Endangered: Cites, salvare gli animali selvatici dal fallimento dei trattati internazionali

Sabato 24 settembre parte la conferenza sulla Convenzione per il commercio di specie a rischio di estinzione per far fronte al crollo della biodiversità. A cura di Lorenzo Colantoni per Radio Bullets
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Sabato 24 settembre 2016 rappresenta quello che il Guardian ha chiamato il “giorno per la vita o la morte delle specie a rischio di estinzione”. 181 paesi si riuniscono a Johannesburg per riuscire a trovare un accordo su più stringenti regole per il commercio degli animali in via di estinzione, al momento sotto il cappello della Convention on the International Trade of Endangered Species, la CITES. Il cui fallimento nel passato ha portato alla decimazione delle specie di elefanti, rinoceronti e molte altre specie, e nel futuro le condannerebbe alla sparizione in un decennio.

Benvenuti a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets ad un’altra puntata di Endangered, ambiente ed energia in via di estinzione. Nonostante la situazione tragica della caccia e del commercio di specie a rischio estinzione del mondo, in realtà questo è regolato, tramite la CITES, sin dal 1975, una Convenzione di cui sono firmatari tutti i paesi ONU tranne una manciata (Turkmenistan, Haiti, Nord Corea e pochi altri). Questa rigurda 5mila specie di animali e 29mila specie di piante, divise in 3 appendici e molte delle quali nelle condizioni più critiche di conservazione. Questo perché, semplicemente, la CITES ha avuto un’efficacia estremamente limitata; un fallimento che ha come tentativo di soluzione la conferenza di Johannesburg, e le cui ragioni sono molteplici, parte dovute al funzionamento della Convenzione, parte alla forma mentis con cui è stata creata.

La prima debolezza riguarda le specie nella seconda appendice, circa 21mila e il cui commercio è concesso. La CITES ha istituito un sistema di permessi perché questo venga monitorato e regolato tramite le burocrazie dei paesi che vendono e quelli che acquistano le specie a rischio. Il problema è che questo meccanismo non ha tenuto in considerazione né l’implementazione, né un controllo adeguato di tutto il processo. Affidando la gestione dei certificati CITES alle forze locali, in paesi con grande biodiversità ma fortissima corruzione, come la Repubblica Democratica del Congo o il Vietnam, l’affidabilità di questi è praticamente nulla. Non a caso nel 2013 Greenpeace rintracciava i firmatari dei certificati dietro ad un carico sospetto di legname da una specie molto rara, proveniente proprio dal Congo e appena arrivato in Belgio: per la maggior parte erano in pensione, morti o sconosciuti. Una situazione aggravata dal numero consistente e dalla complicatezza del sistema, che per questo motivo spesso non è stato applicato. Pur essendo una Convenzione internazionale e legalmente vincolante poi, le missioni di controllo segretariato CITES sono state poche, non efficaci e spesso riferite a specie ad alta visibilità, tralasciando il traffico chiave di migliaia di esemplari di specie come i pangolini.

La seconda, e più importante debolezza, è stata quella di non considerare il lato della domanda; un punto fondamentale soprattutto per il primo Annex, quello contente circa 1200 specie di animali il cui commercio è da considerare illegale. Lasciando i mezzi di repressione del bracconaggio alle corruttibili autorità locali e senza gestire una domanda in crescita rapida dall’altro lato del confine, gli incentivi economici nel commerciare avorio dall’Africa Sub Sahariana o pelli di tigre dal Vietnam verso la Cina era semplicemente troppo grande. Non considerando punti fondamentali come la componente culturale, le alternative economiche delle comunità locali, autrici del bracconaggio ma forse quelle che in tutto questo hanno ricevuto la minor parte di guadagno, la Convenzione era dall’inizio destinata se non al fallimento, almeno all’irrilevanza.

Che cosa c’è quindi da aspettarsi dal risultato dell’incontro di sabato? Le proposte sul tavolo sono numerose e ambiziose: limitare la pesca di razze e squali, uccisi a milioni nell’oceano per le loro pinne, compromettendone così la funzione di regolatori dell’ecosistema. Dedicare speciale attenzione ai pangolini, sequestrati a tonnellate al confine tra Vietnam e Cina. Estendere il divieto di commercio d’avorio anche all’interno dei paesi firmatari, e quindi non solo a livello internazionale, per fermare una strage che ha ucciso un terzo degli elefanti della savana africana dal 2007 al 2014.

Temi interessanti, e la cui risoluzione è fondamentale per la sopravvivenza degli ecosistemi selvaggi mondiali. Il punto chiave è però un altro: trovare un sistema perché i trattati ambientali funzionino, nonostante la diffusa mancanza di interesse di molti paesi e la difficoltà di trattare con una questione che molti ancora considerano una competenza nazionale. Una discussione che così vede coinvolta anche la necessità di sviluppare alternative economiche, stimolare la trasparenza e abbattere la corruzione, quest’ultima una misura che da sola potrebbe determinare il successo o il fallimento della nuova CITES. E che, partendo dalla biodiversità, potrebbe portare al successo di un’idea di società sostenibile a tutto tondo.