El regreso de America Latina: Cop21 e il Sud America

Il prossimo 30 novembre inizierà a Parigi la ventunesima conferenza annuale delle parti, l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Durante i 12 giorni della conferenza, 196 Paesi dovranno raggiungere l’ambizioso accordo che vincoli tutto il pianeta a limitare l’innalzamento della temperatura globale a 2°. Già 146 Paesi hanno presentato le proprie proposte, e l’America Latina e i Caraibi stanno per farsi avanti, mantenendo una linea eterogenea. A cura di Stefania Cingia

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Il prossimo 30 novembre inizierà a Parigi la ventunesima conferenza annuale delle parti, l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Durante i 12 giorni della conferenza, 196 Paesi dovranno raggiungere l’ambizioso accordo che vincoli tutto il pianeta a limitare l’innalzamento della temperatura globale a 2°.

La grande novità di COP21 è il cambio di direzione delle negoziazioni: dal tradizionale “dall’alto verso il basso”, all’odierno “dal basso verso l’alto”: l’idea principale è che ogni Paese presenti le proprie idee per ridurre l’innalzamento della temperatura globale, a partire dalle misure adottate internamente, e calcolare il livello di compromesso che si può raggiungere.

Già 146 Paesi hanno presentato le proprie proposte, e l’America Latina e i Caraibi stanno per farsi avanti, mantenendo una linea eterogenea. La responsabilità storica della regione per quanto riguarda la problematica del cambiamento climatico è piccola. Le emissioni di gas serra accumulate dal 1850 fino a oggi arrivano a malapena a un 7 percento dell’emissione globale. Nonostante questo, la regione ha sempre mantenuto un ruolo attivo nelle negoziazioni per cercare una soluzione ai problemi ambientali. Gli Stati Uniti d’America Latina e i Caraibi, a eccezione del Messico, formano parte del G77+Cina, uniti dalla condizione di essere considerati “Paesi in via di sviluppo”. Però mai sono riusciti a presentare una posizione comune e, anzi, si sono sempre presentati in blocchi, scelti in base alle proprie posizioni politiche e alla sensibilità di fronte al cambiamento climatico. Nonostante le contraddizioni che possono esserci all’interno di questi blocchi, queste sono le posizioni che difenderanno i principali attori latinoamericani e caraibici che si riuniranno a Parigi.

Brasile: nel corso degli anni si è convertito in un negoziatore importante nelle conferenza sul clima. Forma parte del BRICS, insieme a Russia, India, Cina e Sudafrica. Le emissioni di gas serra del Brasile, unite a quelle del Messico, rappresentano più della metà delle emissioni di tutta l’America Latina e Caraibi.

Nel 2006, l’ex presidente Lula da Silva decise che il Brasile sarebbe dovuto diventare un attore strategico nell’economia basata sui biocarburanti, politica chiamata anche “diplomazia dell’etanolo”. Il Brasile continua su questa linea, il cui obiettivo è espandere la produzione e il consumo di biocarburanti.

Riguardo ai compromessi sulla riduzione delle emissioni, il Paese prevede una diminuzione del 37 percento entro il 2025. Ricordiamo che, a partire dal 2005, si è vista una forte riduzione della deforestazioni in Amazzonia, prima causa di emissione del Paese. In questo modo, già nel 2012 le emissioni erano diminuite del 41% rispetto al 2005.

Associazione Indipendente dell’America Latina e Caraibi (AILAC): si è costituito come gruppo formale di negoziazione nella COP18 del 2012 ed è formato da Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Panamá, Perù e Paraguay. La sua visione si basa sulla convinzione di poter conciliare lo sviluppo con una riduzione significativa delle emissioni di gas serra.

Tra le proposte più significative realizzate a livello nazionale, troviamo l’ambizioso progetto del Costa Rica, che vuole convertirsi nel primo paese al mondo con un bilancio finale di emissioni di gas serra uguale a zero entro il 2021.

Messico: è l’altro grande protagonista della regione e si colloca a metà strada tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Dimostra affinità con l’Associazione Indipendente dell’America Latina e Caraibi, anche se appartiene al Gruppo di Integrità Ambientale formato da Svizzera, Corea del Sud, Monaco e Liechtenstein. Del Messico fu la proposta, presentata e approvata alla COP16 di Cancún del 2010, di creare un Fondo Verde per il Clima, per assicurare ai paesi in via di sviluppo l’accesso ai fondi monetari necessari per affrontare l’adattamento di fronte ai cambiamenti climatici. Attualmente il fondo può contare su 10.000 milioni di dollari, anche se un’informativa del 2007 realizzata dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo stimava almeno 86.000 milioni di dollari necessari entro la fine del 2015.

Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America: composto da ben undici paesi, tra cui Venezuela, Bolivia, Ecuador, Cuba e Nicaragua, il cui fondamento portante è la distinzione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Secondo l’Alleanza, i compromessi adottati per far fronte al cambiamento climatico non devono ostacolare il diritto allo sviluppo dei paesi del Sud del mondo.

Per paesi come Venezuela, Ecuador e Bolivia, la cui economia si basa fortemente nell’esportazione di idrocarburi, lo sviluppo di nuove forme di energia rappresenta un pericolo per il benessere del paese. Per questo, l’Alleanza ha fatto sapere che non metterà a rischio il proprio benessere per far fronte al cambiamento climatico, se non davanti a misure alternative che non mettano a repentaglio l’economia del Paese.

Alleanza dei Piccoli Stati Insulari: sono i paesi più vulnerabili di fronte al cambiamento climatico, perché l’innalzamento del livello del mare significherebbe la sparizione fisica del proprio territorio. Parliamo di 39 paesi insulari, tra cui 16 appartenenti all’America Latina e Caraibi, come Jamaica, Haiti e Repubblica Domenicana, tra gli altri. Data l’estrema vulnerabilità delle isole, lo scorso mese di settembre, hanno presentato una moratoria mondiale per fermare l’apertura di nuove mine di carbone.

Per queste isole, l’innalzamento di 2° provocherebbe rischi gravi, per questo esigono che l’aumento della temperatura globale sia inferiore di 1,5°.

COP21 si preannuncia interessante e noi di Radio Bullets ci auguriamo che i rappresentati dei vari paesi sappiano raggiungere un accordo per salvare il nostro pianeta, accordo che non può più essere posticipato.

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