L’ambientalista Trudeau nemico del clima?

Le politiche progressive del premier canadese incominciano a lasciare dubbi sul suo reale impegno nella lotta al cambiamento climaticos

Justin Trudeau, il primo ministro canadese, è sotto molti aspetti considerato l’anti-Trump: giovane, liberale, per la parità dei sessi e ambientalista e molto altro. Quando si tratta quindi del più grande pericolo per l’ambiente, il cambiamento climatico, ci si aspetta un distacco ancora maggiore dal presidente degli Stati Uniti, particolarmente amante del carbone. Sulla carta, è vero. In pratica, i fatti potrebbero dimostrare il contrario.

Salve a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets da Lorenzo Colantoni e benvenuti ad un’altra puntata di Endangered, ambiente ed energia in via di estinzione. Qualche giorno fa Bill McKibben, noto ambientalista, pubblicava un editoriale sul Guardian criticando aspramente la politica sul cambiamento climatico di Justin Trudeau, chiamandolo uno stunning hypocrite, uno splendido ipocrita. L’articolo ha suscitato numerosi commenti a sostegno e in opposizione alle opinioni di McKibben, che per molti rappresentavano una grossa sorpresa. Trudeau è noto infatti per le sue posizioni fortemente a sostegno della lotta al cambiamento climatico, che hanno rappresentato un brusco cambiamento di rotta rispetto alle idee apertamente contrarie del precedente premier, Stephen Harper. Trudeau ha più volte sostenuto che il Canada non solo sarà in prima linea nella difesa dell’Accordo sul Clima di Parigi (il cui successo è stato dovuto anche a lui), ma che riempirà gli spazi vuoti lasciati dall’inazione degli Stati Uniti sul tema. Recentemente, premier canadese ha però anche sostenuto di fronte ad una platea di petrolieri, che “nessun paese lascerebbe 173 miliardi di barili di petrolio sotto al terreno dopo averli trovati.” Si riferiva alle riserve canadesi di sabbie bituminose, una delle forme più inquinanti di combustibili fossili; l’ammontare di cui parla Trudeau basterebbe da solo a fornire il 30% dei gas serra necessari a sforare l’obiettivo di 1,5 gradi di riscaldamento globale, che il Canada stesso ha proposto e difeso. Non sono solo parole; il premier infatti sta premendo per la costruzione di nuovi gasdotti ed oleodotti, in particolare uno attraverso il Canada, fortemente contestato dalle popolazioni indiane i cui territori dovrebbe attraversare, e il famigerato Keystone XL. Quest’ultimo rappresentò una delle battaglie ambientali più intense di Obama, che era consapevole del rischio ambientale dell’infrastruttura e della pericolosità del petrolio che avrebbe trasportato (proprio quello delle tar sands canadesi).

I fatti dietro le accuse di McKibben sono forti, ma è anche vero che l’azione del premier canadese contro il cambiamento climatico esiste ed è consistente. Il paese sarà uno dei primi al mondo (dopo l’Unione Europea) a implementare un sistema di tassazione delle emissioni di carbonio, una misura che il suo predecessore aveva combattuto duramente. Il piano energetico di Trudeau include poi un progressivo phase out delle centrali di carbone tradizionali, che dovrebbero scomparire dal Canada entro il 2030. Un progetto ambizioso, per un paese che ha il 10% di tutto il carbone mondiale.

L’impegno richiesto è però più basso di quello che sembra. A differenza della sua controparte americana Trudeau sa che l’industria del carbone è al collasso, quella delle rinnovabili in rapida ascesa. Semplicemente, è economicamente più sensato promuovere le tecnologie green rispetto a quelle black. Se poi il Canada riducesse in maniera imponente le proprie emissioni (tuttora il 63% di quelle europee per una popolazione quindici volte più piccola) questo non basterebbe, perché il danno causato all’atmosfera dal petrolio esportato al di fuori del Canada sarebbe immensamente più grande. Green a casa e black al di fuori è una soluzione che però non funziona con il cambiamento climatico, perché una tonnellata di CO2 emessa in Canada ha lo stesso effetto sul pianeta di una emessa in Italia, e gli sforzi domestici di Trudeau rischiano così davvero di essere solo apparenza. Incomincia così a essere più chiaro perché David Suzuki, uno dei più grandi ambientalisti canadesi, chiamò inaspettatamente la politica climatica del Trudeau appena eletto una “sanctimonious crap”: una schifezza ipocrita.

Lorenzo Colantoni
lorenzo.colantoni@gmail.com

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