Endangered: Caccia ai rinoceronti

Il numero di rinoceronti uccisi in Sudafrica è diminuito e questa non è una buona notizia. A cura di Lorenzo Colantoni
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Nel 2007 furono cacciati dai bracconieri 13 rinoceronti neri in Sudafrica. Nel 2015, almeno 1175, e la crisi si è espansa ad altri paesi. Una condanna all’estinzione già avvenuta per altre specie, e che potrebbe avvenire prima di quanto previsto in passato

Salve a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets da Lorenzo Colantoni e benvenuti ad un’altra puntata di Endangered, ambiente ed energia in via di estinzione. Oggi parleremo dei rinoceronti africani, su cui si è abbattuta un’ondata di bracconaggio senza precedenti.

La crisi iniziò in Sudafrica, dove vivono quasi 20,000 esemplari di rinoceronti, e dove questa popolazione beneficiava di un livello di protezione relativamente buono grazie alle numerose aree protette. Furono proprio queste però ad essere prese di mira a partire dal 2007, in particolare quelle al confine con il Mozambico per la facilità di poter esportare il corno oltreconfine. Quasi tutti i rinoceronti uccisi nel 2014 e nel 2015 in Sudafrica si sono infatti concentrati nel Krueger Park, al confine tra i due paesi, con oltre mille esemplari abbattuti all’anno su una popolazione di poco più di ottomila. L’aumento è stato tutt’altro che graduale: nel giro di cinque anni, 2007–2012, il numero di rinoceronti ucciso dai bracconieri è aumentato di cinquanta volte, raddoppiato subito dopo nel giro di due anni.

Se tra il 2014 e il 2015 il Sudafrica ha visto una diminuzione dei rinoceronti uccisi, quaranta in meno, il dato è però forse indice di problemi ancora più gravi. Primo, la diminuzione domestica si contrappone ad aumento a livello del continente: secondo la ONG Traffic, 1312 sono i rinoceronti uccisi in tutta l’Africa nel 2015. In Namibia sono aumentati in un anno di quattro volte, in Zimbabwe di cinque. Maggiori sforzi nella lotta al bracconaggio in un paese rischiano quindi di causare semplicemente lo spostamento dei cacciatori in altri paesi, che estendono le loro attività ai tre paesi che, in totale, ospitano il 95% della popolazione di rinoceronti africani.

I numeri potrebbero poi essere molto più preoccupanti di quelli ufficiali. Molte carcasse vengono occultate oppure non vengono trovate. La connivenza dei funzionari corrotti potrebbe ridurre la conoscenza effettiva dell’estensione del fenomeno e delle aree coinvolte. Si tratta del cosiddetto “Khaki-collar crime”, il crimine dei colletti khaki, indicando il coinvolgimento nel bracconaggio di veterinari, militari e guardiaparchi, gli stessi che dovrebbero proteggere i rinoceronti. Un’attività in cui vengono utilizzate armi avanzate, elicotteri e anestetici sofisticati — non per ridurre la sofferenza, ma per rendere l’operazione più silenziosa. Ma comunque devastante, lasciando il rinoceronte senza corno a morire dissanguato.

Le ragioni di questa epidemia di bracconaggio sono varie, ma sono tutte riconducibili alla fame di corni di rinoceronte in Asia e, principalmente, in Cina. L’incremento della presenza cinese nell’economia africana ha, infatti, portato con sé le organizzazioni criminali, i businessmen e il mercato che è dietro alla caccia e al consumo del corno di rinoceronte, e che ora si è esteso anche al crescente ceto medio asiatico. Quando, nel 2011, si sparse la voce che un ministro vietnamita riuscì a guarire dal cancro grazie alla polvere di corno, la domanda aumentò così tanto che furono diversi i casi di cittadini vietnamiti arrestati in Sudafrica per bracconaggio.

Il governo sudafricano sta ora collaborando con quello cinese per ridurre il fenomeno che potrebbe portare all’estinzione dei rinoceronti in pochi anni. Sulla specie infatti preme anche la distruzione dell’habitat e la crescente umanizzazione di aree vicine a quelle protette, che spingono spesso i rinoceronti verso aree meno controllabili, vicine al confine e dove sono più vulnerabili. Una sorte, quella dell’estinzione, a cui già sta andando incontro il rinoceronte bianco del nord. Dei quattro rimasti, uno è morto lo scorso novembre allo zoo di San Diego. Gli altri tre sono tutti in cattività, due femmine e un maschio con scarsissime possibilità di riproduzione, anche in vitro. Ed è quello che potrebbe accadere a tutti i rinoceronti nel giro di dieci anni. Dopo, l’unica lotta al bracconaggio sarà contro il furto, già accaduto in passato, agli animali impagliati nei musei di storia naturale.