Endangered: L’Opec chiude un accordo che potrebbe non avere futuro

La poca convinzione dei suoi membri e la forza dei paesi fuori dal cartello potrebbero minarne in successo. Ma forse è il mondo del petrolio stesso ad avere un destino incerto. A cura di Lorenzo Colantoni per Radio Bullets
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Gli accordi dell’OPEC hanno fatto paura all’Occidente dagli anni ’70, quando accaddero le prime due crisi petrolifere. Dopo otto anni il cartello ne ha raggiunto un altro, per risolvere il problema del basso prezzo del petrolio. Eppure, questa volta c’è poco da temere, e il risultato è il simbolo ma della sconfitta della una guerra (di prezzo), iniziata dall’Arabia Saudita contro gli Stati Uniti.

Benvenuti a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets da Lorenzo Colantoni ad un’altra puntata di Endangered, ambiente ed energia in via di estinzione. Il 28 settembre in Algeria l’OPEC, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, ha firmato un accordo ad Algeri per diminuire la produzione da 33,2 milioni di barili (il mese scorso) a 32,5 milioni di barili. L’obiettivo è quello di alzare il prezzo del petrolio, ora ben lontano dagli oltre cento dollari al barile, raggiunti l’ultima volta nel 2014; un effetto in realtà quasi immediato, quello del rialzo, con +5,32% pochi minuti dopo la chiusura del meeting in Algeria. Nella proposta ideata dall’Algeria l’Arabia Saudita subirebbe il taglio più massiccio (400mila barili), gli Emirati Arabi ridurrebbero di 150mila, l’Iraq di 130mila. All’Iran invece sarebbe concesso un aumento di 50mila barili al giorno, per recuperare il livello di produzione precedente alle sanzioni.

Tutto questo però potrebbe non accadere, o avere un effetto molto inferiore a quanto prospettato. Questo accordo, innanzitutto, non è stato né ufficializzato, né formalizzato: questo succederà nell’incontro di Vienna a novembre, e in un mese di tempo la poca compattezza del cartello e il desiderio dell’Iran di aumentare ulteriormente la produzione, e di non seguire soprattutto la strategia del suo rivale sunnita, potrebbero rompere il già fragile accordo. Questo non conta poi i produttori di petrolio che non sono nell’OPEC, e che hanno acquistato una rilevanza crescente negli ultimi anni; la Russia, ad esempio, ha forti interessi nel potenziare la propria produzione di petrolio, a fronte di una crescente dipendenza dell’UE dal paese per la risorsa, che viene molto meno contrastata dalla Commissione Europea rispetto al gas, al centro della discussione sull’Ucraina. A settembre è arrivata a pompare, secondo stime recenti, 11,1 milioni di barili al giorno, rompendo il record stabilito in epoca sovietica. La chiave è poi nel più grande produttore di petrolio al mondo, che non è più l’Arabia Saudita da ormai due anni: sono gli Stati Uniti, le cui azioni sono sicuramente indipendenti dall’operato dell’OPEC.

Era proprio contro di loro che l’Arabia Saudita aveva scatenato la guerra di prezzi di cui questo accordo sancisce la sconfitta. La decisione di non limitare la produzione, e quindi di lasciare che i prezzi si abbassassero, serviva al paese per frenare la crescita esponenziale del petrolio statunitense, ottenuto tramite il fracking, tecnica non convenzionale conosciuta da tempo ma solo da pochi anni resa commercialmente interessante. Essendo però un petrolio più costoso ad estrarsi rispetto a quello saudita, l’obiettivo era quello di mettere alle strette i produttori statunitensi fino al fallimento, finanziando nel frattempo l’economia saudita con le vaste riserve finanziarie possedute. Riserve che però si sono quasi esaurite mentre la tecnologia statunitense si evolveva abbastanza da abbassare ulteriormente i costi, e lo stato saudita si trovava costretto ad emettere le prime e molto impopolari norme di austerità. Per, infine, essere costretti a capitolare e raggiungere questo accordo.

L’Arabia Saudita ha però forse trascurato un dettaglio, oltre all’avanzamento tecnologico nel fracking: la possibilità che il prezzo basso del petrolio abbia in realtà una forte componente strutturale: in un mondo in cui l’Europa ha una domanda di petrolio decrescente, le nuove tecnologie rendono l’elettrificazione dei trasporti una realtà, il prezzo del gas è sempre più svincolato da quello del petrolio (un tempo era interamente indicizzato invece) e le rinnovabili diventano economiche anche quanto il carbone, può essere che il petrolio non abbia più il ruolo, e quindi la domanda, dei tempi precedenti all’inizio della transizione energetica. Una realtà che paesi come l’Arabia Saudita dovranno affrontare prima o poi, e non sarà un processo semplice.

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