Sguardi inVersi: Hawaii, i fiori più crudeli
Surfando sulle onde della Storia, da Jhon Edgar Hoover alle Hawaii, non solo collane di fiori e turismo, ma rivendicazioni, battaglie giuridiche e furore. Aloha! A cura dei Cardiopoetica
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Questa è una storia che parte dai cieli. Siamo negli anni ’70. Un funzionario e politico statunitense, tale Jhon Edgar Hoover, è a capo, fin da giovane, dell’Fbi. Ha visto passare sotto il proprio mandato diversi casi e diverse lotte per il potere, nonché ben otto presidenti, da Calvin Coolidge che lo nominò capo del Bureau of Investigation, poi Fbi fino al controverso Richard Nixon.
Cambio di scena: Norman Ollestad, cittadino statunitense, è un amante del surf. Questa è una passione che ha ereditato dal padre. Suo padre ha perso la vita in un incidente aereo dove lui, undicenne si salvò.
Ma cosa lega il surf, Norman e l’Fbi? Risposta: il padre di Norman era un avvocato, uno di quelli seri, onesti, amante della trasparenza e lavorava per l’Fbi, sotto il mandato di Edgar Hoover. I metodi usati dall’Fbi non sono sempre del tutto “legali” e lui denuncia questi abusi di potere nei suoi libri, pubblicamente, inimicandosi il dipartimento. Norman eredita dal padre la scrittura e il surf e afferma in un libro: “Mi resi conto che sulla spiaggia non importa chi sei o cosa hai combinato fuori di lì, perché l’oceano è sempre più grande di te. Lì contano solo le onde. Il surf è una grande livella, e penso che mio padre apprezzasse la semplicità e l’onestà di questo metro di giudizio”.
He’e nalu è il nome che i nativi hawaiani danno allo sport che i più in genere chiamano “surf”. Ma, come ci insegna Bernardo Cluniancese nel De contemptu mundi “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Una volta che le cose finiscono, ne resta il nome. Ma per capire cosa c’è dietro la parola He’e nalu , occorre studiarla. La prima parte, he’e, in hawaiiano significa “scorrere come sangue o acqua”, “sciogliersi”. Nalu significa invece “il formarsi, il gonfiarsi e il correre dell’onda”, ma anche “il liquido viscido che bagna il volto di un neonato”. Quello che per molti può essere visto come un semplice sport, addirittura un vezzo o un passatempo, è in verità un uterino richiamo alla parte più viva di noi stessi, quella a contatto con la natura, l’indomito oceano della vita interiore.
Lo sanno i nativi delle isole Hawaii, 50° Stato degli Stati Uniti d’America, che rivendicano a più riprese, proprio in vista delle prossime elezioni governative, un’indipendenza culturale e politica dal resto della Confederazione.
Giugno 2014: un funzionario dello Stato Centrale in visita nell’arcipelago hawaiano viene accolto da una voce che scandisce nell’altoparlante parole a stampo indipendentista, nonché il mai sopito inno del vecchio Regno delle Hawaii. “Nānā i kou moʻī” che significa: Siate fedeli al vostro Re.
Le ragioni che spingono gli indipendentisti nativi hawaiani a rivendicare un’amministrazione separata del proprio territorio (Hawaii ponoʻī, recita l’inno, ossia le nostre Hawaii) non sono meramente culturali, ma historia magistra vitae, anche economiche. È noto che nelle riserve destinate agli Indiani d’America un florido settore è quello del gioco d’azzardo (tuttavia vietato alle Hawaii). Soprattutto il riconoscimento come entità politica separata consentirebbe ai nativi di accedere a prestiti favorevoli per le abitazioni, agevolazioni sull’assistenza sanitaria, sull’istruzione e sovvenzioni culturali. Non parliamo di una vera e propria secessione, argomento che risulterebbe per molti versi anacronistico e inverosimile, quanto di qualcosa di più acre e concreto: una battaglia che si svolge nelle aule del Congresso e in quelle di tribunale. Obama, nato nella capitale dell’arcipelago Honolulu, torna ogni anno in visita a dicembre nei luoghi che gli hanno dato i natali e che adesso intendono fare pressioni, per il suo tramite, per vincere questa battaglia. Il presidente non ha mancato di fornire tale appoggio, tuttavia quella che per i nativi isolani potrebbe essere la migliore occasione sta per sfumare: il mandato presidenziale si estinguerà per sempre tra circa un anno e mezzo.
Battaglia anche giuridica: Williamson Chang, professore di diritto presso l’Università di Hawaii sostiene che un Paese può regolarmente essere annesso a un altro solo da un trattato — un documento che entrambe le parti firmano. Ecco come si è formata l’intero resto degli Stati Uniti — l’acquisto della Louisiana, i trattati con le tribù native americane, l’aggiunta della Repubblica del Texas. Tutto il resto — compreso quello che è successo alle Hawaii — è un’occupazione, dice Chang.
Battaglia portata presso la Corte Permanente di Arbitrato a L’Aia, Paesi Bassi, e per ora perduta.
A tutto ciò si aggiungono dissapori a ritroso nel tempo: Kahoolawe, un’isola considerata spiritualmente importante dagli hawaiani, è stata utilizzata come sito per i test di bombardamento da parte dell’esercito degli Stati Uniti fino al 1990. Ordigni inesplosi restano ancora sull’isola, malgrado un tentativo di bonifica. Una popolazione, quella nativa hawaiana che non ha dimenticato. Non ha dimenticato le malattie portate dagli europei con i primi coloni, il tentativo di protettorato imposto dagli inglesi nel 1794 e l’arrivo nel 1821 dei missionari protestanti del New England. Quello che interessava ai coloni era soprattutto la coltivazione dei terreni e il commercio legato alla canna da zucchero. L’imprigionamento della regina Liliʻuokalani, ostile alle ingerenze statunitensi, a opera di un gruppo di rivoluzionari stranieri che poi offrirono le isole agli Stati Uniti. Una di quelle donne, la regina Liliʻuokalani, che, a vederla in foto, sembra ricordare i racconti esotici della Mamà Grande di Gabriel Garcia Marquez. E torniamo a quello spirito liquido e matriarcale che sembra impregnare queste isole, unico Stato abitato da una collettività di asioamericani, rivendicato addirittura, in un afflato dialettico post-sovietico, in un articolo di Sobornaja Monarchia, un organo di estrema destra nazionalista russa nel trascorso 1994.
Il desiderio di indipendenza dei nativi è riemerso recentemente più vivo che mai nella manifestazione di protesta contro la costruzione di un telescopio sul Mauna Kea, luogo sacro per gli hawaianii.
Malgrado le differenze linguistiche, concludiamo con un canto della pioggia Papago, un gruppo indigeno dell’America Settentrionale, un po’ vicini di destino degli Hawaiani.
Vicino all’ovest il grande oceano canta.
Le onde rotolano verso di me, coperte da molte nuvole.
Anche qui afferro il suono.
La terra trema sotto di me e io sento gli abissi rimbombare.
Da Cardiopoetica per Sguardi InVersi è tutto. Restituiamo la linea a Radio Bullets.
State uniti e aloha!
Per appronfondire
Poesia Americana, La biblioteca di Repubblica, volume 15