Sguardi InVersi: Ricordare è l’inferno

Cosa accadrebbe se la gente potesse vivere cinquecento o mille anni? Che senso avrebbe l’ergastolo? Una riflessione filosofica ed etica sulla pena detentiva oggi e domani. A cura dei Cardiopoetica di Radio Bullets
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Ne La Città senza nome, racconto di Lovecraft, scritto nel 1921 e appartenente al ciclo di Cthulu, si narra che il poeta pazzo Abdul Alhazred, autore del Necronomicon, abbia scritto i seguenti versi: “Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire.” Devono essere queste le parole che rimbalzano nella mente del sottufficiale Grant James, un giovanotto neoassunto, che sta scortando il prigioniero più anziano dell’Istituto Carcerario di Ucronia, sito nel desertico Mare della Traquillità, Colonia Lunare 920, fuori dalla struttura, avendo egli interamente scontato la sua pena. I giudici, all’epoca, stabilirono infatti che egli avrebbe dovuto scontare un anno di prigione per ogni persona uccisa o alla cui morte avesse contribuito. Stimato un numero di vittime di settanta milioni, la corte condannò l’imputato a settanta milioni di anni di prigione. Grant James richiude le porte del carcere e lascia l’anziano sulla soglia. Ha un’aria antica, i solchi rugosi della fronte sono trincee imperlate di incubi e deliri. Sbuffa. Si guarda intorno. Per prima cosa cercherà un bar. E farà colazione. Certe cose non cambiano mai. Dal taschino dell’uniforme carceraria estrae fuori la sua consunta carta d’identità, rinnovata ogni mille anni. Legge e sillaba il proprio nome: “Adolf Hitler.” Si sforza di ricordare, ma non riesce. Forse era stato un narcotrafficante? Forse un ladro di cavalli? O forse solo l’ennesimo innocente vittima di un’ingiustizia? Inutile sforzarsi. Chiunque sia stato, ora è un uomo libero. Dubbioso e pensoso, se ne va, tra la folla del nuovo millennio, con una voglia di succo di mele.

Fantascienza, siamo d’accordo. Oppure no. A Oxford un team di studenti guidato dalla filosofa Rebecca Roache ha iniziato ad indagare su come tecnologie futuristiche possano trasformare il valore e l’esecuzione delle pene detentive. Non è un mero esercizio intellettuale, tutt’altro. Se si guarda all’enorme popolazione carceraria negli Stati Uniti, si trova un numero astronomico di prigionieri anziani, tra cui un bel po ‘con i pacemaker. La questione filosofica fa così incrociare il progressivo aumento della vita media di un uomo con il senso delle pene detentive. Se portiamo il ragionamento agli estremi il quesito sarebbe il seguente: se la gente potesse vivere per secoli o per millenni ci sarebbe più tempo per riformarli e reimmetterli in società a seguito di eventuali crimini, ma quante personalità può contenere una persona? Che memoria avrebbe di un crimine commesso a 40 anni, uscendo dal carcere cinquecento anni dopo? Più che una persona riformata, non sarebbe una persona cambiata? Un adagio di David Lynch così recita: le persone non cambiano, si rivelano. Bisogna ammettere che sul lungo periodo questa distinzione non è più così sottile. Ma la filosofa Rebecca Roache si è spinta oltre: fino a che punto sarebbe immorale intervenire su efferati criminali con il trattamento di farmaci capaci di alterare la percezione del tempo? Noi, consci dello stato di diritto e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo firmata a Parigi nel 1948, non abbiamo dubbi nel rispondere. Ma la domanda non è solo teorica: appartiene al passato, al 1930, il ricordo della guerra civile spagnola. Le prigioni durante il conflitto erano costruite in modo tale da renderle invivibili, esteticamente sgradevoli, claustrofobiche.

Il dibattito sulla pena è ancora tutto da illuminarsi, alla luce della lente del futuro, tenendo però in considerazioni le basi giuridiche ed etiche dettate da Cesare Beccaria. Su che cosa dovrebbe incidere una vera riforma, un pentimento? Probabilmente, sul rimorso per ciò che si è fatto di male.

Un aneddoto: un ragazzo ubriaco investe un suo coetaneo. Il giudice lo obbliga a versare un assegno di venticinque centesimi ogni giorno alla famiglia della vittima per dieci anni. Dopo due anni, il ragazzo implora il giudice di essere messo in prigione, per liberarsi del promemoria quotidiano. È tutto lì, l’inferno: nella memoria. Nella capacità di ricordare i propri errori, se persino un anziano Ponzio Pilato ne Il Procuratore della Giudea, opera di Anatole France, alla domanda di Lamia, un suo vecchio amico, se si ricordasse di un uomo, tale Gesù il Nazareno, che aveva condannato per chissà quale delitto molti anni prima, così Pilato risponde: “Gesù? Gesù il Nazareno? No, non ricordo.”

Per Sguardi InVersi da Cardiopoetica è tutto. La linea a Radio Bullets.

Biblio:

https://aeon.co/essays/how-will-radical-life-extension-transform-punishment