Un caffé con lo storico: Il massacro dei cinesi

Il 9 ottobre del 1740 nella città portuale di Batavia, capitale delle Indie orientali olandesi, e oggi meglio conosciuta come Jakarta, inizia un massacro etnico di proporzioni spaventose ai danni della comunità di cinesi che abitavano in questa città coloniale. A cura di Edoardo Angione per Radio Bullets
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Il 9 ottobre del 1740 nella città portuale di Batavia, capitale delle Indie orientali olandesi, e oggi meglio conosciuta come Jakarta, capitale dell’Indonesia, inizia un massacro etnico di proporzioni spaventose — stiamo parlando di svariate migliaia — ai danni della comunità di cinesi che abitavano in questa città coloniale.

I commercianti ed i lavoratori cinesi erano stati attirati presso la colonia dalla Compagnia delle Indie Orientali olandesi, di modo che all’inizio del ‘700 la Batavia — attuale Indonesia — ospitava una sostanziosa minoranza cinese. Lavorarono all’inizio nella costruzione della colonia, ma poi si diedero da fare come raffinatori di zucchero e commercianti e distillatori di Arrak, una sorta di acquavite prodotta con zucchero e altre cose che somiglia vagamente al rhum.

La forte presenza cinese nella colonia, tuttavia, stava pian piano diventando un grattacapo per gli olandesi: a fronte di circa 1275 europei, la popolazione cinese raggiungeva quasi i 4.200. Nel corso degli anni 30 del ‘700, le impressionanti dimensioni della comunità cinese — sempre più florida — iniziavano a preoccupare anche i nativi dell’Indonesia. Erano così iniziate politiche di deportazione verso Ceylon, l’attuale Sri Lanka, ai danni dei cinesi meno abbienti.

Nel frattempo, nell’economia globale il prezzo dello zucchero andava calando sempre di più, nel 1740 si era ormai dimezzato rispetto a 20 anni prima a causa della concorrenza delle indie occidentali — in particolare in Brasile. A rimetterci fu in particolar modo la comunità cinese — i mercanti perdevano soldi, i lavoratori il proprio lavoro. Dal canto loro, i colonizzatori olandesi non fecero nulla per alleviare le condizioni di lavoratori che pochi anni prima avevano attirato nella propria colonia.

Quando i lavoratori cinesi iniziano a protestare in modo attivo, aggirandosi in modo minaccioso per la Batavia, gli olandesi decidono di agire. I leader della comunità cinese vengono imprigionati, i lavoratori iniziano ad essere deportati. Si diffondono voci, mai confermate o negate, che i cinesi venivano buttati in mare e lasciati affogare, e la comunità cinese si prepara a questo punto per una ribellione armata. Il 7 ottobre scoppia una prima rivolta: centinaia di lavoratori cinesi scontenti uccidono una cinquantina di soldati olandesi.

Il governatore generale Adriaan Valckenier a questo punto fa perquisire tutte le case delle migliaia cinesi residenti in Batavia. Tutte le possibili armi, inclusi i coltelli da cucina, vengono requisite e scatta il coprifuoco — idi notte, cinesi non possono più accendere alcun tipo di luce, perché si teme che cospirino.

Ma è soltanto il 9 ottobre che inizia la spirale di violenza — la causa, ancora una volta, sono voci non confermate di atrocità commesse dai cinesi ai danni delle altre minoranze: schiavi provenienti da Bali ed altre isole tra il Borneo e le Molucche. La folla inizia a massacrare i cinesi, inclusi donne e bambini. Gli olandesi incoraggiano il massacro, che va avanti per tre giorni, con altri episodi isolati fino al 22 ottobre. È l’inizio di una vera e propria guerra che si combatterà per due anni: da una parte i coloni olandesi, dall’altra cinesi e indonesiani. Alla fine, verrà restaurato il controllo olandese. Ma questa è un’altra storia.