GeoCinema: La canzone perduta

I curdi esistono? Certo, sono venticinque milioni divisi in una regione montuosa a cavalcioni tra Turchia, Iraq, Siria, Iran. No, non esistono, sono turchi, devono esserlo. E per convincerli, la Turchia “moderna” ha imposto ai curdi di dimenticare di essere curdi. A partire dalla loro lingua. Se una lingua non esiste, un popolo non esiste. Il genocidio della lingua. Ma la mente e il cuore non si arrendono. Le parole sono lì pronte a emergere impetuosamente, a scivolare fuori, ad affermare la loro esistenza, alla ricerca di una identità perduta. Di una canzone perduta. A cura di Mariangela Matonte per Radio Bullets
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Esordio cinematografico di Erol Mintaş, giovane regista curdo-turco, La Canzone perduta è un film ispirato ad una storia vera. Quella del regista, di sua madre, del suo popolo. I curdi. Oggi parliamo di curdi.

La Canzone perduta è un film in cui memoria, amore e identità provano a coesistere, senza riuscirci È cresciuto a Istanbul Erol negli anni Novanta quando ai curdi è stato detto che non potevano parlare in curdo, scrivere in curdo, leggere in curdo. Perfino pensare in curdo. L’uso del curdo era semplicemente vietato.

E per essere sicuri che ai curdi turchizzati, come vengono chiamati i turchi delle montagne a cui è stato imposto l’uso del turco, un bel giorno non venisse alla memoria di essere curdi, era vietato ai genitori dare nomi curdi ai loro figli perché contrario alla “cultura e alle tradizioni della nazione.”

La Canzone perduta si apre un’aula di scuola elementare.

Kurdistan turco, 1993. Alì insegna, fa il corvo, poi fa il pavone, poi di nuovo il corvo. Mima la storia del corvo che sogna di diventare pavone.

I bambini non sapranno come va a finire la storia, se quello del corvo rimane solo un sogno. Sotto i loro occhi spaventati uomini armati fanno irruzione e prelevano Alì, lo portano via.

Stava insegnando in curdo e questo era vietato.

La nuova Costituzione dei militari, dopo il golpe dell’Ottanta, ha elevato il turco a rango di “lingua madre”, mettendo al bando l’uso di altre lingue.

Passano vent’anni dalla prima scena. Ci trasferiamo I stanbul, Alì vive a Istanbul con l’anziana madre Nigar. Come tanti curdi.

I due devono lasciare Tarlabasi, il quartiere di Istanbul simbolo della questione curda, che negli anni Ottanta dopo l’esplosione del conflitto tra l’esercito turco e il PKK di Öcalan ha “accolto”, per modo di dire, i rifugiati curdi trasformandosi in un villaggio rurale dell’Anatolia, assumendone costumi e fattezze.

Poi è arrivato Erdogan, il “miracolo economico”, il boom immobiliare.

I prezzi hanno cominciato a salire anche lì. Alì e la madre sono costretti a spostarsi più in periferia. Come tanti curdi.

Ma l’anziana donna non si rassegna a vivere in mezzo a tutto quel cemento, cerca una canzone nella sua lingua che la riporti al villaggio, tra la sua gente.

La canzone perduta diventa la metafora di un’ossessione, l’ossessione di tornare al suo villaggio, il suo, perché Nigar è convinta che tutti i curdi siano tornati nei loro villaggi. Tutti tranne lei. Invano Alì cerca di convincere la madre che il villaggio non esiste più. Oltre 3000 villaggi curdi nell’Anatolia orientale sono stati distrutti durante gli anni Ottanta.

Meccanicamente, ogni giorno Nigar prepara i bagagli per partire. Pazientemente, ogni giorno, Alì li disfa. Pazientemente cerca la canzone perduta, nei mercati, aggirandosi tra i banchi di robivecchi. Spera di alleviare le sofferenze della madre. E anche le sue.

