Cina: Morte di un dissidente

Il 13 luglio è morto il dissidente e Premio Nobel Liu Xiaobo all’età di 61 anni. C’è chi lo ricorderà come un martire e c’è chi, come Pechino, non vuole ricordarlo affatto. Di Serena Console su Radio Bullets
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Dal 13 luglio c’è un posto vuoto nelle file della democrazia nel mondo. E non mi riferisco alla democrazia rivendicata da Stati e governanti, ma a quella che circola nelle vene di chi, giornalmente e silenziosamente, conduce una battaglia per la causa della libertà civile e, se vogliamo, morale. Questo posto vacante rievoca un’altra immagine, quella di una sedia vuota in una sala del municipio di Oslo.

UPSOUND: annuncio del nobel da parte della tv norvegese, BBC o CNN..

Era il 2010 e durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la pace, il comitato per il Nobel norvegese ha poggiato su una sedia vuota il premio su cui sono incise le iniziali di un nome: L XB, ovvero Liu Xiaobo.

UPSOUND: applausi (da un sito di suoni)

Di fianco la sedia, campeggia una grossa fotografia che ritrae il volto sorridente dello scrittore, poeta e docente cinese insignito in absentia del premio “per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina”. Quel giorno, come negli anni a seguire, Liu Xiaobo non hai mai ricevuto l’onore di ritirare personalmente il premio. era in carcere,a più di seicento chilometri da casa, rinchiuso nel 2009 con l’accusa di incitamento alla sovversione del potere dello stato.

Il 13 luglio 2017, il susseguirsi dei titoli delle testate giornalistiche ha concretizzato il timore di molti: Liu Xiaobo, il dissidente cinese, è morto all’età di 61 anni.

La morte dell’attivista la dice lunga sull’amministrazione cinese e sui governi internazionazionali. Basti ricordare che attualmente il governo di Pechino controlla un arsenale nucleare, si trova in una posizione geopolitica cruciale per l’influenza sul regime della Corea del Nord, e sta importando in tutto il mondo il progetto della nuova via della seta.

Ma andiamo per ordine. Chi è Liu Xiaobo e perché Pechino, il giorno dopo la sua morte, ha definito la consegna del premio nobel al dissidente cinese un atto osceno?

UPSOUND: voci della tivù/radio cinese con questo commento

Liu ha dedicato la sua vita alla cultura, tanto da arrivare ad insegnare nella prestigiosa Columbia University. Una carriera che non ha avuto lunga vita perché, al clamore di tumulti che stavano impazzando in Cina nel maggio 1989, decise di tornare a Pechino e prendere parte alle proteste di Tiananmen.

La sua partecipazione alle manifestazioni di Tiananmen hanno segnato il suo destino, corollato da anni di persecuzione e prigionia imposti dal governo cinese, anche di carattere preventivo, soprattutto a ridosso di ogni 4 giugno. I suoi scritti si arricchivano così di ricordi della bianca gioventù cinese privata del suo futuro a causa di un governo liberticida, e di un moto pacifista di spirito neoliberale…forse anche troppo.

Nel corso degli anni Liu Xiaobo non si è risparmiato nell’esternare il suo supporto per l’amministrazione americana nei conflitti in medio oriente: ha infatti appoggiato l’intervento di Bush in Iraq e Afghanistan, e ha sostenuto i rapporti diplomatici tra Israele ed USA…senza dimenticare il suo elogio per un mondo libero a conduzione della democrazia statunitense. Forse è il frutto dei legami con la National Endowment for Democracy, la fondazione che si dedica alla diffusione della democrazia nel mondo, ma finanziata dal governo di Washington.
 è il 2008 l’anno più significativo per la vita di Liu, quando sottoscrive la Charta 08, il manifesto firmato da oltre 300 attivisti e intellettuali cinesi che mirava al cambiamento dell’impianto socio politico della Cina attraverso l’affermazione della democrazia, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e l’istituzione del federalismo. Il documento gli ha causato così la condanna a 11 anni di carcere.

Qui inizia il calvario del dissidente cinese, ignorato dai governi occidentali, in particolare quello americano tanto elogiato nei suoi discorsi e scritti. La domanda, infatti è: perché prima Obama, anch’egli Nobel per la Pace, e poi Trump non hanno esercitato una forte pressione sul governo cinese per liberare Liu Xiaobo e ridurre la condizione di isolamento dei suoi familiari e di sua moglie, Liu Xia, come è stato fatto, non so, per la leader birmana Aung San Suu Kyi? Mi viene da credere che la risposta è di carattere economico e politico: per le amministrazioni occidentali è meglio discutere e lottare per ottenere una commessa, un appalto o un accordo economico bilaterale, anziché esercitare pressioni su Pechino per ottenere il rispetto dei diritti umani??

La dimostrazione arriva proprio dalle parole di Trump, dopo la morte di Liu Xiaobo. Nella capitale francese, dove presiedeva per la celebrazione dell’anniversario della presa della Bastiglia, il presidente americano alla notizia della morte dell’attivista cinese non ha espresso alcun commento, ma ha sottolineato i buoni rapporti tra lui e Xi Jinping durante una conferenza stampa, definendo il Presidente della Repubblica Popolare Cinese “ un uomo di talento che fa del bene per il suo Paese”. L’unico commento dell’amministrazione americana arriva qualche ora dopo la morte del dissidente cinese, attraverso uno statement ufficiale con cui si esprime il cordoglio per la morte di una grande figura politica e morale, ma senza alcuna critica sulla condizione di prigionia di Liu Xiaobo imposta dal governo cinese.
 Perché è proprio sugli ultimi giorni di vita del dissidente cinese che si sono sollevate le critiche verso Pechino, ma sempre con debolezza. Liu era stato trasferito dal carcere in cui era in uno ospedale di Shenyang il 26 giugno scorso, per assicurargli le cure necessarie per un cancro al fegato in fase terminale

Ma non c’è stato nulla da fare: Pechino ha deciso di offrire il trattamento medico a Shenyang, il migliore a detta sua, opponendosi fermamente alle richieste di Germania, Stati Uniti, Unione Europea e dello stesso Liu di concedere il rilascio del dissidente per curarlo in Occidente. D’altronde, Pechino perché avrebbe dovuto? Il governo cinese, che rivendica con orgoglio la politica di non ingerenza, ha affermato di aver offerto da sempre le migliori cure a Liu Xiaobo.

UPSOUND: suoni e voci dal video con il trattametno

In un video circolato sul web si vedono le scene dei trattamenti medici riservati a Liu durante la sua prigionia, oltre alle buone condizioni del dissidente intento a correre nel cortiletto della prigione. Un messaggio che, forse, voleva far tacere le critiche occidentali e voleva mettere in secondo piano la figura, silenziata ed isolata, di Liu Xia, moglie del premio Nobel. 
 Vi chiederete: ma il popolo cinese non ha mai commentato questa situazione?
 Certo che sì, ma non nel modo in cui pensate. Pochi internauti cinesi sanno vagamente chi è Liu Xiaobo, e chi lo sa ha espresso commenti quali “dovrebbe essere grato di ricevere un trattamento gratuito dallo Stato”; oppure “è curato meglio di altri”; o ancora: “sapeva a cosa andava incontro!”.
 Mentre i piccoli pesci nel mare magnum dell’intranet cinese sono lasciati liberi di commentare l’episodio, specialmente se in maniera negativa, la macchina propagandistica del governo cinese si è prontamente attivata alla notizia della morte di Liu Xiaobo per determinare il taglio di qualsiasi notizia sul premio Nobel. La TV di Stato non ha dato notizia delle condizioni della salute del dissidente sino al giorno della sua morte, e il Global Times, la costola del Quotidiano del Popolo, il giorno successivo la morte del dissidente ha scritto: “Gli ultimi giorni di Liu sono stati politicizzati dalle potenze estere. Hanno utilizzato la malattia di Liu come strumento per rafforzare la propria immagine e demonizzare la Cina,ma non erano realmente intenzionate a prolungare la vita di Liu Xiaobo”, si legge in un editoriale dal titolo “Liu Xiaobo, una vittima fuorviata dall’occidente”…Ve lo dico, Merita la lettura!
 Ma gli sforzi della censura non si sono limitati a questo. La grande muraglia della censura ha funzionato a dovere e ha impedito di utilizzare o ricercare sul web il nome di Liu Xiaobo, Liu Xia, e “Io non ho nemici” il testo che raccoglie gli scritti del dissidente. Inoltre, su Weibo, il twitter cinese, è stato impedito l’utilizzo degli emoji della candela o della parola R.I.P.

Il 15 luglio, il corpo del Premio Nobel Liu Xiaobo è stato cremato e le sue ceneri sono state sparse in mare al Nord della Cina secondo quanto disposto dal governo cinese, forse nel tentativo di evitare che la tomba potesse divenire luogo di pellegrinaggio di turisti e sostenitori di Liu Xiaobo.
 A una settimana dalla scomparsa dell’attivista, sui social media di Hong Kong e della Cina sono circolate foto di utenti che hanno rivolto il loro ultimo saluto a Liu Xiaobo. Sembra, però, che Pechino non abbia gradito e ha parzialmente bloccato Whattsapp, impedendo l’invio di foto e video perché questi non sono criptati.

La Cina tutt’oggi sta utilizzando gli strumenti per porre nell’oblio la figura di Liu Xiaobo e di sua moglie, alla quale viene impedito di lasciare il Paese. Ma al di fuori della Grande Muraglia c’è chi prende di mira il leader Xi. Sto parlando del disegnatore cinese residente in Australia che ha prodotto negli ultimi giorni delle illustrazioni bellissime per celebrare la morte di Liu. Uno di queste ritrae Liu Xiaobo, sua moglie Xia e al centro un grande Winnie Pooh, oggetto della censura negli ultimi giorni perché rimanda a Xi Jinping.

Forse è proprio vero quello che diceva Liu: “Le risate sprezzanti del popolo sono l’incubo dei despoti”.

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