I giovani, il giornalismo e il cazzo che ci avete rotto

Dicono che i grandi giornali siano delle fortezze inespugnabili. Vero. Dicono che quando ti rispondono dopo la 30esima email devi ritenerti fortunato. Verissimo. Dicono che la gavetta, in fondo, devono farla tutti.

Eppure c’è modo e modo di fare gavetta, oggi in Italia. Editori acchiappaclic e acchiappa-giovani non fanno altro che stare sul web sfruttando la voglia di lavorare di ragazzi (e ragazzini) che spesso col mondo del giornalismo non hanno niente a che fare, ma sono cresciuti a pane e sport, e col mito di entrare nello schermo. Gli editori, quelli acchiappaclic, ci hanno costruiti imperi sopra. Guardate siti e sitarelli sportivi.

Il problema non è con i ragazzi che accettano di scrivere pezzi per 1 euro, mettiamoli da parte, non meritano di essere manco commentati. Il problema sta anche dall’altra parte.

Esperienza personale. La Stampa, dopo ripetute email, accetta una mia proposta. Bravo, bene, bis. Scrivo il pezzo, mando foto, rispondo a tutte le telefonate il giorno prima della pubblicazione, per far sì che il prodotto giornalistico sia il migliore possibile. Pagamento? “Mettiamoci d’accordo — mi rispondono — vogliamo che sia degnamente pagato questo pezzo”, aggiungono. Bravi, benissimo. Il pezzo viene pubblicato: è fine luglio. Bravi tutti, tutti contenti.

Peccato che da allora sia rimasto solo il silenzio. Balle di fieno. Mando proposte, scrivo mail, sottopongo altri pezzi. Evito di telefonare perché mi sembra penoso. Telefonare per dire di pagarmi. Per elemosinare quello che è un mio diritto. “Siamo in vacanza, ci sentiamo tra una settimana”. Poi, indovinate? Il nulla.

Il problema non sono quei 20 euro che La Stampa mi deve, ma l’atteggiamento con cui lo fa. Faremo, diremo, vedremo. Come se fosse un atto dovuto. E se qualcuno pensa che “i panni sporchi si lavano in casa”, meglio ricordarci che se siamo, tutti, in questa situazione, è anche perché in troppi accettano di lavorare in condizioni da schifo. Il lavoro, cari amici, si paga. Qualcuno ve l’ha mai spiegato? Con la visibilità, al supermercato, non ci compri manco un pezzo di pane. E poi non lamentatevi che i ragazzi se ne vanno a fare i camerieri. A fine serata, quelli, vengono pagati e ringraziati. Come in ogni lavoro normale del mondo.

Raffaele Nappi

  • Qui la risposta di Guido Tiberga, caporedattore de “La Stampa”. Per completezza va pubblicata.

I grandi giornali sono “fortezze inespugnabili”? A luglio, mentre ero al mare, ricevo una tua mail o un tuo messaggio facebook (non ricordo bene, ma non importa). Proponi un pezzo che mi pare interessante su un gruppo di giovani torinesi. Ti indirizzo al responsabile della cronaca di Torino. Io, lo dico per chi chi legge, sono il caporedattore che coordina il lavoro delle dieci edizioni locali della Stampa: non decido direttamente i contenuti. Il collega ti risponde, concordate il pezzo, tu “rispondi a tutte le telefonate per far sì che il prodotto giornalistico sia il migliore possibile” (guarda che si fa così, non è una tua particolare nota di merito). Il tuo articolo viene portato alla riunione di direzione, piace perché è buono, viene pubblicato sull’edizione nazionale con un richiamo in prima pagina. Chi non ci credesse può trovare le foto del pezzo e del richiamo direttamente sul tuo account Facebook, pubblicati da te il giorno stesso dell’uscita. Riassumendo: una mail a un caporedattore in vacanza che non aveva mai sentito il tuo nome, pochi giorni di attesa e la firma in prima pagina. Sinceramente, credo che le “fortezze inespugnabili” siano un po’ diverse.
In seguito mi mandi un altro paio di proposte, seguo la stessa procedura: sono ritenute meno interessanti e non seguono la stessa via della prima. Succede, nei giornali, di non riuscire a far approvare un pezzo. Succede anche a me, che ho passato quasi metà della mia vita in questa redazione e ho pure fatto un minimo di carriera.
Del pagamento non so nulla fino al tuo gentile articolo di oggi in cui comunichi al mondo che ti abbiamo “rotto il cazzo”. Lo leggo, chiamo la segreteria di redazione e provvedo a segnalare la cosa, scopro che non abbiamo i tuoi dati (magari una telefonata, non per “elemosinare un tuo diritto”, ma per comunicare il tuo codice Iban potevi pure farla). La telefonata te l’abbiamo fatta noi, oggi: il pagamento arriverà il mese prossimo, perché i grandi editori e “il cazzo che vi hanno rotto” (cit.) hanno tempi tecnici: se tu avessi inviato i tuoi dati a fine luglio saresti stato pagato in agosto. E non saranno i 20 euro di cui parli non si capisce in base a quali fonti (saranno sempre troppo pochi, lo ammetto, ma saranno di più). Nessuno alla Stampa ti ha mai detto che saresti stato pagato con la “visibilità”. Ti abbiamo detto (lo scrivi tu) “mettiamoci d’accordo”. Solo che (lo scrivi sempre tu) “hai evitato di telefonare perché ti sembrava penoso”: Hai preferito scrivere che ti “abbiamo rotto il cazzo”. Libera scelta, ovviamente: i panni sporchi” puoi lavarli dove ti pare, ma prima accertati che siano sporchi. Dimenticavo, pagare È un atto dovuto. Raccontare le cose come stanno dovrebbe esserlo, per chi fa il nostro mestiere.

A questo punto è bene precisare due o tre cose.

1 — Qualcuno ha detto che mi è stata data una grande possibilità e che io manco l’ho capito. Bene, la prossima volta mi prostrerò e mi inginocchierò. Il mondo del giornalismo funziona più o meno così: proponi pezzi e, se piacciono, vengono pubblicati. Andare in prima sulla Stampa è stato un grandissimo onore, nessuno lo mette in dubbio. Ma rientra nel normale rapporto di lavoro: io propongo, tu accetti.

2 — Qui non discutiamo solo “la cosa” (il mancato pagamento), ma il modo. Con quei soldi poco ci farei. Ma mi pare assurdo che sia io a doverli chiedere ripetutamente, soprattutto tenendo conto che siamo di fronte ad una grande azienda. E i miei dati, compreso numero di telefono, erano disponibili da luglio.

3 — Le famose proposte di cui Tiberga parla, contenevano ripetute email in cui si chiedevano lumi sul pagamento. Mai avuto risposta. Anche un “no, il pezzo non lo prendiamo”, avrebbe evitato questa situazione. E invece il silenzio.

4 — Vi soffermate sul titolo. Niente di personale: è un riferimento non solo al comportamento delle redazioni in generale (mi è successa la stessa, identica cosa col Corriere, tranquilli) ma anche a un bellissimo pezzo di Minuto Settantotto di fine agosto. Ecco il link :) http://www.minutosettantotto.it/4-ace-zaytsev-cazzo-ci-avete-rotto/

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