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PANAMA PAPERS: La Cina di Xi Jinping durante la sua campagna anti corruzione. A cura di Serena Console per Radio Bullets
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Il 3 aprile, alle ore 20 italiane, è esplosa come una bomba a orologeria la mega inchiesta giornalistica Panama Papers. O meglio, “Banama” come la traslitterazione in pinyin cinese vede l’indicazione del Paese dell’America Centrale, sede dello studio legale di Mossack Fonseca.

Per un anno, il Consorzio internazionale per il giornalismo investigativo ha analizzato oltre 200 mila società offshore con sede in 21 paradisi fiscali, vedendo coinvolte più di 200 personalità di Paesi diversi e, tra questi, non può mancare la Cina.

All’indomani delle rivelazioni, la curiosità dei 632 milioni di utenti della seconda economia mondiale è stata fermata, se non censurata, grazie al Great Firewall. Il cyberspace cinese ha una macchina censoria molto potente: grazie al lavoro di circa 2 milioni di operatori, il traffico in entrata e in uscita dal Paese di Mezzo è controllato quotidianamente mediante un sistema informatico automatizzato, che permette di rilevare le combinazioni di caratteri sgraditi al partito. Nella lista nera delle parole censurate sui social network cinesi, ultimamente è comparso l’hashtag “Banama”. Questo, se ricercato su Weibo e Baidu, genera l’avviso “non produce risultati in accordo con le leggi nazionali”. Insomma, tutto è stato cancellato.

L’unico a menzionare il caso dei flussi finanziari è il Global Times, lo spin-off del Partito Comunista Cinese. Con due editoriali, pubblicati il 5 e il 7 aprile, il giornale accusa Washington di aver messo mani nell’indagine del consorzio giornalistico.

Tirando fuori il solito discorso occidente/oriente, la testata filogovernativa sottolinea quanto siano poco numerosi i casi offshore di americani coinvolti e quanta attenzione sia stata data al caso Putin. Nelle righe dell’editoriale si legge: “Nell’era di internet, la disinformazione non pone grandi rischi per l’Occidente e per l’elite occidentale. Alla lunga, diventerà un nuovo mezzo per le nazioni occidentali, alleate nella stessa ideologia, per colpire le elite politiche non occidentali”. Un attacco politico e una questione ideologica quindi, che vede le potenze socialiste colpite dalla tracotanza capitalista. E, ancora più importante, nell’editoriale del 7 aprile viene avanzata l’ipotesi della presenza dei membri della CIA tra i giornalisti dell’ICIJ, mettendo in discussione l’indipendenza governativa del pool di giornalisti.

Ma perché il Global Times alza i toni proprio il 7 aprile? Il giorno precedente, sul sito del consorzio sono stati messi nero su bianco i nomi di otto familiari della classe politica che possiedono azioni e società offshore.
 Ci sono da chiarire due aspetti però. In Cina, come altrove nel mondo, non è illegale istituire società offshore, ma i funzionari del partito, così come i loro parenti, non possono trarre profitto dalle loro posizioni di potere, secondo quanto stabilito dalla costituzione del PCC.

I giornalisti hanno ritrovato storie e nomi legati a figure dell’alto rango del Partito Comunista, tra cui, soprattutto, spunta il nome di Deng Jiagui, cognato del presidente cinese Xi Jinping.

C’è da sottolineare che il leader cinese, già forte del culto della personalità che sta costruendo, infierendo sulla già minata libertà di espressione, ha basato il suo programma politico e ideologico sulla lotta alla corruzione nelle file del PCC sin dal primo giorno del suo insediamento.

Deng Jiagui, che figura come cliente dello studio legale panamense, ha acquistato attraverso Mossack Fonseca una società offshore nel 2004 e altre due nel 2009. Di queste aziende si sa poco e non si sa per cosa fossero utilizzate, anche perché il cognato del leader cinese non si esprime a riguardo. Si sa solo che le tre società, la Supreme Victory Enterprises Ltd., la Best Effect Enterprises e la Wealth Ming International Ltd. sono state chiuse poco prima della nomina di Xi Jinping come capo del PCC nel 2012.

