Endangered: Il refuso che ha fatto tremare la terra

Errori di ortografia e le lamentele dell’industria del carbone: due storie dopo la Conferenza sul Clima di Parigi. A cura di Lorenzo Colantoni
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Salve a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets da Lorenzo Colantoni e benvenuti ad un’altra puntata di Endangered, ambiente ed energia in via di estinzione. Un errore di battitura ha fatto quasi fallire l’accordo sul clima e le lobby del carbone si lamentano per il “lavaggio del cervello” che ha fatto l’Onu alla popolazione mondiale: oggi raccontiamo due storie dal post conferenza sul clima di Parigi.

Dire che un errore di battitura abbia quasi fatto fallire la COP21 è in realtà limitante: quello che è stato presentato come tale era forse un azzardo per forzare la mano degli Stati Uniti, ma che in realtà ha rischiato di compromettere la fattibilità dell’accordo stesso. All’1:30 del pomeriggio del sabato mattina, già un giorno oltre la scadenza ufficiale, quando ormai il testo definitivo era stato preparato e la firma era quasi una formalità, gli Stati Uniti hanno fatto obiezione verso un singolo articolo, il 4.4, di fatto rimettendo in discussione tutto il trattato. Il punto era, in realtà, decisivo: la parte dell’accordo riguarda la divisione dei ruoli tra paesi in via di sviluppo e paesi industrializzati. La versione opposta dagli avvocati del governo statunitense recitava che i primi should (all’incirca, dovrebbero) rispettare i propri obblighi, i secondi invece shall (dovranno). Un punto che avrebbe potuto quindi implicare un obbligo legalmente vincolante per i paesi industrializzati, che gli Stati Uniti hanno opposto per tutta la durata della conferenza. La situazione era critica: portare la discussione sul piano diplomatico avrebbe riaperto ufficialmente il dibattito sul trattato, comportando altri giorni di lavoro in più e minacciandone il successo, che sembrava ormai garantito. La soluzione arrivò da parte della diplomazia francese, che conduceva le negoziazioni, e che riuscì a far passare l’errore come “di battitura”, accusando la stanchezza di tre giorni di discussione notte e giorno. Il testo quindi non richiedeva un ulteriore dibattito, ma solo una correzione. L’articolo, modificato in should per entrambi, fu quindi incluso nel testo finale, firmato di lì a poco. Una soluzione diplomatica, ma che lascia il sapore di un tentativo fallito di portare parte dell’accordo su di un livello differente.

Stupiscono invece le parole di Brian Ricketts, a capo della lobby europea del carbone Eurocoal, che, in una lettera ai membri, ha commentato in questo modo il risultato della conferenza di Parigi:

“E’ stata venduta una menzogna al mondo, una menzogna che la maggior parte delle persone sembra accettare, anche se non ci credono. L’Onu ha fatto, con successo, un lavaggio del cervello tale alla popolazione mondiale, che l’evidenza scientifica, l’analisi razionale, il ragionamento illuminato e il buon senso non hanno più valore.”

La lettera è una chiara risposta all’impatto che il risultato della conferenza ha avuto sulle compagnie del carbone, il valore delle cui azioni è diminuito con rapidità, come nel caso di Peabody, la più grande al mondo, che ha perso bruscamente il 12,6%. Un commento però decisamente brusco e poco giustificato, soprattutto da quel buon senso e quell’evidenza scientifica che Ricketts nomina: il carbone è responsabile per il 35% delle emissioni globali, il 44% di quelle da energia e l’88% delle risorse mondiali non dovrebbero essere estratte per tenere l’incremento di temperatura sotto i due gradi. Dati che forse il lobbista non ricordava bene quando scriveva il proprio accorato appello a difendere il carbone.