla realtà, di quanto si potrebbe pensare. Ma facciamo un passo alla volta.


Molte scuole psicoterapeutiche affrontano la condizione umana, fortemente influenzate da un’impronta che potremmo definire “ego-centrica”, lasciata dalla teologia giudaico-cristiana. Il fondamento di questo ego-centrismo si può individuare, ad esempio, nella concezione biblica in cui la Storia è dotata di un Inizio (la Genesi) e di una Fine dei Giorni, entro la quale ciascun essere intesse un rapporto individuale con un Dio-Padre posto fuori di sé. L’intero scenario si svolgerebbe nel breve tempo di una piccola e unica vita, dopo la quale attendere questa “fine dei tempi” in cui risorgere, addirittura con tutto il corpo.

Una delle conseguenze filosofiche e psicologiche di questo approccio religioso, è quella di porre la mente e il pensiero come le massime istanze dell’essere umano, che si può sintetizzare nella formula cartesiana “cogito ergo sum”. Ma come svolge una mente il suo esame di “realtà”?
Essa esamina il mondo circostante suddividendolo in concetti e categorie, fatti di parole, a partire da un senso dell’Io considerato stabile e capace di effettuare analisi sensate.

La psicologia della percezione ci spiega come la mente possa selezionare solo alcuni dei miliardi di fatti e oggetti del mondo interno ed esterno. Quindi ciascuno filtra cose diverse del mondo circostante, formandosi un’idea di sé, frutto di una selezione e distorsione di memorie ed esperienze.
Il fatto che continuamente il mondo circostante e la vita ci dimostrino la limitatezza e temporaneità delle nostre apparenti conclusioni, non ci aiuta a non cadere nuovamente nel tranello di questo approccio autolimitante.

Le scoperte “di confine” della fisica quantistica, e della medicina sembrano oramai confermare l’inadeguatezza del concetto di Io fin qui esaminato.
Chi siamo veramente? Esistono parti di noi ragionevolmente definibili come Io durevole e distinto?

La medicina ci racconta oramai, grazie a un metodo di tracciatura delle cellule al carbonio 14, di come la maggior parte delle cellule del nostro corpo muoia e rinasca in continuazione, al punto che poco di essa sopravvive oltre l’anno. L’età media del nostro corpo può in tal senso essere valutata tra i 7 e i 10 anni, così che non possiamo essere certi nemmeno del fatto che il nostro corpo abbia un’età unitaria.
Siamo vecchi sempre solo giorni, mesi o anni a seconda della parte del corpo che consideriamo. Se poi ci riferiamo alle recenti scoperte dei microtubuli citoscheletrici posti nei nostri neuroni, anche l’idea di esseri umani limitati e chiusi al mondo esterno vacilla(1).

Ci ricolleghiamo così al “potenziale quantico”(2) con cui il fisico David Bohm strappò i fenomeni della fisica quantistica al probabilismo voluto dalla scuola di Copenaghen. Secondo la visione bohmiana nulla esiste in forma isolata dal mondo circostante, essendo tutto accomunato da un substrato invisibile che tutto determina, pur funzionando con modalità assolutamente diverse da quelle “logiche” concepibili dalla nostra mente.

In sorprendente sintonia con questi punti di vista scientifici il buddhismo, più di 2500 anni or sono, ha enunciato la sua dottrina del Non-Io o Anatman, poi evoluta nello Svabhava Sunyata della scuola Hwa Yen(3)
Quell’ego così glorificato nella cultura occidentale, viene visto come il vero impedimento alla realizzazione dell’essere umano. Esso è sostanzialmente considerato l’illusione di una mente confusa. Viene definito come limitato, attaccato ai suoi interessi, scostante, non includente, pieno di paura di perdere ciò che crede di possedere.

Secondo questa dottrina, se esistesse realmente un aggregato chiamato Io, autosufficiente e auto sussistente, dovrebbe avere tre qualità principali:
1. essere un’entità stabile ed eterna;
2. essere un’entità inscindibile e unitaria;
3. essere dotato di una volizione indipendente.

Ma tutto ciò non risponde alla realtà dei fatti.

