Tag7: Piccolo mio, torna a casa

Ogni anno in Cina scompaiono migliaia di bambini, vittime del traffico di essere umani. Più di 100 rapiti al giorno destinati a famiglie che non hanno figli, ma anche alla prostituzione e all’espianto di organi. Migliaia di bimbi scomparsi e migliaia di famiglie disperate. Alcune associazioni si stanno dando da fare per aiutarle. Ascoltate questa storia a cura di Serena Console per Radio Bullets
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Una call to action indirizzata ai volontari di Baobeihuijia, il sito web cinese che dal 2007 cerca di aiutare le famiglie disperate a ritrovare gli oltre 70.000 bambini spariti e rapiti: un fenomeno secolare in costante crescita.

“Solo quando sarò sfinito di cercare mio figlio, potrò interrompere le mie ricerche”, dice Chen Shengkuan, padre del piccolo Zhaoyuan scomparso da più di un anno. Era il gennaio del 2015 e a distanza di un anno non si hanno ancora notizie del bambino di quattro anni sparito nel villaggio di Suixi, a pochi km da Zhenjiang, nella regione del Guandong.

Come accade per ogni figlio di migranti lavoratori, Zhaoyuan è stato affidato alle cura dei nonni nel villaggio rurale dalle abitazioni fatiscenti e dai vicoli pieni di erbacce, mentre il padre si trova nella città di Zhenjiang per lavorare in fabbrica.

Proprio nel villaggio sono state lasciate le ultime tracce del bambino, quando nella mattinata del 2 gennaio giocava davanti a un negozio, lontano dalla supervisione dei nonni; l’assenza del bambino e le mancate risposte ai richiami hanno attivato immediatamente le ricerche, perlustrando ogni luogo del villaggio inutilmente.

Dopo poche ore, il giovane padre di 28 anni, disabile dall’infanzia per una poleomelite, è stato informato dell’accaduto e da quel momento è iniziato un calvario per l’uomo.

“Ogni giorno sono distrutto dal pensiero di lui e non riesco a capire come sia possibile che sia scomparso dal villaggio. Se continuo a cercare, lo troverò e spero si ricordi di me, spero si ricordi di suo padre”, ha mormorato l’uomo affranto che ogni mattina, prima del turno in fabbrica, va alla ricerca del figlio nei parchi o davanti le scuole, nonostante le difficoltà motorie a cui deve tener conto.

Dopo un anno di inutili ricerche, la famiglia di Zhaoyuan ha abbracciato l’idea che il piccolo, come tanti altri, è vittima del traffico di bambini e dei rapimenti che si verificano da oltre un trentennio nel territorio cinese.

Già nel XIX secolo lo studioso inglese Johannes Von Gunpach definiva il fenomeno dei rapimenti il crimine più comune in Cina. Per il dipartimento americano si parla di 20 mila bambini, solo 10 mila per le statiche cinesi, mentre sono 70 mila per le organizzazioni umanitarie, con una media giornaliera di 192 sparizioni.

Un vuoto incolmabile lasciato nelle case e nelle famiglie, distrutte e disperate, pronte a sacrificare tutto ciò che hanno per ritrovare lo sguardo del figlio. I genitori, vittime dell’avidità dei trafficanti e in preda alla disperazione, viaggiano, vagano, distribuiscono volantini, guardano ogni bambino in cui si imbattono con la speranza di incontrare il loro.

Alla base, però, c’è un giro d’affari crescente e proficuo che, nonostante le leggi del governo, non ha ricevuto una battuta d’arresto. Il sequestro di persona, e in particolare delle donne e bambini, è tutelato dall’articolo 240 della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese che prevede dai 5 ai 10 anni di reclusione e la confisca dei beni patrimoniali.

La recente abrogazione della legge di pianificazione delle nascite e del figlio unico potrebbe aiutare a creare un cambiamento radicale nel fenomeno illegale e sicuramente l’alto tasso di rapimenti in Cina è dato dalla tradizionale concezione sociale e familiare di preferire il primogenito maschile su quello femminile, come futuro membro della forza lavoro attiva.

Molte bambine sono oggetto di guadagno per il traffico illegale di adozioni verso gli orfanotrofi cinesi e verso il mercato internazionale oppure vengono indirizzate nel sud est asiatico per diventare delle giovani schiave del sesso.

Un bambino può esser venduto per 100mila yuan (circa 15 mila euro), mentre le bambine valgono la metà; inoltre, più i bambini sono piccoli e meglio vengono valutati nel traffico illegale.

