Yebo! L’ Africa è in onda: Distretto numero Sei
L’11 febbraio 1966 il District Six, il Distretto Numero Sei di Città del Capo venne dichiarata zona per soli bianchi. I neri sudafricani vennero cacciati e tutti gli edifici che li avevano ospitati vennero distrutti. Il governo della segregazione razziale e della supremazia bianca non poteva sopportare un quartiere multiculturale, dove fiorivano arte e musica. A cinquant’anni da quell’evento simbolo dell’apartheid, Gaia Manco in collegamento dal Sudafrica per Radio Bullets ci racconta cosa resta del District Six.
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L’11 febbraio 1966 il District Six, il Distretto Numero Sei di Città del Capo venne dichiarata zona per soli bianchi. I neri sudafricani vennero cacciati dal distretto e tutti gli edifici che li avevano ospitati vennero distrutti. Il governo della segregazione razziale e della supremazia bianca non poteva sopportare un quartiere multiculturale, dove fiorivano arte e musica.
A cinquant’anni da quell’evento simbolo dell’apartheid, il Sudafrica si prepara a ricordare questo anniversario scomodo, che obbliga a chiedersi cosa si veramente cambiato nel Paese e come sia possibile ripagare le vittime dell’apartheid.
Dal 1966 al 1978 circa 60.000 persone sono state sgomberate dal District Six e hanno visto le loro case distrutte. Solo gli edifici di culto vennero risparmiati.
L’area al tempo degli sgomberi era considerata insalubre e troppo affollata, ma per i cittadini costretti a lasciarla non andò meglio altrove: la maggior parte andarono nelle township di Cape Flats, le zone fuori dalla città che in altri Paesi si chiamano slum o favela.
Lo sgombero del District Six è un esempio di quello che è accaduto in Sudafrica fra gli anni Sessanta e Ottanta: 3.5 milioni di sudafricani non bianchi -come li definiva la legge-, sono stati forzatamente spostati per mettere in pratica la segregazione dei luoghi di residenza. I cittadini non bianchi erano in maggioranza neri, ma anche indiani o coloured, come vengono chiamati in Sudafrica i discendenti dei figli avuti dai primi coloni olandesi con le donne africane del luogo. I non-bianchi erano autorizzati ad abitare solo in alcune zone, solitamente fuori dalle città, e anche in quelle zone, spesso senza servizi, erano divisi per gruppi razziali.
Il District Six di Città del Capo era con il quartiere Sophiatown di Johannesburg il simbolo della resistenza quotidiana all’apartheid. Il quartiere era infatti multiculturale.
Dal 1994 il District Six Museum tiene vivo il ricordo del quartiere. Il museo occupa i locali di uno dei pochi edifici che non vennero distrutti, una chiesa missionaria metodista. Alcune delle attuali guide del museo sono ex-residenti che vennero cacciati negli sgomberi. Nelle storie che raccontano è sempre presente la musica. Il District Six è infatti un luogo di riferimento, ormai luogo mitico perché non esiste più, del jazz sudafricano. Il pianista e compositore jazz Abdullah Ibrahim crebbe nel District Six prima di fuggire dal Sudafrica. La storia del District Six ha anche ispirato il film di fantascienza District Nine, prodotto dal regista del “Signore degli Anelli” Peter Jackson, uno dei primi film di fantascienza mai prodotti in Africa.
Uno spettacolo teatrale “District Six, kanala”, creato dal regista sudafricano David Kramer, è al momento in scena a Città del Capo per commemorare l’evento. Lo spettacolo è una composizione di storie che raccontano come fosse la vita del District Six negli anni Sessanta, prima dello sgombero. Ma la pièce non ha l’appoggio unanime degli spettatori e dei critici: Kramer è accusato di appropriarsi da sudafricano bianco della storia e dell’identità dei sudafricani neri, in una forma di colonialismo culturale.
A cinquant’anni dallo sgombero del District Six il razzismo nella società africana è ancora al centro del dibattito politico. Dalle università ai mezzi di comunicazione, all’accesso al mercato del lavoro la maggioranza nera della popolazione ancora vive una segregazione di fatto. A Yebo! L’Africa è in onda abbiamo parlato diverse volte degli esempi di discriminazione e segregazione in Sudafrica: le lezioni in alcune delle più importanti università sudafricane, ad esempio, vengono impartite in afrikaans, la lingua della minoranza bianca di origine olandese al potere ai tempi dell’apartheid. In molte città inoltre, inclusa la capitale Pretoria, rimangono intatti i simboli della colonizzazione e dell’apartheid, come le statue di Kruger e Rhodes, e la toponomastica ancora celebra alcuni protagonisti della colonizzazione e dell’apartheid.
Secondo il Restitution of Land Rights Act, il decreto di restituzione dei diritti terrieri, approvato dal governo di Nelson Mandela nel 1994 per restituire la terra a coloro a cui era stata ingiustamente sottratta per motivi razziali o politici, alcuni residenti del District Six ancora in vita potrebbero tornare nei luoghi dove sono nati. Se ci si basa sulle informazioni rilasciate dall’amministrazione locale e dal ministero per la riforma terriera, circa 1500 sudafricani avrebbero diritto a recuperare la terra nel district Six. Tuttavia la ricostruzione procede a rilento e alcune zone dell’antico District Six sono abbandonate.
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Link per approfondire
• District Six Museum, dove fare una visita virtuale del quartiere
• Yebo! Il Sudafrica è ancora razzista?
• Yebo! Razzismo nelle università del Sudafrica
I racconti di viaggio sono una delle passioni di Gaia. Per raccogliere nuove idee volerà a Milano questa settimana: seguite i suoi aggiornamenti in diretta dalla BIT di Milano sulla pagina Facebook del suo podcast Accidentally in Joburg.
Il suo ultimo viaggio -pieno di imprevisti- è stato a Barcellona, potete ascoltarlo qui