Passaggio in India: DaeshIndia

Con circa 170 milioni di cittadini musulmani, l’India ospita la terza comunità islamica al mondo. Una presenza composita che fa parte del tessuto sociale del Subcontinente da secoli, tra conflitti e tolleranza. Con Passaggio in India cerchiamo di capire se c’è chi in questa grande comunità rischia di subire il fascino propagandistico dei terroristi del Daesh. A cura di Daniele Pagani da New Dehli
Per ascoltare la rubrica
clicca qui.

Subito dopo gli attacchi di Parigi, il premier indiano Narendra Modi ha sottolineato la necessità di un impegno internazionale contro il terrorismo. Dichiarazioni che probabilmente rimarranno tali, visto che l’India non sembra avere alcuna reale intenzione dichiarata di infilarsi nello scenario mediorientale. In segno di solidarietà e vicninanza umana, il presidente Francese François Hollande è stato invitato ad assistere come ospite d’onore alla parata della Festa della Repubblica a Delhi il 26 gennaio.

Con 170 milioni di cittadini di religione islamica, l’India ospita la terza comunità musulmana al mondo. La convivenza tra le varie religioni è stata uno dei principi fondanti su cui il primo governo Nehru ha costruito la sua idea di India. L’“unità nella differenza” è stata il punto d’appoggio per la costruzione di una società in cui fosse la comune appartenenza nazionale e non altro la vera base dell’identità dei cittadini. Vista la costellazione di pogrom e attentati che costellano qua e là la storia degli ultimi settant’anni del Subcontinente, non si può dire che il percorso sia stato semplice e pacifico. E nemmeno riuscito perfettamente, sarebbe infatti esagerato parlare di totale integrazione: le differenze tra comunità religiose esistono — soprattutto dal punto di vista economico — e sono ben marcate, anche nelle situazioni più progressiste ed istruite. I matrimoni misti, per dirne una, sono una realtà decisamente rara. Nella quotidianità, però, non é azzardato definire l`India come un paese — per ora — tollerante, dove gran parte delle persone comuni sono abituate ad accettare la coesistenza con fedi diverse dalla loro.

Fino ad oggi gli atti di terrorismo di matrice islamica avvenuti in India sono partiti principalmente da organizzazioni patrocinate dai talebani pakistani, Lashkar-e-Taiba su tutte. Gli attentati si inseriscono nella cornice di un conflitto pluridecennale tra le due nazioni, mai sopito e mai risolto, ostaggio della propaganda nazionalista e della complessa questione delle rivendicazioni territoriali nel Kashmir. I talebani pakistani sono tradizionalmente vicini alla sfera di influenza di Al-Quaeda che sembrerebbe al momento essere in concorrenza con il Daesh, sia dal punto di vista strategico che per quanto riguarda la “corsa alla leadership” ideologica della jihad mondiale.

Il Kashmir resta comunque un punto sensibile e sono ormai diversi anni che il giornalista Tairq Mir denuncia il progressivo rafforzamento delle organizzazioni salafite e wahabbite di matrice pakistana nella regione. Secondo stime ufficiali si conta che nel 2012 i fedeli dell’ala dura dell’Islam toccassero circa il milione e mezzo, generando crescenti tensioni con la maggioranza dei musulmani kashmiri di tradizione Sufi da loro giudicati eretici.

Nonostante sparute bandiere nere in alcune manifestazioni, l’influenza del Daesh su questa nuova presenza salafita in Kashmir non sembrerebbe essere giudicata realistica dall’intelligence indiana, convinta della maggiore influenza dei talebani pakistani. Pochi giorni fa, inoltre, si è assistito ad un “botta e risposta” a mezzo stampa che ha visto protagoniste le organizzazioni terroristiche. Sono dati da prendere con le pinze, che vale comunque la pena tenere in considerazione se non altro per capire come esista un certo livello di competizione tra le fazioni. Sul suo magazine, Daesh ha definito il separatismo kashmiro come un inutile guerra ad intermittenza governata dagli “apostati dell`esercito pakistano”. A stretto giro, i portavoce della pakistana Lashkar-e-Taiba hanno dichiarato ai media indiani che Daesh non ha mai avuto e mai avrà spazio in Kashmir.

L’India conta una folta presenza sciita — più o meno cinquanta milioni di individui, la seconda comunità al mondo dopo l’Iran — che ha tutto l`interesse a contrastare l`avanzata delle frange dell’estremismo sunnita in un territorio che si è sempre dimostrato amichevole. Già un anno fa, i leader della comunità sciita indiana si erano pubblicamente dichiarati disposti a partire per l`Iraq in difesa dei santuari minacciati. La leadership sciita ha recentemente inviato una richiesta formale al governo indiano richiedendo l`intensificazione dei controlli verso alcune organizzazioni sunnite indiane giudicate a rischio.

Un problema maggiore potrebbe derivare dalla numerosa diaspora di lavoratori indiani verso la penisola araba dove hanno la possibilità di venire in contatto con le organizzazioni salafite, ben contente di indottrinare tutto l`indottrinabile. L`immigrazione indiana, quasi totalmente composta da uomini in giovane etá, soli e lontani dalle famiglie, potrebbe rivelarsi terreno particolarmente fertile. Un’ipotesi che guadagna credibilità a fronte delle comunicazioni rilasciate dal governo dell’Oman, dichiaratosi “preoccupato” dalla crescente radicalizzazione dei giovani lavoratori musulmani indiani presenti nel suo territorio.

La presenza indiana nei Foreign Fighters del Daesh, stando ai dati disponibili sulla stampa nazionale, non dovrebbe però superare la trentina di individui facendo della comunità musulmana indiana una delle meno rappresentate sul campo.

Più che i fattori esogeni potrebbe essere la recente situazione di tensione sociale interna all`India a fornire pericolosi appigli ideologici al Daesh. Con la vittoria elettorale del governo Modi, la galassia di organizzazioni dell’estremismo religioso induista ha guadagnato sempre maggiore agibilità politica e dà regolarmente vita a episodi di intolleranza religiosa: dalle minacce al turista australiano reo di avere un tatuaggio raffigurante una divinità hindu, all’opposizione nei confronti delle esibizioni di cantanti di ghazal fino ad arrivare al linciaggio di chi si sospetta possedere o macellare carne di manzo. I progressivi attacchi nei confronti della comunità musulmana non hanno al momento riscontrato atteggiamenti di costante e forte condanna da parte del governo che più spesso sceglie il silenzio, rischiando di farlo passare come tacito consenso.

Considerata però l’assenza di un coinvolgimento diretto nello scenario mediorientale e le peculiarità della presenza islamica, il Governo indiano ha dichiarato di non considerare probabile il rischio di attentati ideologicamente collegabili al Daesh in territorio indiano, sebbene tutte le misure di sicurezza siano state attivate.