Sguardi InVersi: Ho ancora il diritto di respirare

C’è chi ha il fegato di dire ciò che pensa, di anticipare la storia con poche mosse, di fare della propria penna testimone dei tempi. Poi ci sono i postini che sono i muti emissari dei messaggi dei Grandi della Storia. Uno di loro consegnò la lettera a Hitler, ma conosciamo solo l’emissario: Armin Wegner. A cura dei Cardiopoetica per Radio Bullets
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«Mai come in questi giorni ho sentito vicino a me distinto il frusciare della morte, il suo silenzio, il suo freddo sorriso, e spesso mi chiedo: posso io ancora vivere? Ho ancora il diritto di respirare, di fare progetti per anni futuri così fantasticamente irreali, quando attorno a me c’è un abisso di occhi di morti?» Era un figlio disperato che scriveva alla propria madre a Bagdad una lettera con gli occhi pieni di orrore per il genocidio armeno. Parliamo del poeta e attivista dei diritti umani Armin Wegner.

Qualche mese prima era partito per Istanbul per partecipare come infermiere alla prima guerra mondiale nell’esercito tedesco nell’Impero Ottomano, e in uno slancio eroico scriveva: «Dormirò con i soldati turchi e mi ciberò di rifiuti come un ratto (…). Ho il remo della mia vita in mano».

Wegner era un rampollo di una famiglia di tradizioni prussiane, affascinante, un uomo amato dalle donne, che con la propria divisa della Croce Rossa tedesca e la kefiah bianca, rassomigliava ad un qualche Lawrence d’Arabia, il cui sogno eroico fu interrotto dalla realtà del genocidio armeno. Una feroce pulizia etnica compiuta sotto i suoi occhi che cambiò per sempre la sua vita.

«I villaggi furono bruciati, le case saccheggiate, le chiese distrutte o trasformate in moschee, il bestiame rubato; si tolse loro l’asino e il carro, si strappò il pane dalle mani, i bambini dalle braccia, l’oro dai capelli e dalla bocca. Funzionari, ufficiali, soldati e pastori, gareggiando nel loro selvaggio delirio di sangue, trascinavano fuori dalle scuole ragazze orfane per il loro bestiale piacere…». Scrisse lettere alla madre, a vari amici, cercando di far trapelare le notizie. Della distruzione subita dagli Armeni, si conservano le sue foto. Rischiando la vita, cercò di portare le testimonianze al mondo, scuotendo le coscienze, sia della Germania, sia del presidente Wilson, scrivendo una lettera aperta sul Berliner Tageblatt.

Vividi i suoi racconti di ossa che splendono alla luce della luna, alla terra che odora di morte, di bambini lasciati all’addiaccio. Rimase un libero, un artista che era attaccato dai nazisti, in ascesa dopo la prima guerra mondiale, e dai comunisti, che avevano nel frattempo preso il potere a Mosca. Fu talmente libero che scrisse di nuovo una lettera, quella che lo segnò per sempre, nel 1933, indirizzata al Fuhrer. Una lettera accorata, l’unica, che ruppe l’assordante silenzio di uno Stato destinato alla guerra, alla ferocia, ad una sciagura che Wegner aveva intuito in quella straordinaria lettera. Scriveva, «Con la tenacità che ha permesso a questo popolo di diventare antico, gli ebrei riusciranno a superare anche questo pericolo — ma la vergogna e la sciagura che a causa di ciò si abbatterà sulla Germania non saranno dimenticate per lungo tempo! Infatti, su chi cadrà un giorno lo stesso colpo che ora si vuole assestare agli ebrei se non su noi stessi?». E in conclusione: «Non come amico degli ebrei, ma come amico dei tedeschi, come rampollo di una famiglia prussiana in questi giorni, quando tutti rimangono muti, io non voglio tacere più a lungo di fronte ai pericoli che incombono sulla Germania». Fu sbattuto in carcere, torturato, ma riuscì a scappare in Italia dove trascorse il resto dei suoi giorni, fu anche nominato Giusto tra le Nazioni, ma mai tornò a Berlino.

Ed oggi ci ritroviamo di nuovo di fronte ad una lettera firmata da intellettuali, in un contesto completamente diverso, quello degli Stati Uniti, rifiutare la candidatura di Trump, assimilata da alcuni all’ascesa di Hitler. Scrivono: “Perché la letteratura è dire la verità, e il nostro lavoro di scrittori ci obbliga a convivere con il nostro sconforto, con la nostra complessità, e storie dolorose, confrontandoci con esse chiamandole per nome ed andare avanti”. Questa è forse la storia, chiamare le cose con nomi diversi, e combattere per gli stessi ideali.

Decidete voi oggi di chi è la storia. Da Sguardi InVersi a cura dei Cardiopoetica è tutto, ascoltate Radio Bullets.

Fonti:

Columbia

Libreriamo

Informazione Corretta

Teachgenocide

Oxford Journals

Fundamental Armenology

Irishtimes

Blogmidrash

Left

Daniel Jose Older su Medium

The Guardian

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