GeoCinema: Il diritto di uccidere

Tra un terrorista e la possibilità di ucciderlo prima che esploda, c’è una bambina. Un danno collaterale. Un film che tiene con il fiato sospeso, dove lo spettatore è costretto a scegliere da che parte stare. “Il diritto di uccidere” ce lo racconta Mariangela Matonte su Radio Bullets
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Eye in the Sky, nelle sale italiane con il titolo de il Diritto di Uccidere. È questo il tema portato sul grande schermo da Gavin Hood, il diritto di sacrificare una vita per salvarne molto di più. Dilemma irrisolvibile per la finitezza umana. Il film di Gavin Hood più che sui droni (l’eye in the sky, l’occhio nel cielo) è sul diritto, sulla legittimità politica, militare e morale di sacrificare una vita (innocente) per salvarne tante di più. E sulla legittimazione di siffatte azioni.

Le regole di ingaggio sull’uso dei droni parlano chiaro. Il loro impiego è subordinato all’impossibilità di eseguire la cattura e alla certezza, quasi assoluta, di non produrre vittime tra i civili. È in questo quasi che si nasconde il diavolo.

Attorno a questo dilemma si snoda, in modo asciutto ed efficace, tutta la trama di Eye in the Sky. Sulla opportunità di operazioni di questo tipo. A decidere un paio di generali e alcuni pezzi grossi, molto grossi, della politica mondiale.

Il film si snoda in tre Paesi diversi, Stati Uniti, Gran Bretagna e Kenya. Guerra 3.0. Tutto avviene in remoto. Militari, politici e burocrati partecipano, attraverso un monitor, alla esecuzione di una missione delicatissima: scovare e catturare tra i più pericolosi esponenti di al Shabab, alias una delle maggiori espressioni del terrorismo islamico in Africa.

La base da cui deve partire il drone è in Nevada (la dirige Gavin Hood in persona nei panni del colonnello Walsh). A Pearl Harbour, invece, c’è l’Intelligence americana. In campo, in carne e ossa, un agente somalo, Farah al servizio degli americani.

A dirigere l’operazione da una base inglese il comandante Katherine Powell, interpretata dal premio Oscar Helen Mirren.

“Abbiamo il numero 2, 3, 4, 5 della lista autorizzata dal Presidente. Dobbiamo agire.”

La lista è la famosa kill list, l’elenco dei terroristi da colpire, approvata periodicamente dal Presidente degli Stati Uniti su un elenco di pericolosi terroristi internazionali redatto dal Consiglio di Sicurezza nazionale.

gli obiettivi più importanti della missione sono i numeri 2 e 3 di questa lista, sono una coppia di cittadini britannici converti all’Islam e soprattutto al terrorismo sanguinario di al Shabab. La donna è la famigerata Signora Hallen,la vera ossessione del comandante Powell,

Al Shabab in arabo vuol dire gioventù.

Il gruppo ha notevoli capacità di azione e di affiliazione (al Qaeda, Isis). Nel suo curriculum il massacro alla università di Garissa lo scorso anno (in cui sono stati barbaramente trucidati 148 studenti di origine cristiana) e l’assalto al centro commerciale Westga te di Naroibi, nel 2013.

Inizialmente al Shabab conquista il sostegno di buona parte della popolazione presentandosi come il liberatore della Somalia dalle truppe etiopi che hanno occupato il Paese nel 2006 per combattere “Signori della guerra” e come guardiano della identità islamica del popolo somalo. Una identità che viene radicalizzata, al Shabab instaura la sharia. Nei territori sotto il loro controllo è oscurantismo totale. Vietato fumare, ascoltare musica, guardare la tv. Tutte pratica lesive della religione islamica secondo il wahabismo. I somali sono per lo più sunniti e sufiti (più tolleranti dei salafiti wahabiti). Al Shabab si trasforma in un movimento terroristico, si affilia ad al Qaeda, ne abbraccia i metodi sanguinari (anzi li supera).

Decimato dalla missione Amison (la forza militare dell’Unione africana in Somalia) e dai raid dei droni americani, al Shabab si sposta in Kenya dove, oltre che la contiguità territoriale, a fargli gioco sono malgoverno, corruzione (servizi segreti in testa), nepotismo, radicalizzazione, nonché la crescente marginalizzazione della comunità musulmana (il 10% della popolazione).

Dal 2012 centinaia di kenioti musulmani sono stati reclutati da al Shabab per compiere attentati suicida contro la popolazione cristiana.

