I Gelsomini del Maghreb: Un anno di pillole di gelsomini

Per questa puntata dei Gelsomini abbiamo pensato di farvi un piccolo regalo. Vogliamo farvi riascoltare le frasi più significative delle interviste che ci hanno rilasciato durante questo anno in vostra compagnia. Pillole di gelsomini in perfetto stile Radio Bullets. Eccole per voi. A cura di Leila Ben Salah

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Sposa le coppie omosessuali e celebra i funerali ai trans, nella sua moschea uomini e donne pregano insieme senza distinzione. Ecco Ludvic Mohamed Zahed, il primo imam dichiaratamente gay in Europa. Insieme a lui andiamo alla scoperta di un nuovo Islam un Islam diverso che non guarda all’orientamento sessuale e che con la sua fede è pronto ad abbracciare davvero tutti. A chi ti accusa di eresia come rispondi? “Io penso che a chi dice che non possiamo esser gay e musulmani dobbiamo rispondere che non possiamo essere nemmeno omofobi, misogeni, antisemiti, razzisti e musulmani allo stesso tempo. Queste persone hanno una rappresentazione molto dogmatica e molto fascista dell’Islam, pensano che possono decidere loro chi deve dormire con chi, chi deve amare chi, chi si deve sposare con chi. Questo è un potere che storicamente non è mai appartenuto a un imam”.

Le sue caricature non risparmiano nessuno, sesso, religione, Dio, il profeta Maometto. Per questo il disegnatore tunisino che si fa chiamare Zeta è finito nel mirino degli islamisti, ma lui non si fa intimorire e continua a raccontare l’attualità attraverso i suoi disegni che trovano spazio nel blog Debat Tunisie. Dopo Charlie Hebdo, dopo l’Iraq e dopo la Siria, possiamo ancora ridere?

“Non potremmo mai ridere delle persone che sono morte e della sofferenza ma certamente c’è molto da ridere e da disegnare su Daesh e lo stato islamico perché per me queste persone sono dei clown e dei comici. Sono ridicoli, credono veramente che quello che stano facendo li porterà in paradiso. Sono persone che hanno un rapporto molto primitivo con la religione ed è evidente che Daesh è uno strumento di forza geopolitica che non ha nulla a che vedere con la religione. Sono dei clown, sono delle marionette, ma marionette macabre tristi, ma restano comunque dei clown e c’è molto da ridere e disegnare sui clown”.

Si chiama Nacer Ibnabdeljalil ed è il primo marocchino ad aver attraversato il Polo nord sugli sci. Nacer non è nuovo a imprese del genere: a maggio 2013 aveva scalato gli 8848 metri del monte Everest e adesso si è lanciato uni una nuova sfida a scopo umanitario. Lei ha percorso più di 200 km con gli sci in condizioni climatiche estreme con temperature sotto i 40 gradi. Qual è stato il momento più difficile?

“In effetti ci sono stati molteplici momenti difficili ma forse il primo è stato quando l’elicottero ci ha lasciato a 200 km dal Polo Nord e lì ci siamo ritrovati da soli, quattro persone e intorno a noi c’era solo il bianco e ci siamo detti quanto siamo piccoli di fronte a questa natura straordinaria. Il primo contatto con la neve è stato forse il primo momento in cui ho realizzato e preso coscienza di tutta questa immensità”.

Una gonna giudicata troppo corta e una ragazza che viene allontanata dall’Università, ecco la goccia che ha fatto traboccare il vaso, almeno secondo la regista algerina Sofia Djema. Che ha lanciato la propria battaglia online attraverso i social network. Che succede se una ragazza esce in strada con una minigonna?

“Succede che viene infastidita insultata, diventa sempre più difficile uscire e se questo succede nella capitale ad Algeri figuriamoci nei villaggi più interni o al sud, dove la donna non esiste per niente negli spazi pubblici. Non è sopportabile. Io stessa quando devo uscire in Algeria comincio ad essere stressata e quando cammino per strada vengo sempre adocchiata e insultata solo perché ho deciso di uscire con una gonna che arriva appena al ginocchio. Non solo sguardi, ma anche mani che toccano, è veramente insopportabile”.

