Terzo Settore:
evolversi o scomparire
Contributo Puntodock apparso il 08/01/2015 su TheWay, il blog collaborativo sul terzo settore di Uidu
Economia sociale, Terzo Settore, privato sociale. Comunque lo vogliate chiamare, la terza via del nostro sistema economico e sociale — alternativa allo stato e al mercato — si trova di fronte a una scelta centrale per il proprio futuro: evolversi o scomparire. Tertium non datur.
Tutti quelli che conoscono questo mondo sono pienamente consapevoli delle tante cose belle e delle grandi potenzialità che lo caratterizzano, e sicuramente in tanti sono in grado di raccontare episodi edificanti e best practice utili a narrare le gesta di operatori generosi, volontari coraggiosi, presidenti disinteressati.
Eppure le storie dei singoli non bastano più.
Dopo i recenti episodi di #mafiacapitale e le tante storie meno recenti — ma di sicuro non meno vive nella nostra memoria — di inefficienze nell’utilizzo di risorse pubbliche o risorse messe a disposizione dalla benevolenza di aziende o privati cittadini, associazioni, cooperative sociali, fondazioni e organizzazioni a mission sociale di qualunque ordine e grado, non possono più permettersi il lusso di pensare che la buona volontà sia ragione sufficiente per giustificare la loro esistenza.
Mostrare il senso di quello che si fa
Sembra banale, ma non lo è: per i non addetti ai lavori spesso non è facile capire l’importanza di una causa sociale.
Perché è importante salvare le balene? Perché promuovere i diritti umani? Come si inserisce la mia mission nella prospettiva globale di miglioramento dello status quo?
Avere le idee chiare aiuta, non solo a far capire agli altri quanto si vale, ma anche ad aumentare il valore di quello che si fa.
Un concetto di cui ultimamente si sente parlare molto, e che può tornare utile anche dal punto di vista pratico è quello della Teoria del Cambiamento (Theory of Change) una narrazione lineare e coerente di come gli obiettivi e le attività che un’organizzazione a mission sociale si prefigge di realizzare vanno a inserirsi nel più ampio mosaico degli eventi necessari a produrre un cambiamento significativo e di lungo periodo.
Acquisire una forma mentis di questo tipo rappresenterebbe già una svolta epocale per la capacità di una ONP di uscire fuori da un certo atteggiamento di autoreferenzialità e focalizzare maggiormente l’attenzione sulle azioni e sugli effetti concreti che queste sono in grado di produrre.
Insomma vogliamo salvare le balene non tanto per le balene stesse, ma perché ci sta a cuore la biodiversità, che è elemento fondamentale e imprescindibile del nostro ecosistema.
Mostrare l’utilità di quello che si fa
Dopo che abbiamo stabilito l’importanza della salvaguardia delle balene, dobbiamo pur essere consapevoli che ci sono molti modi per farlo. Alcuni buoni, altri meno.
Se non corressimo il rischio di essere tacciati di sacrilegio, diremmo che un altro concetto che deve entrare in maniera decisa e irreversibile all’interno delle logiche del terzo settore è quello di efficacia.
Se da una parte si guarda sempre di più alle pratiche del fundraising e all’accesso a nuovi canali di risorse, dall’altra è necessario che le organizzazioni a mission sociale si sforzino ad aumentare la propria performance (sì, abbiamo detto performance!) nel fare cose utili,interpretando così se stesse come utilizzatori qualificati di risorse provenienti da investimenti ad alto valore sociale.
È quindi importante tenere alta l’attenzione sui processi tramite i quali vengono realizzate le attività — il mangement delle organizzazioni, la loro capacità di gestire al meglio le persone, pianificare le attività e ridurre gli sprechi — ma è al contempo importante interrogarsi e valutare come le attività che vengono realizzate vanno a incidere sull’ambiente circostante e, più in generale, su quello status quo di cui dicevamo sopra e sul quale le organizzazioni a missionsociale provano a incidere.
Tecnicamente si chiama impatto, da un punto di vista pratico è uno sforzo concreto che il Terzo settore può fare per trasformarsi da soggetto che rivendica una propria, spesso autoproclamata dignità, ad agente di proposta e di cambiamento sociale per tutta la comunità.
Mostrare quello che si è fatto
Mostrarsi e comunicarsi sono state sempre due azioni che hanno generato riflessioni contrastanti nel mondo del terzo settore: essere o apparire? Una domanda scomoda o una domanda da non farsi? “Il terzo settore è, non deve apparire” ci siamo spesso sentiti rispondere. La comunicazione è un strumento accessorio di cui fare a meno.
Ma anche nel ripensare a un codice comunicativo sta la sfida del nuovo Terzo Settore: creare consapevolezza al proprio interno e verso l’esterno — il che vuol dire prima di tutto mettere in atto una ricostruzione identitaria condivisa all’interno delle organizzazioni — e costruire un’immagine appropriata del “nuovo ruolo” di agente di proposta e di cambiamento sociale.
Negli ultimi tempi si parla molto di “storytelling for change”: un codice comunicativo volto a narrare il cambiamento sociale. Una tecnica narrativa apparentemente nuova. Apparentemente. Pensiamo al famoso fumetto stampato nel 1958 “Martin Luther King e la storia di Montgomery”: in 16 pagine si documentava il boicottaggio degli autobus avvenuto in città da parte dei neri e fortemente sostenuta da Martin Luther King. Il fumetto è stato nel 1958 uno strumento narrativo importante che ha spinto i lettori ad agire per l’uguaglianza razziale. Non solo: il fumetto è stato negli anni tradotto in più lingue e la traduzione in arabo è stata utilizzata dagli attivisti egiziani prima della primavera araba come punto di partenza per la discussione sul cambiamento sociale non-violento.
Cosa c’è di diverso oggi da ieri nel parlare di “storytelling for change?”. Oggi narrare diventa qualcosa di più complesso. Narrare diventa la parola d’ordine attuale per promuovere l’identità, ma soprattutto l’efficacia e i risultati (l’impatto) delle organizzazioni che generano cambiamento sociale.
Narrare non si traduce semplicemente nell’atto del raccontare, ma nel difficile compito di coinvolgere a tutti i livelli — emozionale e mentale — le persone, la società che vogliamo trasformare. Narrare significa anche imparare ad ascoltare, prima che raccontare, una nuova serie di storie sul mondo che auspichiamo e desideriamo.

Gli strumenti per narrare oggi non mancano, ma il passo più complesso, quello necessario, per il Terzo Settore è riuscire a interpretare un nuovo ruolo in questa società che ha un disperato bisogno di sentirsi raccontare il cambiamento, quello concreto, che funziona e che genera risultati.
by Francesco Ranghiasci e Cristiana Rubbio per PuntoDock
Per leggere il contributo originale: http://theway.uidu.org/storiedautore/terzo-settore-evolversi-o-scomparire/#.VwIiEsf1_FK