Un altro cliente di rilievo è la figlia di Li Peng, primo ministro della Cina dal 1987 al 1998. Sua figlia Li Xiaolin, con suo marito, possiede la Cofic Investments, una società nelle Isole Vergini Britanniche incorporata nel 1994. Charles Andre Junod, l’avvocato svizzero di Li, afferma che i fondi della ditta provenivano dalle esportazioni di attrezzature industriali dall’Europa alla Cina. I file dell’ICIJ mostrano che la proprietà è stata gestita a lungo mediante l’uso delle cosiddette azioni al portatore che sono registrate senza nomi. Le azioni al portatore sono considerate un veicolo per il riciclaggio di denaro e altri illeciti.

Ma la lista dei nomi cinesi fatta dai Panama Papers è lunga. La nipote di Jia Qinglin, quarto pilastro del Comitato permanente del Politburo fino al 2012, è cliente di Fonseca. Jasmine Li Zidan, ex matricola della Standford University, è l’unica azionista di due società registrate nelle Isole Vergini Britanniche, la Harvest Sun Trading Ltd. e la Xin Sheng Investments Ltd., con almeno due filiali a Pechino fondate nel 2009: queste sono specializzate in investimenti e consulenze nel settore immobiliare e hanno un capitale registrato di circa 300 mila dollari. Li aveva acquistato per un dollaro la Harvest Sun nel 2010 da un imprenditore di Hong Kong, Cheung Yu Ping, uno dei maggiori rivenditori in Asia di orologi di noti brand svizzeri. Avendo le due società nelle Isole Vergini Britanniche, Jasmine è stata in grado di mantenere il nome della famiglia fuori documenti di registrazione pubblici.

Jasmine Li non è l’unica a possedere società nel paradiso fiscale dell’arcipelago nel Mar delle Antille. Infatti, Chen Dongsheng, genero di Mao Zedong, è proprietario e azionista della Keen Best International Ltd. sin dal 2011, oltre a essere a capo di una società di assicurazioni.

Ma anche Lee Shing Put, genero di un membro del Comitato Permanente Zhang Gaoli; Jia Liqing, nuora di un altro membro del Comitato del Politburo Liu Yushan; Hu Dehua, figlio di un alto membro del PCC Hu Yaobang. E, infine, Zeng Qinghui, fratello di Zeng Qinghong che è stato vice presidente della Cina dal 2002 al 2007: Zeng era il direttore della China Cultural Exchange Association Ltd. società fondata prima a Niue, nell’Oceano Pacifico meridionale e poi trasferita a Samoa nel 2006.

Il quotidiano britannico The Guardian afferma che, dall’analisi dei documenti di Mossack Fonseca, i maggiori proprietari di società offshore sono cittadini della Cina continentale, di Hong Kong e di Taiwan. L’ex colonia britannica, per il suo sistema legislativo e fiscale, ospita il maggior numero di intermediari, banche e studi legali che istituiscono società offshore per conto dei loro clienti. Inoltre, le sedi di Fonseca si trovano in 7 città della Cina: Shanghai, Shenzhen, Dalian, Hangzhou, Jinan, Ningbo e Qingdao. Lo scorso anno circa mille miliardi di dollari ha lasciato la Cina e seicento miliardi di questi non sono stati soggetti ad alcun controllo bancario.

La seconda potenza mondiale è sempre stata “oggetto di studio” della ICIJ: in un’indagine del 2014, la Chinaleaks, è stato rivelato che i parenti dei leader cinesi usavano società offshore delle Isole Vergini Britanniche. Tra questi c’erano i parenti dell’ex leader Deng Xiaoping, dell’ex presidente Hu Jintao e dell’ex premier Wen Jiabao.

Perché l’indagine Panama Papers suscita tanto clamore mediatico e politico? C’è da precisare che non è un problema di fiduciario, ma di fiduciante. Le società offshore, talvolta aperte al costo di 1 dollaro, funzionano mediante prestanome e la quantità di denaro, ma soprattutto la provenienza di esso, risulta essere inscrutabile per via dei giri finanziari che animano la costituzione delle società, incastrate le une dentro le altre nei diversi paradisi fiscali. Bisogna non solo capire chi c’è dietro ma cosa c’è dietro e se questo denaro proviene da conti pubblici, da evasione fiscale da reciclaggio o da traffici illeciti. Ogni singolo Paese coinvolto, quindi, dovrebbe affidarsi alla giustizia per verificare l’effettivo illecito.

In Cina, tutto questo, però, sarà difficile e complicato se si considera il coinvolgimento della classe politica. Si dice che è ancora la punta dell’iceberg, ma c’è da domandarsi chi effettivamente controllerà il controllore.

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