Si chiama Taouka Ben Mohamed, ha 24 anni, ma una grinta da vendere. Sotto il velo nasconde bellissimi occhi neri che tradiscono la voglia di libertà e la ribellione del papà. Suo padre, infatti, è stato uno dei maggiori oppositori del regime di Ben Ali e per questo era dovuto fuggire dalla sua Douze, nel Sud della Tunisia, lasciando la famiglia per trovare un nuovo futuro in Italia. Lei è una graphic journalist e il suo Fumetto Intercultura sta facendo il giro del mondo. Come hai vissuto quegli anni con tuo padre in esilio in Italia e voi, una famiglia di attivisti, in Tunisia?

“Io ho vissuto fino all’età di otto anni in Tunisia e ho molti ricordi. Mio padre ha lasciato la Tunisia quando avevo quattro mesi. Ricordo che i servizi segreti venivano ogni notte a perquisire casa e sono continuati a venire anche dopo la partenza di mio padre. Ho tantissimi ricordi anche di mio zio carcerato che veniva torturato in prigione. In quei pochi giorni che usciva, vedevo i segni di tortura su di lui. Ricordo che mia madre veniva chiamata spesso e interrogata su questioni che lei stessa non conosceva. Di mio padre non sapevamo nulla, né dove stava, né se era vivo o morto. La dittatura è veramente qualcosa di terribile. Non torturavano solo i diretti interessati, ma facevano in modo di esiliare socialmente l’intera famiglia”.

Il suo nome è Fathy Bourayou, detto anche Fathy il pazzo. sfida gli islamisti a colpi di matita e dopo la condanna a morte è stato costretto a rifugiarsi in Francia, qui organizza due festival per vignettisti. Sei Fathy il pazzo, perché cosa hai fatto di folle?

“Pazzo, perché quando si vive in un regime militare che ti impone la dittatura militare e sociologica disegnare i militari e disegnare i barbuti è una follia. Io sono stato molto volgare perché ho disegnato la moschea con un preservativo sul minareto e ho scritto: ‘Allah ci protegge’. E questo mi ha costato la prigione per due mesi”.

Si chiama “Habka” ed è il primo fumetto manga mai pubblicato in Libia. Il destino non ha concesso ai due fumettisti libici Tawfik Bensaud e Sami Elkwafi di vedere il loro sogno diventare realtà. Gli estremisti li hanno uccisi entrambi mentre si preparavano a lanciare il primo giornaletto a fumetti del Paese che fonde stili tradizionali e manga giapponese. Ma ci hanno pensato i loro amici Noureldin Elhonie, Mansor Duffani e Ahmed al-Sharif. Noi abbiamo parlato con Noureldin. Come si può contrastare Daesh?

“All’inizio pensavo che la forza non fosse la soluzione, ma adesso ho cambiato idea perché Daesh ha preso il potere. Prima pensavo a soluzioni democratiche e politiche, parlando con loro, ma adesso no, adesso siamo arrivati a un punto tale che la violenza è la sola soluzione”.

Quella che state per ascoltare non è una mia intervista. A farla sono stati i colleghi della tunisina Nessma Tv. Hanno invitato in studio il cugino di Mabrouk Soltani, il sedicenne decapitato dall’Isis sulle montagne sopra Sidi Bouzid.

Perché Mabrouk è morto? Perché lui va sulla montagna, perché lì trova da mangiare, è la nostra fonte di sostentamento. La montagna ci dà l’acqua, la legna per cuocere il pane. C’è un laghetto pieno di cadaveri di animali e noi beviamo quell’acqua lì. Chi di voi sopporta di passare un solo giorno senza toilette e al freddo? La testa della persona che i giornalisti stanno fotografando non è la testa di un agnello. Abbiamo paura. La scuola? Non c’è, non abbiamo nemmeno i soldi per comprare i quaderni e il maestro ci caccia se non abbiamo un quaderno. Povertà, povertà, povertà. Mia zia sta male, ha il diabete. E si è trovata il figlio così, decapitato. Sangue dappertutto. Ha toccato il suo figlio pieno di sangue. Chi può vivere una situazione del genere? Questo è lo Stato? Dove sono i responsabili? I terroristi possono comprarci tutti.