Non ci riesce Alì a trovarla quella canzone, non ci riesce ad aiutare la madre e nemmeno se stesso, sospeso tra passato e futuro, tra l’essere curdo e il diventare turco, tra il ruolo di figlio e quello di padre imminente.

Muore Nigar, lontano dal suo villaggio e dalla sua canzone perduta. Come tanti curdi. Estirpati dai loro villaggi, lì nel cuore dell’Anatolia orientale, e trapiantati nelle grandi città.

Più di un milione i curdi arrivati nei centri urbani del paese; altrettanti sono andati a formare la diaspora in Europa, soprattutto in Germania.

Istanbul è diventata la più grande città di curdi al mondo. Circa tre milioni, a mille e cinquecento chilometri da quella che può essere considerata la loro terra, il Kurdistan turco.

La repressione della etnia curda si giocata per decenni proprio sul piano della lingua. Vietato l’uso del curdo nelle scuole e negli uffici pubblici, messe al bando le pubblicazioni in lingua curda fino al divieto, negli anni Ottanta, di usare il curdo negli spazi pubblici per “salvaguardare l’unità della nazione”.

Difficile a credersi ma è stato proprio Erdogan, il “primo” Erdogan, ad aver fatto più di chiunque altro per far rivivere le radici multiculturali della Turchia, di Istanbul.

Paradosso solo apparente, perché la Turchia di Erdogan è ideologicamente diversa dalla Turchia di Atatürk, il fondatore della Turchia moderna, il padre della patria.

La Turchia che Erdogan aveva in mente si ispira all’Impero Ottomano un impero pan-sunnita (la maggior parte dei curdi è sunnita), dove elemento unificante di popoli diversi è la religione, il sunnismo, appunto.

Proprio come era nell’Impero Ottomano dove più o meno pacificamente convivevano tante minoranze, e i curdi, come le altre minoranze, godevano di ampia autonomia.

Con il primo governo Erdogan (2002–2007) sono state realizzate alcune importanti riforme nel campo dei diritti linguistici (negati dal 1923), tra cui il riconoscimento dell’uso del curdo nella sfera pubblica (ad esempio le testimonianze in lingua curda).

È stato rimosso il divieto di chiamare i bambini con nomi curdi. Permane, invece, il divieto dell’insegnamento del curdo nelle scuole pubbliche.

Poi il sultano è impazzito, ha fatto marcia indietro avviando una nuova campagna di violenza e di intimidazione contro i curdi.

Si è avuto, come noto, una a una escalation della tensione, già estremamente alta, nel Kurdistan turco complice la guerra in Siria.

In questo momento storico Erdogan “ha ragione” a temere i curdi e le loro rivendicazioni. Ma per i motivi sbagliati. È il riaccendersi delle discriminazioni e soprattutto la ripresa delle repressioni nei confronti della comunità curda anche sul piano del riconoscimento dei diritti sociali e culturali che rappresenta il vero pericolo l’integrità della Turchia. Non la guerriglia del PKK anche perchè le istanze autonomiste-separatiste quelle di un Kurdistan turco autonomo all’interno di un grande Kurdistan sono uscite dai radar anche dei curdi più radicali

Il film si chiude con Alì che vent’anni dopo insegna in una scuola elementare. Racconta la stessa storia, Il corvo che sogna di diventare pavone. La racconta in turco, questa volta.

Ma non si è ancora convinto di essere diventato turco. Alì è anche uno scrittore. Scrive in curdo, la sua lingua.

Oggi è la questione linguistica il nodo centrale della normalizzazione dei rapporti fra le due comunità. Al centro c’è la riforma della Costituzione, con la rimozione, come chiede la comunità curda dei riferimenti etnici per la cittadinanza turca. Il riconoscimento dei diritti socio- politici e il pluralismo linguistico e culturale indebolirebbero le istanze dei curdi più radicali e permetterebbero ad Alì di raccontare la storia del corvo che sogna di trasformarsi in pavone nella sua lingua. Il curdo.

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