Nel mondo delle donne: Roma come Islamabad

Maria era più giovane di Sara di appena tre anni. Maria viveva in Pakistan, Sara viveva a Roma. Hanno rifiutato un uomo, Maria e Sara. E a distanza di pochi giorni e di settemila chilometri, per questo sono state bruciate vive. Chi vuole e vorrà vedere una qualche differenza nella sostanza delle loro storie e nella fine delle loro vite è solo un ipocrita. A cura di Angela Gennaro per Radio Bullets
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Maria Sadaqat aveva 19 anni. È morta all’ospedale di Islamabad, dove era stata ricoverata con gravi ustioni sull’85% del corpo. Secondo quanto riferito dai media pakistani, Maria era un’insegnante e viveva in un villaggio della zona di Murree. È stata aggredita in casa da cinque uomini che l’hanno seviziata e cosparsa di benzina per poi darle fuoco. La rappresaglia sarebbe stata messa in atto dai parenti — padre in testa — di un giovane che aveva chiesto la mano di Maria. Un giovane già sposato, detto per inciso, che Maria aveva rifiutato. Una rappresaglia in seguito a un rifiuto.

Sara Di Pietrantonio di anni ne aveva 22. I particolari della sua morte vi vengono raccontati fin nei dettagli più morbosi da tutti i giornali che però, come troppo spesso capita in questi casi, inesorabilmente e inevitabilmente l’hanno anche già cominciata a dimenticare, Sara. Sara anche è stata bruciata viva: lo dice l’autopsia. Incosciente, ma qualcosa di quel fumo che la circondava l’ha respirato. Non so se il particolare serva. Me lo domando e lo domando. L’orrore resta in ogni caso. È il concetto della rappresaglia in seguito a un rifiuto: da Islamabad a Roma. Vincenzo Paduano, il 27enne che l’ha uccisa, l’aveva già aggredita una settimana prima. “Ho chiesto e intimato a Sara di salire in auto e parlare con me, io penso che finita una relazione non debba finire il rispetto di una persona così ho preso Sara per un braccio e l’ho fatta entrare in auto”, racconta la guardia giurata, come riportato nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal giudice per le indagini preliminari di Roma, Paola Della Monica. Rispetto. Rispetto. Mica finisce il rispetto! Quel rispetto a senso unico che è la matrice di questi “delitti d’onore”, da Roma a Islamabad.

Sento già, leggo già, percepisco il brivido che corre lungo le schiene. L’Italia come il Pakistan? Ma cosa stai dicendo? Ma sei la solita femminista. Basta con questi piagnistei. Il Pakistan è uno di quei Paesi dove la sottomissione femminile è legge, cultura, precetto religioso. L’Italia. In Italia invece voi donne siete libere! E lo siamo, in teoria. È la sostanza di quei due gesti che mi suona troppo uguale per non essere agghiacciante.

Oggi sono rimasta affascinata dai commenti al pezzo sul Fatto Quotidiano di Nadia Somma, blogger e attivista presso il centro antiviolenza Demetra di Lugo di Romagna. Una sequela senza fine di benaltrismo prima di tutto. Non manca il grande classico: e gli uomini che muoiono sul lavoro? Odio per la parola femminicidio, fastidio per le campagne di questa gente definita con disprezzo femminista — che o-r-r-o-r-e. Leggo e mi sconforto, ma non mi faranno passare la voglia di non stare zitta né l’attivismo si arrenderà per esasperazione.

Lo so che ognuno ha una sua storia, le sue ragioni, le sue esperienze. Lo so che ci vuole pazienza per portare avanti un discorso in cui si crede, e so anche che quel discorso potrebbe essere completamente sbagliato. Ma mi domando: pensate che non avessimo niente di meglio da fare che coniare il termine femminicidio? “Il termine femminicidio non nasce per caso, né perché mediaticamente d’impatto, e tantomeno per ansia di precisione”, scriveva nel lontano 2012 Barbara Spinelli su La 27esima ora. “Oggi sembra quasi una banalità ripetere i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute). Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive”. Ci divertiamo un sacco, insomma, a chiamarli femminicidi. Ma è un femminicidio: Sara è morta perché una persona, il suo ex compagno, un soggetto con cui ha avuto una relazione, ha pensato e di conseguenza agito forte del fatto che quella relazione gli avesse conferito proprietà sulla sua ex compagna e sulla sua esistenza. Tanto da toglierla. Maria è morta perché ha rifiutato. La proposta era già un possesso, cui lei si è sottratta. E i famigliari del proponente hanno rivendicato quel possesso bruciandola. È una questione relazionale. Esistono anche i “compagnicidi”, uccisioni di uomini da parte delle proprie mogli, compagne, ex. Esistono: hanno un impatto sociale differente. Uomini, fatevene una ragione: morite molto di più per cause diverse rispetto a quelle che possiamo ascrivere alla cultura del possesso. Cause che non vi vengono invidiate da nessuno. Quindi con tutto il rispetto, andiamo avanti per migliorare la condizione di tutti i diritti. Il 2 giugno, anniversario dei 70 anni del voto delle donne italiane, girava un’amara ed efficace battuta su Prugna.net a firma di Chiara Pontremoli: “70 anni fa le donne italiane conquistarono il diritto di voto. Ora vorremmo anche quello di lasciare il fidanzato senza rischiare di morire ammazzate”. Bene: se dovessimo riuscire a conquistare questo diritto, beh non priveremmo nessuno di nulla. Anzi. Lottare per conquistare questo semplice diritto dovrebbe vederci tutti dalla stessa parte. Non impegnati in un gioco negazionista di pagliuzza e trave che veramente comincia ad inquietarmi. Tutti dalla stessa parte: ma non comincia finalmente a farvi orrore il ragionamento che può essere passato nella testa di Vincenzo? Non comincia a farvi orrore pensare che un certo modo di vivere — che può toccare tutti, per carità, ma che è soprattutto maschile — e di pensare, che una certa cultura possa portare una persona a fare quello che ha fatto Vincenzo? Non vi va di farvi un paio di domande?