Catturare i numeri 2, 3, 4 e 5 di al Shabab non è cosa da poco. Due ostacoli impediscono la rapida esecuzione della missione: La nazionalità del target due inglesi e un americano

Possiamo uccidere cittadini inglesi in un Paese alleato non in guerra?” si chiedono dalla War Room del capo del Gabinetto di Governo britannico.

“I terroristi hanno perso il diritto di essere cittadini americani; sono nemici degli Stati Uniti“. La risolve cosi il Segretario di Stato americano a cui tutti hanno rimesso la patata bollente.

Il secondo ostacolo è assai più complicato. Si tratta della vita di una bambina- la piccola Aisha, una bambina che vende il pane proprio nei paraggi dell’obiettivo da colpire

“This changes things.” dice con tono grave il Generale Benson da Londra.

La missione iniziale è catturare, non uccidere. Poi diventa uccidere. Ad ogni costo. Anche al costo della vita di Aisha. Perché Ringo, il simpatico scarafaggetto telecomandato che svolazza nel covo di al Shabab rimanda immagini inquietati. gli uomini di al Shabab stanno indossando esplosivo, molto esplosivo, pronti a compiere un attacco kamikaze.

“Diamo la caccia alla Hallen da sei anni. Non possiamo farla uscire dalla casa viva.” (Comandante Powell)

Ma a Londra la fanno meno semplice rispetto agli americani-

“Possiamo autorizzare una missione con danni collaterali al 65%?”

Il film di Gavin Hood solleva aspetti politici, militari e morali si intrecciano inestricabilmente fra loro.

Come siamo messi con la bambina?” (Comandante Powell)

“Per lei il 65% di possibilità di morte.” (Sergente Mushtaq)

“Dobbiamo scendere.” (Comandante Powell)

“Dozzine di altre bambine saranno in pericolo se non colpiamo, se perdiamo i nostri obiettivi … pronti a colpire di nuovo.” (Comandante Powell)

Gli americani premono per l’azione. Gli inglesi esitano. Non perché siano più buoni. Sono solo più preoccupati delle reazioni dell’opinione pubblica.

“Se al Shabab uccide 80 persone in un centro commerciale tutto il mondo sarà con noi, ma se uccidiamo una bambina avranno vinto loro.”

A Londra la questione è centrata appieno. Si chiama opinione pubblica.

I militari, Benson e la Powell, fremono. Per loro politici e burocrati stanno perdendo tempo, preoccupati più di scaricare il famoso barile (pesantissimo con una decisione del genere) che salvare vite umane.

Il Sergente Mushtaq) riesce finalmente a farla scende la percentuale stimata di “danni collaterali”, intorno alla quale si gioca la vita di Aisha.

” … al di sotto del 50%…se miriamo in questo punto, più in fondo alla casa. Sono previsioni, Comandante, solo previsioni anche se spostiamo la direzione del drone.” (Sergente Mushtaq)

Sono previsioni, dice la Herren il Comandante Powell al Sergente Mushtaq

Lei ha fatto tutto il possibile per salvare la bambina e questo la esonera da ogni responsabilità tenente. Nel rapporto scriva danni collaterali stimati al di sotto del 50%.”

È nel compound in Nevada da dove partono i droni, in mezzo al deserto, che si consumano i momenti più toccanti. Il pilota colonnello Watts e un aviatore semplice, Carrie Gershon, una giovane donna.

Completamente isolati dalle stanze del potere politico e militare. A loro spetta solo muovere il joystick.

Colpita, e poi colpita di nuovo da un secondo missile Hellfire necessario ad uccidere la Hallen, ridotta a brandelli ma ancora viva.

Il secondo lancio e l’ultimo respiro di Aisha tra le braccia del giovane padre. Lui che aveva costruito un bellissimo hula hoop per una bellissima bambina, che la chiamava tesoro e la metteva in guardia dai miliziani fanatici di al Shabab … non farti vedere da loro, giocare è proibito…

Usciamo dal cinema certi di due cose.

I droni di vittime innocenti ne fanno, eccome. Lo ha dovuto ammettere anche Obama che ha fatto dei droni il principale strumenti operativo della sua “dottrina”.

Il film di Gavin Hood ci invita a riflettere. Nostro malgrado. Questo è il suo grande merito, oltre all’aver saputo mettere in campo, acriticamente e in modo magistrale, tutte le posizioni dei decision-maker, in tutta la loro potenziale validità.

Inevitabilmente, finito il film, diremo la nostra su cosa era giusto fare e cosa era sbagliato. Saremo inclini, di certo, a prendere una posizione dal punto di vista morale… Quale? Siamo sicuri di sapere cosa avremmo fatto al loro posto, al posto di ognuno dei protagonisti? Quale sarebbe stata la nostra scelta morale?