Endangered: Il picco del petrolio

Peak oil: storia del petrolio che doveva finire, e invece non finirà. A cura di Lorenzo Colantoni per Radio Bullets
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Il petrolio non finirà. O meglio, a differenza di quello che si pensava negli anni Cinquanta, quello di cui dovremmo essere preoccupati non è quando si esauriranno le riserve, ma di riuscire a smettere di consumare petrolio prima di arrivare a quel punto.

Salve a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets da Lorenzo Colantoni, e benvenuti ad un’altra puntata di Endangered, ambiente ed energia in via di estinzione. Mentre si discute, si vota e si parla di petrolio in Italia, parleremo del futuro delle riserve mondiali di petrolio e del concetto di peak oil.

Il peak oil è una teoria formulata da un geologo al lavoro per Shell negli anni Cinquanta, Marion King Hubbert, in relazione alle riserve petrolifere americane. Prendendo in considerazione i tempi in cui la produzione di un singolo giacimento sarebbe aumentata e poi diminuita, fino ad esaurirsi, Hubbert estese il concetto a tutta la produzione di petrolio americana. Predisse così che avrebbe raggiunto il massimo intorno agli anni ’70, il peak oil appunto, per poi iniziare a diminuire. Nel 2030 le riserve si sarebbero quindi quasi completamente esaurite. Per esteso, il concetto fu applicato alle riserve mondiali, ipotizzando un peak oil della produzione di petrolio di tutto il pianeta e il conseguente esaurimento della risorsa.

Se da una parte la teoria sembra non tenere conto di una serie di fattori fondamentali, come la variabilità del prezzo di petrolio o la scoperta di nuovi giacimenti, ebbe un successo significativo per un semplice motivo: si rivelò perfettamente accurata per il caso degli Stati Uniti. Almeno fino al 2009.

In quell’anno iniziò infatti il progressivo aumento della produzione statunitense grazie alla scoperta di nuove tecnologie, che hanno reso i giacimenti di petrolio non convenzionali economicamente accessibili, in molti casi rivoluzionando la distribuzione delle riserve mondiali. Gli Stati Uniti in particolare, ma anche il Canada e il Sud America hanno visto il petrolio a propria disposizione raddoppiarsi, con una conseguente impennata della produzione. Il trend previsto da Hubbert si era improvvisamente invertito, aumentando di decenni la capacità mondiale di produrre e consumare petrolio.

Il concetto di peak oil in realtà andava bene per gli Stati Uniti, ma stava già stretto al resto del mondo. Le riserve globali sono aumentate costantemente dal 1990, nonostante la crescita del consumo. Da una parte nuove scoperte in aree prima inesplorate, in alcune regioni del Sud America o in paesi africani come Ghana e Angola ad esempio, hanno aumentato la quantità di riserve conosciute. Il vero cambiamento è però stato sempre tecnologico: nuove tecniche di estrazione hanno permesso di sfruttare giacimenti conosciuti, ma che per anni si era ritenuto non fosse conveniente sfruttare. Negli anni 2000 l’Agenzia Internazionale per l’Energia non si chiedeva più quanto petrolio ci fosse, ma quanto e chi si potesse permettere di sfruttarlo. In altre parole, con le adeguate risorse finanziarie la produzione di petrolio potrebbe andare avanti per un periodo tuttora indefinito. Con sussidi alle fonti fossili pari a 5300 miliardi in tutto il mondo nel 2015, dieci milioni al minuto, i fondi sembrano non mancare.

Nel 2015 una ricerca cambiava ulteriormente il focus della domanda. In quell’anno gli scienziati Christophe McGlade ed Paul Ekins pubblicavano uno studio sulla quantità di petrolio, gas e carbone che non dovesse essere estratta per mantenere l’innalzamento della temperatura globale sotto i due gradi. Il 33% delle riserve mondiali di petrolio era per loro da considerarsi non consumabile per raggiungere l’obiettivo, con differenti percentuali per regione: il Canada non potrebbe sfruttare il 74% delle proprie riserve, perlopiù non convenzionali, proprio perché queste producono maggiori emissioni sia nell’estrazione che nel consumo.

La teoria del peak oil era un’arma a doppio taglio per gli ambientalisti: da una parte la fine del petrolio rendeva le alternative necessarie. Dall’altra incentivava gli investimenti e le esplorazioni, stimolati dallo spauracchio dell’esaurimento. Tutto questo è ora cambiato, ma è invece chiaro che esiste un limite al consumo di un’altra risorsa, strettamente correlata: la capacità del pianeta di assorbire i mutamenti prodotti dall’uomo e dalle emissioni prodotte in gran parte dai combustibili fossili. Un limite che potremmo oltrepassare già nel 2035, quando avremmo emesso così tanta anidride carbonica da provocare cambiamenti irreversibili e potenzialmente disastrosi. Decenni prima di raggiungere il nuovo peak oil, se questo mai esisterà.

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