E la realtà sembra molto più complicata: sin dagli anni ottanta, molti bambini rapiti nelle città vengono impiegati in lavori pesanti e sottopagati o assoldati per mendicare e per compiere furti in strada. Persino negli ospedali si verificano traffici di neonati non riconosciuti dai genitori.

Ed è proprio nell’agorà pubblica che si concretizzano i maggiori casi di rapimento: nelle strade affollate e lontane dagli occhi dei genitori per un momento distratti, i bambini vengono catturati da criminali senza lasciar traccia, il che rende difficile il compito di investigazione della polizia locale. E anche nei villaggi rurali si verificano con più semplicità i rapimenti a causa della mancata sorveglianza delle forze di polizia.

Molte sono le bande di ladri altamente organizzate che raggirano i controlli governativi attraverso un doppio binario: la corruzione delle autorità politiche e delle forze dell’ordine locali, oppure la gestione delle transizioni e dei traffici tramite QQ, la chat cinese di Messanger.

Non solo, il traffico di esseri umani trova il suo punto di forza nella legislazione cinese: la denuncia di rapimento deve esser presentata alle autorità locali solo dopo 24 ore dalla sparizione del soggetto, il che, quindi, agevola i trafficanti di un giorno.

Di fronte ai lenti sforzi governativi che sembrano inutili, molti genitori hanno deciso di attivarsi autonomamente cercando di dare contributo e consolazione a chi, ancora, è alla ricerca del figlio disperso.

È il caso di Zhang Baoyan, fondatrice nel 2007 del sito web Baobeihuijia (in inlglese Baby back home). Anche lei è stata vittima del rapimento della sua piccola di 4 anni nella città di Tonghua, nella regione nord est di Jilin. Zhang ha potuto constatare con la propria esperienza il tormento per un figlio disperso, seppur per poco tempo; così, assieme al marito, ha deciso di aprire il portale web per ritrovare i bambini scomparsi.

Totalmente autofinanziato, si avvale di migliaia di volontari sguinzagliati sul tutto territorio cinese che comunica privatamente tramite QQ per coordinare le varie operazioni di ricerca.

Nel 2010, l’associazione di volontariato di Baobeihuijia e la China Social Welfare Foundation hanno lanciato congiuntamente un fondo di beneficenza per aiutare a cercare i bambini rapiti; nello stesso anno, il governo locale ha anche aiutato la start up di Zhang a risolvere i vari problemi finanziari, mettendola in contatto con diverse imprese private per ottenere finanziamenti validi a portare avanti il progetto; nel 2013, l’agenzia statunitense di comunicazione e marketing, la James Walter Thompson, ha lanciato l’app per smartphones Missing Children che si collega al database di Baobeihuijia.

Dal lancio dell’app, oltre 20 mila sono stati i download effettuati: una call to action rivolta a oltre 20mila volontari impegnati nella ricerca di bambini scomparsi.

L’utilizzo dell’app è molto semplice e ha contribuito al ritrovamento dei piccoli dispersi: basta fotografare il volto di un bambino per strada che si crede sia stato rapito e l’app, attraverso la tecnologia della ricognizione facciale, compara e riconosce il bambino scomparso inserito nel database del sito cinese e, se c’è riscontro positivo, mette in contatto l’utente con la famiglia del minorenne disperso per fornire ulteriori dettagli e informazioni.

Attualmente il sito è in costante crescita e vanta di una schiera di oltre 140 mila volontari in tutta la Cina per cercare di dare supporto a circa 17mila famiglie distrutte e divise dalle azioni di crudeli sciacalli.

Questi singoli sforzi, però, si devono coordinare con l’opera governativa che dovrebbe imprimere punizioni più severe sia ai trafficanti e sia agli acquirenti che, attualmente, ricevono una pena di un massimo di tre anni di reclusione o i servizi domiciliari.

Storie che non sempre terminano con un lieto fine, trattandosi anche di un argomento tabù per il governo cinese che riconosce l’entità del fenomeno, ma non rende pubbliche le statistiche sul numero di bambini scomparsi e ritrovati.

E mentre il padre di Zhaoyuan avviava le sue ricerche, nel gennaio dello scorso anno, la Cina accoglieva con clamore la notizia di Sun Bin, un ragazzo ritornato a casa per riabbracciare, per la prima volta, i genitori dopo 24 anni di assenza; ciò è avvenuto grazie a una coppia senza figli che ha pagato l’equivalente di 500 dollari ai trafficanti per far ritornare il giovane a casa.

I media cinese hanno raccontato con entusiasmo la storia del giovane Sun Bin, rapito all’età di 4 anni, non perché il traffico illegale di bambini sia una novità, ma perché è raro che ci sia un lieto fine.