“Esistono i morti sul lavoro, e sono tutti maschi! Perché non vi indignate uguale?” Veramente ci indigniamo. E moltissimo. Ma tendo ad escludere il fatto che mi sognerei di andare a trollare — e non ho intenzione di trovare un altro termine: questo è proprio trollare — il dibattito su una morte che si doveva e si poteva evitare e che ha precise ragioni rivendicando la dignità di un’altra morte che si doveva e si poteva evitare. E allora la fame nel mondo? E allora il cambiamento climatico? Se la buttiamo in caciara, termine anche questo affatto scientifico ma universale, perde di senso qualsiasi dibattito. Analizziamo tutte le correlazioni, approfondiamo, vi prego, dibattiamo anche duramente. Consapevoli del fatto che combattere per un diritto non ne lede altri. Anzi, con ogni probabilità li aiuta. E una considerazione: la popolazione di morti sul lavoro è così spiccatamente maschile per questioni fisiche ma anche culturali. Se continuiamo a crescere le bimbe e i bimbi secondo percorsi predefiniti — semplifico: bambole e rosa da una parte, calcio e azzurro dall’altra — invece che cercare di valorizzare le inclinazioni e le potenzialità, alle bimbe verrà sempre meno in mente di andare a fare le ingegnere, le meccaniche, le idrauliche, le muratrici. E di andare a contribuire a quelle statistiche sul lavoro che sono assolutamente agghiaccianti E sfogatevi pure, anti-genderisti — parola abusata e dal significato oscuro: a me sembra solo paura della realtà. Detto per inciso, e solo per sfatare, da piccola sono cresciuta a Lego e calcio, macchinine e ginocchia sbucciate. E pensate: a 35 anni sono in salute e deviata mentalmente al massimo come la media.

L’assalto di Colonia — quello di Capodanno, ricordate? Quello per cui i “ nostri uomini” hanno tirato fuori il meglio della loro indignazione perché “gli immigrati” avevano toccato le “ loro donne” e guardate ve l’avevamo detto e non si dice ma quelle le possiamo toccare solo noi — “ha reso lampante una contraddizione fra la libertà femminile e la cultura degli immigrati da paesi dove la sottomissione delle donne è legge e fondamento dell’ordine sociale”, scrive Paola Tavella in un pezzo di qualche tempo fa sull’Huffington Post. “Esiste una inaccettabile reticenza di sinistra a criticare l’oppressione delle donne nelle società islamiche, a schierarsi con le femministe musulmane minacciate di morte: Hirsi Ali, Taslima Nasreen, Irshad Manji, Ziba Mir-Hosseini, Zeinah Anwar. Nella sinistra europea serpeggia piuttosto la preoccupazione — e in Italia è vero terrore — che tenere libertà e diritti delle donne come dirimenti e non negoziabili dia una mano alla propaganda razzista e populista delle destre contro immigrazione e rifugiati. E se fosse esattamente il contrario, se la libertà e la inviolabilità delle donne fossero riconosciute come misura della civiltà? Le occidentali sono infinitamente più libere delle immigrate che vengono dagli stati islamici, tuttavia è bene ricordare a chi ancora non lo ha preso sul serio (per esempio il nostro Governo) — scrive ancora Paola Tavella — che un terzo delle donne europee subisce violenza fisica e sessuale soprattutto fra le mura domestiche, senza distinzione d’età, classe sociale, scolarizzazione e censo. Il dato è altissimo pure nei paesi più avanzati: in Germania il 27,9%, in Danimarca 22,19%, in Norvegia 26,8%”.

“70 anni fa le donne italiane conquistarono il diritto di voto. Ora vorremmo anche quello di lasciare il fidanzato senza rischiare di morire ammazzate”. Proprio perché siamo un Paese civile. Facciamolo insieme, questo è l’invito.