Yebo! L’Africa è in onda: Agrate Migrante

Questa è una puntata speciale in cui Gaia Manco ha trovato notizie dall’Africa nel paese dove è cresciuta, Agrate Brianza, in provincia di Monza e Brianza].Ad Agrate Brianza, in Lombardia, nell’estate 2015 è stato aperto un centro di prima accoglienza e smistamento per richiedenti asilo, dove sono accolti uomini adulti principalmente provenienti da Paesi africani.Come si vive nel limbo della richiesta di asilo? Alcuni occupanti del centro hanno raccontano la loro vita quotidiana.
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Ad Agrate Brianza, in Lombardia, nell’estate 2015 è stato aperto un centro di prima accoglienza e smistamento per richiedenti asilo, dove sono accolti uomini adulti principalmente provenienti da Paesi africani.

Come si vive nel limbo della richiesta di asilo? Alcuni occupanti del centro ci hanno raccontano la loro vita quotidiana.

Il centro di Agrate Brianza è uno dei tre della provincia di Monza e Brianza, insieme a quelli di Limbiate e Monza. Concepito per un’accoglienza temporanea di circa 40–50 profughi nelle settimane durante le quali vengono analizzate le loro richieste di asilo, ora il centro ospita circa un centinaio di persone, 115 secondo gli ospiti del centro, e la loro permanenza dura alcuni mesi.

Chris* è arrivato in Italia via mare dalla Libia scappando da una faida fra famiglie in Nigeria:

“Io vengo dalla Nigeria, mio fratello era in politica. In una discussione ha colpito un uomo, e purtroppo lo ha ucciso, quindi adesso lo stanno cercando per ucciderlo, lui è scomparso e siccome non riescono a trovarlo, si vogliono vendicare su di me. Quindi io ho lasciato il Paese perché l’uomo ucciso era l’unico figlio di quella famiglia, che adesso è proprio arrabbiata, non può lasciar perdere e se non trova la persona vuole comunque vendicarsi, quindi dovevo sparire, dovevo andarmene”.

I migranti del centro sono unanimi nel volere restare in Italia ma critici verso le condizioni di vita nel campo, soprattutto per quanto riguarda il cibo, come racconta Adama*:

“Per il cibo, noi siamo africani, e non possiamo cucinare il nostro cibo, vorremmo poter cucinare il nostro cibo invece ce lo portano e non abbiamo scelta se non mangiare quel cibo, non abbiamo scelta e dobbiamo mangiarlo”

In particolare, sostiene Laurence* dalla Nigeria, c’è poca trasparenza nella gestione del campo, lui vorrebbero invitare alcuni giornalisti all’interno del campo affinché vedano le loro condizioni di vita, in particolare la mancanza di attività e la qualità dell’acqua:

“Mi scusi, ma ci mancano i mezzi di comunicazione, quello che lei sta facendo. Possiamo solo dormire e non è quello che siamo venuti a fare qui. Io sono un ingegnere, posso riparare telefoni e computer, poi arrivo e mi dicono che non posso fare nulla, e io chiedo: perché? Non siamo pigri!

Vorrei che venisse al campo a vedere l’acqua che beviamo, bere dai rubinetti non fa bene”

In particolare Laurence* ritiene che l’acqua dei rubinetti del centro, una ex-casa cantoniera, sia troppo salata e irriti il corpo.

Il ventenne Salim*, anche lui arrivato via mare dalla Libia dopo aver perso la famiglia nel suo Gambia natale, racconta di aver trovato degli amici italiani e di voler restare in Italia ma si unisce al coro delle critiche al centro:

“Non fa così freddo ma lo spazio è ristretto, quattro o cinque di noi stanno in una stanza, e non è bello vivere così, ad esempio siamo in sei nella mia stanza, è troppo stretto dormire in quelle specie di letti”.

Il Commissario della Croce Rossa di Monza, interpellato riguardo alle dichiarazioni dei giovani presenti nel centro ha dichiarato in una nota scritta:

“Il cibo e assolutamente fresco, prodotto da una società leader nel settore della ristorazione, esperta anche di cucina etnica, cerchiamo nel limite del possibile di avvicinarsi alle loro pietanze, ma come può immaginare, viste le diverse provenienze non è certo facile. Talvolta il malcontento è dovuto dalla lunga permanenza alla quale devono sottostare, il nostro HUB nasce come centro di prima accoglienza, e non luogo di destinazione permanente, in attesa della richiesta di asilo internazionale. In quanto all’acqua, è esattamente quella che beviamo noi”

La frustrazione di molti migranti nasce dal fatto che le pratiche iniziali di riconoscimento dello status di rifugiato durano mesi, e in quel tempo i richiedenti non possono lavorare. Così, Laurence* vuole rivolgere il suo messaggio direttamente al governo italiano:

“Io ho passato 4–5 mesi qui adesso. Avevano detto due mesi, e poi ti danno i documenti per muoverti e cercare lavoro. Il mio consiglio per il governo è che non è consigliabile tenere ferme in un posto persone che possono lavorare, non siamo disabili, se adesso possiamo lavorare contribuiamo all’economia del Paese, tenerci in un posto non aiuta né noi né loro, entrare nel sistema lavorativo aiuta l’economia, stare seduti tutto il giorno non aiuta”

Abbiamo incontrato i ragazzi all’uscita del corso di italiano che frequentano ogni giorno nei locali dell’oratorio del paese. E’ uno dei luoghi del paese che i richiedenti asilo amano frequentare insieme alla chiesa e alla piazza, dove grazie al wi-fi gratuito possono mandare e ricevere notizie da casa. Ma anche studiare l’italiano in una condizione di inattività è molto difficile:

“La chiesa è una buona cosa, anche la biblioteca, ma c’è qualcosa con la lettura, se non si sta bene quello che leggi non ti rimane, se sto bene e sono felice lo studio mi entra in testa. Ci sono persone che hanno fatto cinque o sei mesi di scuola ma non sanno niente, perché ritorni al campo e sei arrabbiato con te stesso e getti via i libri”.

*I nomi degli intervistati sono stati modificati.

Per commenti e domande potete contattare Gaia su Twitter: @gaiamanco

Link per approfondire

· Account Twitter dei volontari della Croce Rossa Italiana attivi al campo di Agrate Brianza: @CRIbrugherio

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