Impresa collaborativa: dove si crea valore

Ricordate il vecchio mantra “le imprese italiane investono poco in Ricerca e sviluppo ed è per questo che rimangono ferme o falliscono”?

Bene, abbiamo già affrontato in altri momenti l’interpretazione che diamo di “impresa collaborativa”, perché sia conveniente e che conseguenze abbia, perciò anche se avrete già intuito quale sia il rizoma che collega Ricerca e sviluppo aziendali con il fattore collaborativo, lo esplicito perché mi piace essere didascalico: mettiamo in discussione la nostra idea imprenditoriale? Come? Come attiviamo processi di trasformazione nella nostra organizzazione? E più in generale, come affrontiamo i problemi che incontriamo nello sviluppo dell’idea d’impresa?

Luca Quarantino e Luigi Serio, focalizzando l’analisi sull’innovazione come garanzia di una crescita sostenibile e profittevole nel tempo per le aziende, sostengono che si stia e si debba sempre più virare verso una declinazione nuova, più aperta rispetto al passato: “il potenziale descrivibile con l’innovazione aperta impatta soprattutto sul modo di essere e di agire delle imprese.” Che significa? “La creazione di valore non si traduce esclusivamente nella generazione dei profitti, ma anche nella costruzione di un’idea di impresa che valorizzi il suo ruolo nella società, agisca per l’interesse dei consumatori e abbia una felice combinazione fra visone globale, legame con il territorio e sostenibilità economica e ambientale nel tempo.”

Proseguiamo su questo flusso, allacciandoci a quanto sostiene Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà Confcooperative, quando afferma che il problema più urgente delle imprese sociali oggi sia la carenza nella produzione di senso, che così facendo ci permette di aprire a due spunti.

Il primo spunto riguarda le imprese sociali, ovvero organizzazioni che hanno come oggetto la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale. Questa tipologia imprenditoriale fornisce indicazioni preziose su come possiamo migliorare la nostra idea imprenditoriale, facendola pendere a favore delle persone. La terza edizione del rapporto di Iris Network sull’impresa sociale in Italia parla proprio di questo modo di fare impresa, che “si configura come il più evidente punto di incontro tra profitto ed equità sociale”. Come? “Valorizzando territori, identità locali, cultura, qualità e produzioni”.

Alla luce di queste considerazioni, si comprende come sia riduttivo e limitante parlare solo di capitale finanziario dell’impresa, perché si tralascerebbero aspetti fondamentali quali il capitale relazionale, quello sociale, il capitale di cultura e di conoscenze, aspetti che in un sistema di innovazione aperta consentono all’impresa e alla collettività di fiorire, di pari passo e con vantaggi reciproci.

Il secondo spunto deriva direttamente da quanto detto sopra ed è relativo alla difficoltà che molte imprese hanno nel costruire il proprio senso. Anche il marketing si è spostato dalla mera promozione di un prodotto/servizio, all’emotività, alla costruzione di storie che raccontino l’impatto sociale del prodotto/servizio.

In questo caso possiamo mettere sullo stesso piano parole come senso, valore, impatto, perché la prima domanda a cui la nostra idea imprenditoriale dev’essere in grado di rispondere è “perché”.

Il senso non lo troviamo mai da soli, ma nasce dal confronto costruttivo.

Quando parliamo di impresa collaborativa, intendiamo un’impresa che riesca a trovare il proprio senso per e con la comunità, e quindi riesce anche a innovarsi grazie a momenti di confronto e di elaborazione collettiva dapprima tra suoi membri, per poi arrivare a concepire trasformazioni con la sua comunità di riferimento.

Le esigenze cambiano, per questo affinché un’idea imprenditoriale possa concepire e assimilare le trasformazioni adatte al proprio contesto, servono per prima cosa un approccio aperto e osmotico, in secondo luogo competenze e strumenti che rendano efficace e produttiva l’apertura.


Scritto da Tommaso Sorichetti — Responsabile modelli collaborativi per Puntodock