Sguardi InVersi: Il tempo di vivere

Le guerre moderne: dagli attacchi cibernetici ai computer in grado di scrivere poesie. Siamo già in Matrix o è soltanto il sussulto di un androide sognante? In ogni caso, è tempo di vivere. A cura dei Cardiopoetica
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Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:

navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,

e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,

come lacrime nella pioggia.

È tempo di morire.”

Che sia sempre stato il tempo di morire è verità segnata dalla Storia, che invece talvolta cambino i modi di morire lo dimostrano gli ultimi attacchi. Un mondo sempre più connesso e globalizzato si riscopre ad essere altrettanto debole e vulnerabile nell’ampiezza e nella profondità della rete.

È il 23 dicembre 2015. In Ucraina occidentale questa non è un’antivigilia di Natale come tutte le altre. Sono lontane le grandi aspettative di dickensiana memoria, forse persino al di là di una cortina invisibile e dal retrogrado sapore metallico, ferroso. Le tavole, almeno non tutte, non abbondano di panettoni e l’aria è pesante, sa di piombo. Se gli androidi sognano pecore elettriche, in Ucraina qualcuno ha sognato un po’ troppo. Così tanto che c’è stato un cortocircuito nella zona ovest del Paese, nell’oblast di Ivano-Frankivskz. Scende il buio e salgono i primi sospetti. Sospetti che subito additano nella notte più scura dell’Ucraina, la Russia come autore del portentoso attacco hacker a tre compagnie di fornitura elettrica e che avrebbe lasciato al buio per qualche tempo oltre mezzo milione di persone. Tutto questo in un clima rovente non ancora dimentico delle rivolte del 2014 contro l’allora presidente Yanukovic e l’annessione della Crimea da parte russa, nonché gli attriti internazionali a seguito delle sanzioni economiche imposte al paese di Putin da parte dell’Unione Europea. Ma le indagini sono ancora in corso: l’unica cosa certa è che qualcuno non con kalasnikov e pallottole, ma con tastiera e conoscenze ha spento l’interruttore a mezza Ucraina.

La modernizzazione militare non passa soltanto dal progresso tecnologico. Lo sanno bene i cinesi, se è vero che Sun tzu nell’arte della guerra considerava il potere informativo una vincente pedina strategica. Così a novembre 2015 il presidente Xi Jinping avvia la riforma delle forze armate cinesi, puntando e sul rafforzamento della Marina (lo dimostra il caso conflittuale delle isole artificiali costruite al largo della Cina, le Spratly, con le quali si rivendica il controllo delle rotte commerciali del Pacifico, in rotta di collisione con Giappone, Stati Uniti e Paesi del sud-est asiatico) nonché sulla cyber-war, ossia sulla capacità di condurre attacchi mirati tramite strutture informatiche.

L’informatizzazione è così avviluppante da far dubitare che un’eventuale nuova guerra globale passi dai metodi ortodossi e non punti invece al possesso delle conoscenze, molto più efficace anche in termini di risorse economiche. Una guerra cibernetica probabilmente tuttora in corso che conta già le sue battaglie campali: è il caso di Titan Rain e Moonlight Maze. Due nomi in codice che indicano rispettivamente due tipi di attacchi informatici, il primo del 2003 e il secondo del 1999 ai danni del Governo degli Stati Uniti. Il primo fu attribuibile al corpo militare cinese. Non è invece ancora oggi chiara la provenienza dell’attacco del 1999, sebbene anche qui si sospetti della Russia: l’obiettivo sarebbe stato impossessarsi di codici navali classificati o informazioni sui sistemi di guida dei missili, sebbene nessuna fonte ufficiale abbia mai confermato la compromissione di tali informazioni.

È un gioco di specchi quello della cyber-war, destinato a fare molte vittime, ma soprattutto una: l’informazione, che rischia di uscire manipolata o trascurata, vista la difficoltà o la segretezza delle indagini.

Talvolta però anche gli androidi da guerra riposano, sognano e…compongono poesie. Uno di questi si chiama OGDEN, si tratta di un software creato da una studentessa liceale nel 2008. Lo scopo di Ogden era creare poesie. Poesie che furono spedite ad un concorso ed accettate. Poi la Harmon, più in là con gli anni, intraprese un dottorato in informatica a Santa Cruz, in California. Ma il fascino che renderebbe l’uomo così diverso dal resto degli animali, e cioè la scintilla creativa, non ha smesso di interessarla. Sarah Harmon mette su un nuovo programma. Questa volta non si tratta soltanto di associare frasi. Figure8, questo il nome del programma, è capace di dedurre strutture sintattiche, ricostruire regole, determinare l’originalità di una similitudine. Per il ricercatore Stephen McGregor, che segue le stesse orme della Harmon, un computer in grado di scrivere poesie dovrebbe parlare di come ci si sente ad essere un computer.

Con tutta probabilità acquisire e dedurre informazioni non equivale ad acquisire coscienza di esistenza, ma sua scarna imitazione. Sebbene l’arte abbia avuto inizio con una mimesi di ciò che ci circonda.

Non sappiamo se finiremo come nella trilogia Matrix o nell’eccellente “Her”, dove uno strabiliante Joaquin Phoenix arriva ad innamorarsi di una voce computerizzata.

Vi lasciamo con i versi generati dal software Ogden:

Lui era perfettamente bizzarro/

Il suo mondo timidamente senza speranza/

E allora provò a sognare.

Ma per noi di Cardiopoetica La poesia non sta in ciò che viene prodotto o scritto. Ma in un approccio umano alle cose. In una carezza, talvolta in uno schiaffo, in una lacrima. Nel rifiuto di una guerra stupida e delle sue riforme armate.

C’è una sola auspicabile riforma, quella dell’anima umana. Ho visto umani che voi cose. È tempo di vivere.

Per approfondire:

Il cacciatore di androidi.

Guerra cibernetica su Wikypedia.

Cyberwar su Newsweek.

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