El regreso de America Latina: Un’offerta vantaggiosa a caro prezzo

Non parleremmo del nuovo Canale di Panamà se non ci fosse qualcosa di interessante da dire. La cosa interessante riguarda il consorzio che ha vinto l’appalto offrendo 3,1 miliardi di dollari, la cifra più bassa proposta, per progettare, costruire e testare le nuove chiuse. Il consorzio si chiama Grupo Unidos por el Canal, formato da quattro aziende, di cui una in bancarotta e non si aspettava di vincere, ora sta pagando la sua offerta vantaggiosa molto molto cara. A cura di Stefania Cingia per Radio Bullets
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Il 26 giugno 2016 è stato inaugurato il nuovo Canale di Panamá, con l’ampliamento delle sue chiuse che permetteranno il passaggio di navi portacontainer modello postpanamax, colossi del mare larghi come due campi da calcio, a cui era stato precluso il passaggio nel canale fino a quest’anno. Undici capi di Stato, l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, una folla festante e nessun accenno ai problemi e, possiamo dirlo, scandali che hanno interessato l’ampliamento del Canale. Lasciate da parte le polemiche, migliaia di panamensi hanno fatto la fila per farsi fotografare davanti alla Andronikos, la portacontainer della cinese Cosco Shipping scelta per inaugurare le nuove chiuse.

Non parleremmo del nuovo Canale se non ci fosse qualcosa di interessante da dire. La cosa interessante riguarda il consorzio che ha vinto l’appalto offrendo 3,1 miliardi di dollari, la cifra più bassa proposta, per progettare, costruire e testare le nuove chiuse. Il consorzio, che non si aspettava di vincere l’appalto, si chiama Grupo Unidos por el Canal, formato dalla spagnola Sacyr, sull’orlo della bancarotta, dall’italiana Salini Impreglio, dalla belga Jan De Nul e dalla panamense Constructora Urbana. Chi pensa che costruire chiuse mettendo insieme dirigenti di quattro Paesi sia uno scherzo, si sbaglia di grosso: già dopo la festa al noto ristorante La Vitrola, nel centro della città di Panamá, le discrepanze interne hanno cominciato a farsi sentire e pare che qualche dirigenza delle imprese coinvolte non abbia capito quanto poco fosse il denaro a disposizione per completare il progetto e quanto fosse vicina la dead line. Era il 2009 e le nuove chiuse dovevano essere pronte per il 2014.

Sette anni dopo, anni in cui ci sono state pesanti discussioni, pause nella costruzione, materiali non adatti, rischi di terremoti e 3,4 miliardi di dollari in costi aggiuntivi (più che tutto il preventivo offerto), con quasi due anni di ritardo, si sono inaugurate le nuove chiuse del Canale di Panamá.

Questo canale è uno dei gioielli dell’ingegneria statunitense del XX secolo e da più di 100 anni è arteria vitale che alimenta l’economia mondiale; il nuovo sistema di chiuse deve garantire che questa opera continui a essere centrale per i prossimi 100 anni.

Secondo un’investigazione del New York Times il futuro delle chiuse non è così roseo. Erano stati individuati tre presupposti chiave nel progetto: uno, il nuovo canale deve riceve abbastanza acqua per far sì che le postpanamax non si incaglino nel fondale; due, il calcestruzzo deve essere duraturo e non far passare l’acqua; tre, le chiuse devono essere abbastanza grandi da far passare le navi.

Ma i 3,1 miliardi di dollari messi in campo dal Grupo Unidos por el Canal, un miliardo in meno rispetto al competitor più vicino, hanno fatto sì che un megaprogetto tecnicamente completo si sia trasformato in un progetto precario dall’inizio.

Partiamo dall’acqua necessaria per far passare le navi. La via marittima deve avere una profondità sufficiente perché le porta container completamente cariche non tocchino il fondo. Ma i funzionari del canale rifiutarono gli avvisi dati dagli studiosi sul fatto che sarebbero servite nuove fonti di acqua e durante la recente stagione secca le postpanamax hanno dovuto alleggerire il carico per poter passare.

Il canale prende l’acqua dal lago artificiale di Gatún, formato dalla costruzione di una diga sul fiume Chagres. Dallo stesso lago dipende la vita dei panamensi, perché è da qui che si approvvigionano dell’acqua. Quando Jorge Luis Quijano, presidente dell’Autorità del Canale di Panamá, si è reso conto che l’acqua non sarebbe stata sufficiente, ha rimproverato i panamensi per utilizzare troppa acqua dal rubinetto.

E di cosa sono fatte le chiuse? Di calcestruzzo, possibilmente di qualità. Un calcestruzzo solido, di una qualità che duri 100 anni e sopporti gli effetti corrosivi dell’acqua salata nelle chiuse, richiede cemento, sabbia, pietra e acqua. Quando c’è poco cemento, il mix si fa poroso e difficile da stendere; ma se ce n’è troppo, il mix sarà suscettibile alle crepe. Per avere il calcestruzzo per le chiuse, sono state aperte fabbriche agli estremi del canale, però le materie prime sono state ricavate solo scavando dal lato del Pacifico. Le materie prime non erano adeguate per fare il calcestruzzo, perché non erano abbastanza integre. Il consorzio vincitore dell’appalto all’inizio si rese conto della scarsa qualità dei materiali, però apportò alcune “modifiche” e le chiuse si fecero lo stesso. Ci fu un rimbalzo di responsabilità fra i funzionari del consorzio e le autorità del canale, e il lavoro si fermò. Alla fine il consorzio riuscì a ottenere 463 milioni di dollari dalle autorità per coprire le perdite dovute alla fermata dei lavori. E del calcestruzzo non se ne parlò più. Fino ad agosto 2015, quando, durante le prove con l’acqua nel canale, si scattarono foto e si realizzarono video con i telefonini che mostravano come l’acqua filtrava attraverso il calcestruzzo in una delle chiuse del Pacifico. E non erano infiltrazioni piccole. Qui il video à https://www.youtube.com/watch?v=PpAjSbEGe54

C’erano due opzioni: o distruggere tutto e ricostruire, scelta che avrebbe comportato altre migliaia di dollari e altri ritardi nei lavori, o rinforzare le chiuse con sbarre di acciaio. Si scelse la seconda opzione. Tuttavia le chiuse del canale non possono dirsi al 100% sicure perché si trovano in una zona a rischio terremoto tale e quale a quella di San Francisco e l’area è vulnerabile a terremoti fino a 8 gradi di magnitudo. Studio che era stato presentato prima dell’inizio dei lavori al presidente di Panamá, che si era imbestialito contro i geologi etichettandoli come nemici della patria.

E infine, le misure delle chiuse. Contiamo che d’ora in avanti passeranno navi portacontainer di 122.000 tonnellate, 270 metri di lunghezza esposti al vento, 13.000 container impilati che diventano una vela e i rimorchiatori che si sforzeranno parecchio per guidare le navi fuori dal canale. Ma secondo i capitani delle navi, le misure delle chiuse non sono adeguate alle nuove imbarcazioni, che avranno pochissimo spazio per le manovre e praticamente zero possibilità di commettere errori.

È possibile che il nuovo Canale di Panamá in futuro funzioni a pieno regime, ovvero 12 postpanamax al giorno secondo i piani delle autorità, acqua a non finire, nessun terremoto e panamensi contenti. Questa è la speranza, ma il futuro del canale è alquanto incerto e non mancano le preoccupazioni da parte del settore pubblico e del privato.

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