Oltre il Bosforo: Il limbo turco

La Turchia è il Paese che collega Oriente e Occidente. Questo è vero anche per i siriani, gli afghani, gli iracheni e i tanti che scappano dalla guerra e dalla violenza per arrivare in Europa, in cerca di un futuro migliore. Ma cosa trovano quando arrivano in Turchia? Giulia Sabella su Radio Bullets ne ha parlato con Bill Frelick, direttore del refugee program di Human Rights Watch.
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Quando si parla di Europa e di migranti, non si può non parlare della Turchia. Negli ultimi anni, con l’inizio della guerra in Siria, nel Paese si sono riversate milioni di persone in fuga dalla guerra. Secondo l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel Paese ci sarebbero circa 2 milioni e 74mila siriani: la concentrazione più alta dell’Europa e del mondo. A questi vanno aggiunti altri 400mila profughi e richiedenti asilo, soprattutto iracheni, afghani, iraniani, che passano dalla Turchia con la speranza di arrivare in Europa, in cerca di un futuro migliore.

Molte Organizzazioni non governative hanno criticato il modo in cui i migranti vengono trattati. Human Rights Watch ha rivelato come ad aprile alcuni siriani siano stati uccisi dalle guardie di frontiera mentre tentavano di attraversare il confine.

Le difficoltà non si fermano neanche una volta entrati in Turchia, tanto che Amnesty International, in un comunicato uscito a giugno, ha definito il Paese un luogo non sicuro per i migranti.

Secondo quanto riportato dall’Ong, solo il 10% dei siriani ha avuto accesso ai campi di accoglienza e a circa tre milioni di richiedenti asilo e rifugiati non viene concesso nessun mezzo di sostentamento, tanto che è sempre più diffuso il fenomeno del lavoro minorile.

Diventa così impossibile per queste persone costruirsi un futuro, senza contare che la Turchia non dispone dei mezzi per esaminare in tempi rapidi tutte le domande dei richiedenti asilo, costringendo milioni di persone a vivere in un limbo.

Della situazione dei migranti e richiedenti asilo in Turchia ne abbiamo parlato con Bill Frelick, direttore del programma rifugiati di Human Rights Watch.

Frelick — Ci sono tre situazioni differenti. La prima riguarda quella al confine con la Siria, che al momento è terribile. Ci sono notizie di persone che hanno sparato a migranti che si trovavano a 300 metri dalla frontiera e noi stessi abbiamo documentato come delle guardie abbiano sparato contro dei richiedenti asilo per impedirgli di entrare in Turchia. I siriani che si trovano lungo il confine sono schiacciati da un lato dall’Isis e dall’altro dalle forze governative. Sono disperati e hanno bisogno di un rifugio. Rimandare indietro dei migranti verso un posto dove non è garantita la loro sicurezza è una violazione dei principi fondamentali per la protezione dei rifugiati.

La seconda situazione riguarda quei migranti e richiedenti asilo che vivono in Turchia. Bisognerebbe fare una ulteriore distinzione tra i siriani e coloro che dovrebbero vedersi garantire la protezione temporanea e gli afghani, iracheni e persone di altre nazionalità che hanno fatto richiesta di asilo. In entrambi questi casi c’è comunque un divario tra quello che sta scritto sulla carta e che quello che avviene nella realtà. Molti siriani, ad esempio, dovrebbero vedersi garantire la protezione temporanea ma hanno delle difficoltà nella registrazione. Infine c’è una terza categoria, che comprende coloro che dalla Grecia vengono rimandati in Turchia come deciso nell’accordo tra Ankara e l’Unione Europea.

Human Rights Watch è solo una delle tante ong che ha criticato, e continua a criticare, il trattato tra l’Unione Europea e la Turchia. Secondo questo accordo, siglato a marzo, i migranti che si trovano in Grecia ai quali viene rifiutata o che non presentano la richiesta di asilo, devono tornare in Turchia. Dall’altro lato, per ogni migrante che viene respinto da Atene, uno che si trova in Turchia viene trasferito in un Paese dell’Unione Europea.

In cambio ad Ankara sono stati promessi tre miliardi di euro per gestire la questione dei migranti e la liberalizzazione dei visti, che al momento si trova in una fase di stallo. Visti i termini dell’accordo, attivisti e intellettuali hanno accusato Bruxelles di voler chiudere un occhio sulla situazione dei diritti umani in Turchia in cambio di una facile soluzione al problema dei profughi che cercano disperatamente di arrivare in Europa.

Frelick- Credo comunque questo tipo di segnale che è stato lanciato in tema di migranti dall’Unione europea, ma anche da altri Paesi come l’Australia, sia stato recepito da alcuni Paesi del terzo mondo. Penso per esempio al Kenya, dove il governo ha annunciato la chiusura dei campi profughi, che sono alcuni dei più grandi al mondo. Penso che l’Europa debba capire che viene presa come un esempio dagli altri Paesi.

Vorrei anche parlare degli stati uniti, che per anni si sono impegnati su questo tema ma dall’inizio della crisi in Siria hanno accolto solo 2500 migranti, anche se hanno annunciato di volerne accogliere 10mila entro la fine dell’anno, cosa che mi sembra improbabile. Quindi speriamo che durante l’assemblea generale dell’Onu di settembre gli Stati Uniti adottino un atteggiamento più reattivo e che a loro si possano unire anche altri Paesi, come ad esempio il Canada.

A peggiorare questo scenario c’è poi la guerra in Siria, che non accenna a finire.

Frelick — non abbiamo visto grandi progressi. Anche i vari cessate il fuoco non hanno avuto successo ed è estremamente difficile portare aiuto alla popolazione. Quindi c’è ancora molto lavoro da fare per risolvere la situazione in Siria. Però nel frattempo dobbiamo cercare una soluzione per quelle persone, e sono milioni,che hanno lasciato le proprie case. Non si può cercare una soluzione al conflitto senza garantire il diritto di asilo e delle accettabili condizioni di vita per quelle persone che hanno bisogno di protezione e assistenza.

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