Approfondimenti: Vite in transito

Dal conflitto del 1948, la Palestina vive il dramma dei rifugiati: 5 milioni di persone, 69 campi profughi. Lo scenario apocalittico del Medio Oriente, le tragedie di Idomeni e il silenzio dei media hanno reso invisibile il perdurare della precarietà della situazione in Palestina. Un reportage dai campi di New-Askar, Balata e Al-Amari. A cura di Camilla Mantegazza
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69 campi profughi, tra Cisgiordania, Striscia di Gaza, Libano, Siria e Giordania. 5 milioni di persone, annientate e sradicate a partire dalla Catastrofe del 1948. Numeri agghiaccianti, risultato della guerra senza fine tra ebrei di Israele e arabi di Palestina. Numeri destinati a crescere, laddove il progressivo diritto allo ius soli è applicato senza particolari contestazioni: è rifugiato il nonno, il padre e il figlio del padre. Profughi, nell’atto stesso di venire al mondo.

Un evento unico nella Storia. Un caso senza precedenti, in cui il mondo ha assistito ammutolito all’invasione di un paese occupato da una minoranza che ha scacciato la quasi totalità della popolazione autoctona privandola dei suoi punti di riferimento geografici, lavorativi e culturali e salutando questa distruzione come un miracoloso atto divino e una vittoria della libertà e della civiltà. Tutto questo, secondo un disegno premeditato, meticolosamente eseguito, sostenuto finanziariamente e politicamente dall’estero, e ancor oggi perseguito, a 68 anni di distanza, con lo stesso vigore.

Profughi dal 1948: una contraddizioni di termini. Piccole città all’interno di più grandi conglomerati urbani, dove si sviluppa una vita votata alla ricerca di una normalità. Ci sono scuole, gestite dalle Nazioni Unite, macchine, bambini che giocano per strada, associazioni umanitarie, carri armati israeliani che di tanto in tanto fanno visita ai vicini palestinesi. E 10.500 persone in meno di un chilometro quadrato. Così è al campo profughi di Al-Amari, alle porte di Ramallah, che accoglie rifugiati dalle città oggi israeliane di Lydd, Jaffa e Ramla. Ahmed Mohamed vive lì, mi accoglie fiero in un fatiscente locale, sede della Palestinian Society for Care and Development, un’associazione che dal 1998 si occupa di assistere bambini con disabilità fisiche e linguistiche. “Non c’è via di uscita a questa situazione. Tutto è fermo dal 1948. I carri armati si perdono per le vie del Ramallah e finiscono qui, nei campi della miseria, fulcro di tutti i problemi. Siamo noi il vero problema per Israele: è qui che ha sede l’insoddisfazione figlia della disperazione, dei soprusi e degli oltraggi. Noi apriamo le porte ai bambini disabili, grazie all’aiuto volontario di persone locali e non: li assistiamo con cure mediche, abbiamo creato un piccolo laboratorio di artigianato e infine offriamo la possibilità di studiare l’inglese. Nei giorni del Ramadam prepariamo fino a 4000 pasti: facciamo quello che possiamo fare. Più di tanto non è possibile”. Incontro un ragazzo, entrambe le braccia ingessante. Non conosco la sua identità, so solo che il 19 febbraio ha perso tre dita della mano sinistra nel mezzo di uno scontro con le forze armate israeliane. Le immagini degli scontri hanno avuto una grossa diffusione in rete: la ragazza che a muso duro affronta un soldato armato di mitra è emblematica dello stato d’animo di queste persone. Insieme a lui altri ragazzi, che entrano ed escono da bar e sale giochi affollate, in una tensione continua verso una normalità che non potranno avere.Ad Al-Amari si spengono le luci, qualche donna si chiede se questa notte ci saranno ancora visite insaspettate.

A Nablus, a nord di Ramallah, visito il campo di New Askar. La situazione — come ad Al-Amari — è di decandente immobilità dal 1965, anno di creazione del campo, nato per dare respiro al vecchio campo di Askar. Anche qui, una concentrazione umana claustrofobica: 6.000 persone in mezzo chilometro quadrato. Case che crescono di anno in anno in altezza: i figli crescono, bisogna dare loro spazio. Scherzo con i bambini, impegnati nei giochi di strada: sono sempre la benvenuta, complice dell’imbarazzante diversità che vedono in me. Poco cambia dal campo di Al-Amari. “Ti sbagli” — mi incalza Emad, studente universitario di Sibilla — “New Askar non è un campo profughi, anche se segue tutte le regole del caso. Le Nazioni Unite non hanno omaggiato loro con la status di rifugiati: mai, dunque, se l’occupazione dovesse finire potranno tornare nelle loro case abbandonate. New Askar è in zona C, esclusa dunque dal controllo dell’autorità palestinese. New Askar ospita traffico di armi, di droga, di alcool, di merce di ogni tipo, di cui tutti beneficiano: militari israeliani compresi. In compenso, hanno un governo interno, eleggibile ogni due anni, in cui tutti i partiti politici, ad esclusione di Hamas, possono essere rappresentati”. A New Askar il 70% della popolazione è disoccupata, i servizi pubblici sono fortemente centillinati, un unico medico è presente in tutto il campo. Qui è tutto diverso, il rapporto con la vicina cittadina di Nablus è pessimo, a differenza di ciò che succede negli altri campi.

New Askar è l’esasperazione dell’essenza dei campi profughi. È qui che si annida la violenza, nei figli degli accordi di Oslo, ineludibili osservatori dell’immobilità palestinese e internazionale. “Nessuno fa più niente per noi” — sembra dirmi la folla che incontro. E la risposta più semplice è la resistenza. “I giovani prendono la strada dell’alcool o la via dell’attivismo: non c’è altra possibilità” — sostiene Imad, membro dell’associazione Wi’am di Betlemme, ai piedi del muro figlio della Seconda Intifada, che da anni si batte per erodere dall’alto la violenza dell’occupazione israliana, tramite la cultura e l’arma non violenta. “Qualche ferito, nulla di più. Ormai ho perso il conto: ieri, forse l’altro ieri. Sì, un giorno sì e un giorno no volano sassi e atterrano lacrimogeni: è il nostro teatrino quotidiano”.

Alcool o attivismo. Non sono pochi, però, i giovani universitari che incontro. Chi studia letteratura inglese, chi tecniche della comunicazione, chi ormai è ingegnere. Stupidamente li esorto ad andarsene da queste instabili terre. La risposta è sempre la stessa: “Posso anche andarmene da qui. Ma la questione palestinese andrebbe quotidianamente deteriorandosi se seguissimo il tuo ragionamento: via i cervelli, via le armi per combattere l’occupazione”. Armi che nel campo di Jenin, tristemente famoso per la parziale distruzione durante la seconda Intifada, sono valorizzate dal famoso Fredoom Theatre, scuola di teatro, fulcro di iniziative, centro di raccolta dei giovani profughi di questo campo fortemente politicizzato: chi sta con Hamas, chi sta con Fatah. Parti che, generalmente, faticano a parlare.

In ogni campo profughi mi imbatto in una sorta di guardiano, il Caronte che mi dà il benvenuto — curioso e attento, cosa ci fai tu qui?, orgoglioso della sua terra, nostalgico della sua casa. Scacciati dai villaggi, i palestinesi si sentono spossessati di tutto: nudi, sviliti, privi di senso. È forse per questo, che si aggrappano al loro nome. “Io sono Ahmed di Bet Shemesh, a venticinque chilometri da Gerusalemme: è l’unione del mio nome con quello della mia terra che costituisce il mio biglietto da visita”. Ahmed insiste nel farmi sapere che la sua situazione di profugo è ovviamente provvisoria, che possiede un posto stabile sulla terra e che, una volta che l’avrà recuperato, recupererà la sua piena personalità. Ahmed sale dei pericolanti gradini che portano alla sua abitazione, che condivide con non si sa bene chi. Sembra infastidito per la mia stretta di mano, potevo prevederlo. Ahmed ha le chiavi di casa al collo, le chiavi della casa di suo padre: sarà abitata da chissà chi, molto probabilmente sarà andata distrutta, ricostruita o forse no. Ahmed continua a credere che prima o poi ritornerà: se non lui, i suoi figli, alla peggio i suoi nipoti.

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