Il centro della periferia

Geometrie dei conflitti urbani e agorà delle moltitudini

di Bruno Giorgini

10 dicembre 2014 — Periphereia, la periferia in greco, significa circonferenza, il luogo dei punti equidistanti da un unico punto detto centro. L’immobile cuore della verità perfettamente rotonda dice Parmenide, e il cerchio rappresenta la figura che per antonomasia “comprende” il mondo, lo tiene dentro. Il sole percorre nel cielo un arco di cerchio; il cosmo e la polis si modellano sulla circonferenza, da cui l’eguaglianza dei globi celesti e insieme dei cittadini. Il cerchio, una figura definita su uno spazio omogeneo (tutti i punti hanno le stesse proprietà) e isotropo (tutte le direzioni hanno le stesse proprietà), nonché munito di una metrica globale, cioè misurabile ovunque nello stesso modo.

Nasce così la celebre isonomia o eguaglianza dei diritti, costituente la polis greca. Le discussioni e decisioni nell’agorà — lo spazio pubblico, la piazza — si sviluppano e emergono da una assemblea circolare. Un cittadino maschio (le donne sono escluse apriori) s’avanza al centro e formula una ipotesi che assume come vera, un altro dopo ne prende il posto tentando di falsificarla, la discussione è lunga, laboriosa, spesso non trova soluzione chiara e condivisa, fin quando si forma una opinione prevalente che diventa maggioranza assumendo uno statuto di verità e conseguente decisione, sempre provvisoria e discutibile, comparendo così la democrazia. Lungo questo tracciato Popper propone l’intuizione secondo cui democrazia e scienza nascono insieme, entrambe figlie dello stesso metodo critico dialettico. Essendo la città un sistema di differenze (Aristotele), questa dinamica è volta a assumere le differenze e i conflitti costituenti la vita associata, trasformandoli al meglio in linfa vitale per una socialità ricca e ampia, al peggio facendo argine per evitare che i conflitti straripino nella stasis (la guerra civile, iattura massima nel mondo greco e pure oggi).

Adesso mettetevi sulla circonferenza guardando il centro per ascoltare, discutere, decidere; ebbene state dando le spalle a quelli fuori dal cerchio, gli esclusi che letteralmente non vedete. La geometria dell’inclusione nel cerchio porta con sé l’esclusione di coloro che stanno fuori dal cerchio. Si definiscono così due tipologie di linee d’universo. L’una va dal centro dell’agorà alla periphereia, cioè linee d’universo chiuse nei confini della città a rappresentare la democrazia; l’altra descrive una relazione geometrica tra chi è incluso, stando dentro il cerchio, e chi escluso, stando fuori dal cerchio, oltre la periphereia. Relazione geometrica che è anche gerarchia di valori: non per niente si usava dire nell’antichità che era meglio vivere da schiavo in Atene che essere uomo libero fuori da Atene.

Questa relazione geometrica diventerà nel corso del tempo una dinamica tra esclusione e inclusione fondamentale fino a oggi per comprendere lo sviluppo delle città. Una doppia dinamica, esterna e interna. Quella esterna, tra il dentro e il fuori, tra coloro che abitano in città e coloro che stanno fuori, lontani e in città vorrebbero migrare, o vicini, nei suburbi e nelle banlieues per esempio, ma comunque socialmente esclusi. Quella interna tra coloro che vivono in zone degradate e marginalizzate — le discariche sociali interne, o ghetti che dir si voglia — le citè di Marsiglia o il Bronx di New York, e i cittadini del centro e/o dei sobborghi residenziali borghesi in senso lato. Non siamo più di fronte a un cerchio ma immersi in una rete, un network, anzi molti newtork imbricati l’uno nell’altro (stradale, informatico, di comunicazione, virtuale, di trasporti, commerciale, finanziario ecc..). Rete/network che per definizione è aperta/o, senza bordi e/o confini (una rete chiusa se ci pensate diventa un campo di concentramento), oppure più debolmente con confini frattali, diciamo frastagliati, zigzaganti, porosi, permeabili.

A questo punto succede che i conflitti possono dilagare nella rete,assumendo spesso, in mancanza di luoghi democratici di discussione — l’antica agorà , una forma violenta, i riots, le rivolte urbane, il saccheggio. L’ideologia e la pratica sicuritarie provvedono a controllare, sigillare, escludere, rinchiudere, segmentare in pezzi — i ghetti — la moderna metropoli di terza generazione, e i suoi abitanti. Quando la sicurezza si propone come imperativo categorico primario se non unico, avvengono drastiche riduzioni delle libertà e dei diritti, fino alla violazione e all’arbitrio, mentre la socialità raggrinzisce, le diseguaglianze s’accrescono e moltiplicano, la vita individuale impoverisce. Su questa base sicuritaria il ghetto può diventare una zona non soltanto di esclusione ma di vera e propria reclusione, di cui Gaza è l’esempio massimo, certe citè marsigliesi e banlieues parigine avviandosi sulla stessa strada.

Così la democrazia, la convivenza civile, l’intera civiltà umana dei diritti e delle libertà entra in crisi correndo un rischio che potrebbe essere mortale. A fronte fenomeni politico sociali come Occupy Wall Street a New York, Occupy Central a Hong Kong, piazza Tahrir al Cairo, e in Spagna ecc.. sono fondamentali in quanto i cittadini/e accampandosi e occupando una porzione di città su un tempo lungo, inventano e tentano di costruire una agorà, uno spazio pubblico aperto di dibattito democratico e critico. Qui confluiscono i conflitti e le persone, ribelli, contestatori, dissidenti, oppositori ma non solo, anche i curiosi, uomini e donne comuni, giovani e vecchi. Un luogo dove potenzialmente tutti/e i cittadini/e, o almeno il 99% di cui parlavano gli occupanti di wall street, possono convenire, amalgamarsi nel corso del tempo, confrontandosi tra loro e col potere e/o i poteri costituiti, da quelli dello stato a quelli della finanza, diventando in nuce esploratori, sperimentatori e costruttori di una nuova socialità e democrazia, Gramsci avrebbe detto: costituenti un ordine nuovo.

Chiamerei quest’ordine “agorà delle moltitudini”: una società che esercita collegialmente il potere in modo tale che tutti siano tenuti a obbedire a se stessi, senza che nessuno sia costretto a obbedire a un proprio simile (Spinoza). Ricordando che oggi oltre il 50% dell’umanità vive in città, un fenomeno in espansione con un tasso di crescita annuale di circa 60 milioni di individui. Una rete urbana globale, una Cosmopolis che nel 2020 comprenderà all’incirca il 60–70% degli umani.

Infine un’ultima riflessione riguardo l’Italia. Con lo sciopero sociale e dei metalmeccanici, con lo sciopero del voto in Emilia — Romagna, con il movimento per il diritto all’abitare, con lo sciopero generale del 12 dicembre sembra che nel nostro paese stia rinascendo una, per ora in nuce, soggettività ribelle agli imperativi neoliberisti delle classi dominanti e dell’establishment politico mediatico incarnati a livello politico del PD, novello partito della nazione. Però per molti motivi che varrà la pena indagare, questa soggettività ribelle non trova una sua forma comune, tanto meno l’agorà delle moltitudini, rimanendo questi movimenti ancorati alle forme più tradizionali, il corteo che rifluisce in poche ore tornandosene tutti poi a casa e/o l’occupazione dove ci si rinchiude in un qualche edificio, cose lodevoli ma monche rispetto alle dimensioni del problema, ovvero come si possono unificare i conflitti, i movimenti e le persone su un tempo medio lungo, senza perdere per strada né tantomeno reprimere le differenze, anzi allargando la democrazia, cosa di cui c’è massimo bisogno, la democrazia essendo oggi componente fondamentale per la qualità della vita di ciascun cittadino/a.

Per capire di che democrazia si tratta, ascoltiamo Pericle che parla agli ateniesi nel 461 a.C.
Qui a Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui a Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui a Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui a Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui a Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui a Atene noi facciamo così.

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Originally published at www.qcodemag.it on December 10, 2014.

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