Un caffè con lo storico: Un avviso dalle stelle

Il 12 marzo del 1610 esce il Sidereus Nuncius di Galileo Galilei, a cura di Edoardo Angione su Radio Bullets
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Il 12 marzo del 1610 la stamperia Baglioni di Venezia pubblica un piccolo trattato astronomico intitolato Sidereus Nuncius, opera dell’allora quarantaquattrenne uomo di scienza Galileo Galilei. Il titolo può essere tradotto come “avviso astronomico”, oppure, per chi si sente più poetico, “il messaggero delle stelle”.

Si trattava del primo lavoro scientifico basato su osservazioni raccolte tramite un telescopio — Galileo lo definiva “un nuovo occhiale”, da lui inventato “dopo aver ricevuto l’illuminazione della grazia divina”. Col telescopio, Galileo era riuscito a vedere innumerevoli stelle fisse mai viste prima nonché il corpo della luna, che Galileo scopriva essere non “liscia e levigata”, ma “scabra e ineguale”, piena di anfratti, sporgenze e cavità, proprio come la faccia della Terra.

Galileo dava anche istruzioni sommarie per costruire un telescopio fai da te — nel caso in cui foste interessati, il testo tradotto dal latino e digitalizzato per intero si trova su liberliber.it

Il Sidereus Nuncius contiene più di 70 diagrammi della luna, ma anche di alcune costellazioni, tra cui Orione, oltre alle descrizioni, le spiegazioni e le teorie di Galileo. Ciò che sembrava più importante a Galileo era poi la scoperta di “quattro astri erranti”

Come ogni testo dell’epoca, anche il nostro Sidereus Nuncius ha una dedica — nello specifico a Cosimo II de Medici, quarto granduca di Toscana. Galileo era stato il tutore di Cosimo II, insegnandogli la matematica per 4 anni. Al suo mecenate, Galileo ricorda come ai tempi di Augusto era apparsa una stella — che l’imperatore, in onore del suo padre adottivo, volle chiamare Astro Giulio. Ma era solo una cometa. Il serenissimo principe Cosimo II poteva però stare tranquillo, perché Galileo gli stava dedicando non una, ma quattro stelle: in realtà si trattava di quattro satelliti di Giove — Io, Europa, Ganimede e callisto.

Le scoperte di Galileo ebbero un’eco immediata. Già dal giorno della pubblicazione iniziarono a circolare e a suscitare dibattiti. Molto presto lo scienziato sarebbe stato ammesso nell’Accademia dei Lincei.

Il 1. Marzo del 1610 il Sidereus Nuncius era stato approvato dal consiglio dei X di Venezia sulla base di un giudizio favorevole dell’inquisizione: il Sidereus Nuncius non conteneva niente di contrario alla Fede Cattolica, né ai buoni costumi, né ai principi — per questo il testo era stato pubblicato senza problemi. Il problema era però sarebbe stata la teologia — le teorie di Galileo si basavano infatti sulle teorie eliocentriche di Keplero — che poi la stessa chiesa avrebbe riconosciuto ufficialmente nel 1757. Del resto, numerosi religiosi erano d’accordo con Galileo su un piano scientifico. Ma il problema era, per così dire, di competenze: secondo Galileo, il famoso passo del libro di Giosuè in cui dio ferma il sole era da interpretarsi in senso figurato, e non letterale. Secondo il cardinal Bellarmino, teologo gesuita, il problema era di fonti: i testi sacri andavano reputati veri perché la loro fonte era Dio. In ogni caso, Galileo era intervenuto in questioni esegetiche — anche se le dottrine copernicane avevano circa 70 anni.

Ma chi era, in questi anni, a sostenere che l’interpretazione dei testi sacri non fosse soltanto una competenza del Magistero della Chiesa? I protestanti. Sarà per questo problema di competenze che Galileo, nel 1633, dovrà abiurare definitivamente le teorie copernicane — anche se, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, senza torture, prigionie o quant’altro.