Riguardo al primo punto, abbiamo già evidenziato l’inesistenza di un’entità Io realmente durevole, sia dal punto di vista fisico che psichico.
La mente occidentale ribatte a queste eccezioni affermando che un Io, seppur in continuo cambiamento, può sempre considerarsi elemento distintivo di un essere umano. Questo perché si tende ad ignorare la parte mutevole dell’Io e ad attaccarci a quella che ci illudiamo non cambi.
Ma allora dovremmo riuscire a suddividere il nostro Io in una parte che cambia e in una che invece non cambia. Questa operazione è considerata impossibile sia nell’ottica quantistica sia in quella dell’Anatman che stiamo esaminando. “Quando apro la mia mano, che ne è del pugno?”, recita un antico detto buddhista.

Anche la seconda caratteristica dell’Io, la sua unitarietà, non ha fondamenti realistici. In noi esistono più Io, che mettiamo in atto in situazioni differenti e che possono anche trovarsi in contrasto tra loro. Un Io come monade immutabile e non mescolata è dunque inesistente.
Nel buddhismo l’Io viene scomposto in 5 aggregati, 12 sfere, 18 elementi, 94 Dharma, non tanto per l’importanza di queste sub-caratteristiche, quanto per distruggere nel monaco l’attaccamento e la credenza nel suo tanto amato Io individuale. Secondo tale dottrina, per salvaguardare l’unitarietà di tutti questi frammenti, viene utilizzata tantissima energia di coesione, come per tenere insieme le componenti del nucleo dell’atomo(4), energia che potrebbe venire liberata nell’illuminazione.

Il terzo elemento costitutivo dell’Io sarebbe la libertà, l’indipendenza della volizione. La speculazione buddhista non si sofferma su questo particolare aspetto, ma si può desumere dalle sue restanti componenti che non esiste un soggetto che possa assumere autonomamente decisioni, in quanto non esistono entità realmente distinte.
Ma andiamo oltre.

Nel suo asserto “la forma è vacuità”(5), la dottrina della Svabhava Sunyata afferma che anche il mondo che vediamo non esiste in sé, ma è mera proiezione della mente individuale, soggetta a cambiamento ed estinzione.
Tutti gli oggetti-io del mondo sono in tal senso considerati mutualmente insorgenti, cioè non esistenti di per se stessi, ma dipendenti dalle relazioni tra essi vigenti e dalla struttura complessiva in cui sono inseriti. Lo stesso bicchiere d’acqua può essere utilizzato per dissetarsi, per spegnere un incendio o, se vi si estrae l’idrogeno, per accenderne uno. Nel linguaggio buddhista questo significa che numerosi regni coesistenti convergono nello stesso oggetto o “regno”.
Singoli frammenti a, b, c di realtà si sommano tra loro in diverso modo, per costituire determinati esiti. La forza di un esercito non dipende solo dalla somma delle forze dei singoli soldati(6). Bellissimi occhi, naso e bocca di per sé non costituiscono un bel volto, se non inseriti in una struttura armonica. Inoltre tutto è sempre inserito in un sistema relativo di riferimento. Una stessa borraccia d’acqua sarebbe vitale per un uomo disperso nel deserto e inutile per uno che stia per affogare.

Se le singole cose del mondo non sono in sé autosussistenti, ne deriva che è la mente a innalzare “muraglie”, dette ostruzioni, tra i diversi regni, impedendo la percezione reale e diretta della Totalità.
Il dolore deriva proprio da queste “muraglie”.

Il Buddhismo della Totalità può fornire una base alla psicologia quantistica?
Ma in che modo una nuova psicologia quantistica potrebbe usare queste preziose informazioni, senza necessariamente indurre un essere a rinchiudersi in un monastero?
Come potrebbe una nuova psicologia quantistica recepire questi suggerimenti provenienti dal passato e dal futuro?
Come attuare nella vita di tutti i giorni il principio di “non ostruzione” e il Non attaccamento all’Ego?


Note:

(1) Karel Schrijver and Iris Schrijver. Living with the Stars: How the Human Body is Connected to the Life Cycles of the Earth, the Planets, and the Stars. Oxford University Press. 2015.
(2) Massimo Teodorani. David Bohm: la fisica dell’infinito. Macrolibrarsi Edizioni. 2006.
(3) Cfr. Garma C. C. Chang. La dottrina buddhista della Totalità. Ubaldini-Astrolabio. 1971.
(4) Cfr. Forza Nucleare Forte.
(5) Cfr. Il “Sutra del cuore” del canone della Perfezione della Saggezza che contiene i principi del buddhismo mahayana.
(6) Cfr. la Psicologia della Gestalt.

Progetto Coscienza

Written by

Associazione no profit composta da studiosi di varie discipline in particolare della psicologia

Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade