Cina: Una verità che non può essere cancellata

27 anni sono trascorsi da quel 4 giugno 1989, quando l’Esercito Popolare di Liberazione ha aperto il fuoco sui manifestanti a Piazza Tiananmen. E, mentre in Cina il governo attua la sua censura online, a Hong Kong gli studenti preferiscono ricordare l’importanza dell’indipendenza dell’ex colonia britannica. A cura di Serena Console per Radio Bullets
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“Raccontatelo al mondo, ci dicono”. La corrispondente della BBC Kate Adie, era in piazza Tiananmen a Pechino quella notte tra il 3 e 4 giugno del 1989. Descrisse quel fuoco indiscriminato all’interno della piazza. E mentre parlava delle proteste degli studenti cinesi nella grande piazza,è stata colpita da un colpo di pistola al gomito. Ma quella notte, non fu la sola.

I membri anziani del partito sotto Deng Xiaoping ordinarono che l’Esercito Popolare di Liberazione procedesse verso piazza Tiananmen. Iniziarono a sparare le prime raffiche di colpi sui manifestanti. Quello che successe durante quella notte fu un massacro. Le cifre e l’identità dei morti sono ancora indefinite: duecento accertate, più di 2000 secondo le stime non ufficiali. Oggi dopo 27 anni la città si ritrova a commemorare le vittime civili e militari nel silenzio del governo. Un appuntamento silenzioso e messo a tacere dal 4 giugno 1989, viene ricordato come il Massacro di Tiananmen. Ma in cina il riferimento è più vago, lo si chiama “l’incidente del 4 giugno”.

Ma perchè tanta violenza da parte del partito al governo proprio contro il suo popolo?

Riepiloghiamo le ultime vicende prima di arrivare a quel momento: Il 15 aprile del 1989 Hu Yaobang, il segretario generale del Partito Comunista Cinese morì per arresto cardiaco. Il 22 aprile si tennero i funerali di stato e venne ricordato come un grande rivoluzionario proletario, perché aiutò lo stesso Deng Xiaoping ad attuare le riforme di mercato e denunciare la Rivoluzione Culturale. Nel frattempo, numerosi studenti, intellettuali e funzionari si riunirono nella piazza di Pechino per commemorare la figura di Hu Yaobang e per elogiare le sue idee sulla libertà di stampa e di parola. La commemorazione si trasformò presto in protesta quando gli studenti chiesero di incontrare il primo ministro Li Peng perché mettesse fine alla corruzione politica e portasse a maggiore democrazia. Ma soprattutto chiedevano di mettere fine al potere del Partito Comunista Cinese. La risposta del governo cinese all’inizio fu tollerante, ma l’arrivo degli studenti da tutte le università cinesi a Pechino che scioperarono e si barricarono in piazza, spinse il Partito a dichiarare la legge marziale nella capitale il 20 maggio.

La paura del gruppo dirigente di perdere il controllo del Paese si trasformò in una repressione violenta e in numerosi arresti. Spararono a molti civili e altri furono accoltellati e schiacciati dai carri armati mentre cercavano di fuggire. Persino agli ospedali era stato ordinato di non accettare i manifestanti feriti e fu bloccato il transito delle ambulanze verso Tiananmen.

All’indomani degli scontri, Deng Xiaoping invitava il suo popolo a dimenticare quanto accaduto per unire tutte le forze nello sforzo economico promosso dalle riforme del 1978. Da quel momento, in Cina, tutto è stato cancellato e chi chiedeva giustizia è ora esiliato o è stato in prigione.

Ogni traccia del massacro di piazza Tiananmen è stata cancellata. Gli studiosi l’hanno definita amnesia storica. Moltissimi giovani cinesi, nati dopo il 1990, non sanno nulla delle violenze nella piazza di Pechino. Il governo ha cancellato pagine di storia e, annualmente, alla vigilia dell’anniversario, si riattiva la censura online. Non ci credete? Pensate che in Cina basta digitare “1989” su Baike, il Wikipedia cinese e appariranno soltanto due voci: “numero compreso tra il 1988 e il 1990” e “nome di un virus informatico”. Mentre sui principali social network e sui motori di ricerca cinesi non compaiono i numeri 64, 89 e 35 maggio (chiari riferimenti al 4 giugno) e la parola Tiananmen. Secondo un sondaggio compiuto dal sito web China Digital Times, sono oltre 250 le parole vietate sul web in riferimento, anche velato, alla repressione delle proteste del 1989. Quest’anno è stato persino cancellato l’emoticon della candela anche dalle chat come Weixin.
 
 Il motivo? Ogni anno, al Victoria Park di Hong Kong, si tiene una fiaccolata in memoria delle vittime del massacro e gli abitanti dell’ex colonia britannica chiedono che sia fatta giustizia. La maggior parte degli hongkonghesi riconosce lo sbaglio commesso dal governo cinese rispetto al modo in cui ha gestito i tumulti in piazza. Lo dice l’ultimo studio effettuato dalla Hong Kong University Public Opinion Programme: il centro universitario, tra il 16 e il 19 maggio, ha intervistato telefonicamente circa 1000 abitanti dell’ex colonia britannica. L’indagine ha inoltre rilevato che il 62% degli intervistati ritiene che gli abitanti di Hong Kong abbiano la responsabilità di avviare lo sviluppo della democrazia nella Cina continentale. (https://www.hkupop.hku.hk/english/release/release1364.html)

Quest’anno, però, la solenne celebrazione ha conosciuto momenti di tensione e una minore affluenza rispetto agli anni precedenti. Davanti agli occhi di 125 mila persone, sabato scorso un manifestante per l’autonomia di Hong Kong è salito sul palco e ha urlato: “Vogliamo l’indipendenza di Hong Kong. Non vogliamo costruire una Cina democratica”. L’intervento ha suscitato reazioni contrastanti, anche perché l’appello del giovane 24enne sembra esser condiviso da molti. Nella stessa giornata della fiaccolata a Victoria Park, si è tenuto un appuntamento alternativo. A organizzarlo è stata la Hong Kong Federation of Students che, già dallo scorso aprile, aveva annunciato di voler boicottare la fiaccolata ufficiale. Molti studenti di Hong Kong che, nel 2014 presero parte all’Umbrella Revolution, hanno affermato che l’attuale condizione di repressione politica che vive Hong Kong è uguale a quella che avvenne in piazza Tiananmen nel 1989.

Un altro anniversario è passato tra l’ignoranza e indifferenza della giovane popolazione cinese e la forza della memoria dell’opinione pubblica internazionale che ricollega agli eventi l’immagine storica del Tank Man, il ragazzo che, disarmato, blocca una fila di carri armati. Questo scatto, che rientra nelle 100 immagini che hanno cambiato la storia, è diventato di proprietà della Visual China Group lo scorso gennaio. Ora, quali saranno le conseguenze per la diffusione di immagini sgradite al Partito?

Perchè con la sua macchina propagandistica altamente digitalizzata, il partito controlla i temi sensibili che rientrano nelle “Tre T”: Tibet, Taiwan e Tiananmen. Il governo crede che la censura aiuti a guidare l’opinione pubblica e a mantenere la stabilità sociale. La stabilità sociale è alla base della stabilità economica, la stessa chiesta Deng Xiaoping all’indomani del massacro.

C’è anche chi vive la tragedia di quel 4 giugno lontano dai confini cinesi. È il caso di numerosi dissidenti politici esiliati in America o in Europa, come l’artista Ai Weiwei, il premio Nobel Liu Xiaobo e tanti altri.

Tra questi, vi suggerisco anche il grande scrittore Ma Jian, autore del romanzo “Pechino è in coma”, pubblicato a Londra nel 2009 ma vietato in Cina. Il testo racconta le proteste dal punto di vista di Dai Wei che è stato colpito da un proiettile alla testa e si ritrova in uno stato comatoso. Il narratore in coma è una metafora dell’abilità di ricordare ma dell’impossibilità di agire.

Proprio la stessa che numerosi cinesi e abitanti di Hong Kong provano: ricordare ma non poter agire.

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