Un caffé con lo storico: morte dei Medici

La morte di Garzia e Giovanni de’ Medici: tra realtà, costruzioni culturali e riesumazioni scientifiche. A cura di Edoardo Angione
Per ascoltare la rubrica
clicca qui.

Il 6 dicembre del 1562, nella città portuale di Livorno muore all’età di 15 anni don Garzia de’ Medici. Si trattava del settimo figlio di Cosimo I de Medici, Duca di Firenze e di Siena, che venne colto in quell’anno da un triplice lutto, perdendo due figli e la moglie, Eleonora.

Secondo la leggenda, l’adolescente Garzia ebbe una violenta discussione col fratello Giovanni, Cardinale di 19 anni durante una battuta di caccia — il problema sarebbe stato una preda abbattuta. Essendo Giovanni il figlio prediletto del Duca Cosimo, quest’ultimo avrebbe immediatamente aggredito il figlio minore, colpendolo a morte con la spada, e provocando indirettamente anche la morte della madre, la marchesa Eleonora di Toledo, colpita da crepacuore alla vista di tale scempio. Questa versione dei fatti ispirò anche un dramma del poeta e drammaturgo piemontese Vittorio Alfieri, il Don Garzia, che tramutò le morti in una serie di intrighi politici della tirannica dinastia.

In realtà, i fatti andarono in modo totalmente diverso: Cosimo aveva sì la passione per la caccia — perfettamente normale per un nobiluomo, in particolar nel XVI secolo. Si trovava al tempo nella Maremma Pisana con i propri familiari, non soltanto per andare a caccia, ma anche per controllare l’andamento di uno tra gli innumerevoli tentativi di bonifica della Maremma, all’epoca e per molti secoli a venire, una zona paludosa e malsana — un posto dove prendersi la malaria era altamente probabile.

E fu proprio una febbre malarica fulminante e mortale a concludere il soggiorno in una tragedia. Giovanni de Medici, fratello maggiore di Garzia, fu il primo ad essere colpito — fu trasportato a Livorno, dove morì il 20 novembre. La morte di Garzia fu quasi contemporanea, e la madre Eleonora, già di salute cagionevole, mor pochi giorni più tardi.

A darci la certezza di questi fatti, oltre ad alcune fonti scritte del tempo, ci sono degli studi del medico e senatore Gaetano Pieraccini, che nel 1947 fece riesumare il cadavere di don Garzia, insieme a quelli di molti altri familiari, in uno studio medico sulle malattie ereditarie. I cadaveri di Garzia e di Giovanni presentano un paio di carie, ma nessuna ferita mortale. In compenso, grazie a questo studio è arrivato fino a noi un prezioso e raro esemplare di abbigliamento maschile del Cinquecento: un meraviglioso abito in damasco con berretto in velluto nero, indossato da Garzia, ed oggi restaurato, in condizioni pressoché perfette, visitabile a Firenze presso la Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze.

Il piccolo Garzia, nato nel 1947, ebbe un’infanzia difficile. Il Pieraccini, alla luce delle fonti, lo definì, e cito, un “deficiente mentale”, che il padre pensò di indirizzare alla carriera militare. Fu così che nel 1960, a tredici anni, venne nominato comandante della Marina Pontificia da Pio IV, titolo ovviamente onorario. A 15 anni fu poi comandante supremo delle galere toscane: si trattava insomma di un giovane che per diritto di nascita sarebbe stato indirizzato ad una brillante carriera, stroncata tuttavia dalla malattia. Il fatto che l’Alfieri lo immortalò come vittima dei tirannici intrighi della famiglia Medici è quantomeno curioso — leggerò ora una riflessione dello st esso Alfieri, un esempio di come la Storia venga letta, cambiata, interpretata in vari modi, a seconda dell’epoca, degli intenti dell’autore, e di quale uso si vuole fare del fatto storico.

“Questo fatto storico viene da alcuni per stitichezza negato, o minorato d’assai. Ma ciò pochissimo importa al poeta, che sopra una base possibile e verosimile, da molti narrata e creduta, e quindi al certo non interamente inventata, ne posa la favola, e ad arbitrio suo la conduce. Certo è, che codesti due fratelli ebbero rissa fra loro; che morirono in brevissimo tempo amendue, e la loro madre sovr’essi; e che i loro corpi durono di Pisa arrecati tutti tre ad un tempo in Firenze. Se ne mormorò sommessamente, e con terrore moltissimo, in tutta Toscana; ma nessuno osò indagare, e molto meno narrare un tal fatto. Ma è certo ancor più, che se così non seguiva, visti i costumi della scellerata schiatta dei Medici, questo fatto potea, benissimo in tutte le sue parti seguire così”.

Per approfondire:

Paola Volpini, “Medici, Giovanni de’”, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2009

G. Pieraccini, La stirpe de’ Medici di Cafaggiolo, Firenze 1986.

Vittorio Alfieri, Don Garzia, Tragedia, ed. Francesto Trevisan, Verona, 1890.