Se i gatti fanno più notizia dei bambini morti sotto le bombe

La notizia della presunta Fatwa contro i gatti proclamata dall’IS e pubblicata in massa su tutti i giornali italiani dimostra che teniamo più agli animali che ai bambini che muoiono sotto le bombe.

E’ stata ripresa da un sito iracheno, al Sumaria, non proprio fonte di autorevolezza, credibilità e spessore. Nel suo breve articolo, spiega Il Post (che ha fatto un ottimo lavoro di verifica sul tema) non si parla oltretutto di requisire o uccidere i gatti, ma solo di un “presunto divieto di tenerli in casa”.

La stessa notizia non è apparsa su nessun quotidiano internazionale, che sia il Guardian, il NYTimes. E’ circolata su siti minori. Ed è finita sulle paginate online dei principali quotidiani italiani.

Tutto ciò non solo dimostra quanto ci interessano più i gatti degli umani. Ma ci fa capire che sono i capiredattori ad avere una percentuale di colpa nella caduta di vendite secolare e nella reversione al clickbaiting. Sono loro ad aver deciso di inserirle, affidandole migliaia di battute. Con quali garanzie? Perché?

A parlare sono i numeri: secondo l’ultima ricerca utile dell’Osservatorio di Pavia, ad esempio, i maggiori telegiornali italiani in 365 giorni hanno dedicato 413 notizie al principe d’Inghilterra William e alla sua consorte Kate Middleton, riservandone solo 5 alla crisi nella Repubblica Democratica del Congo. D’altronde nel mondo dei media circola da tempo l’idea, definita dagli studiosi di comunicazione legge di McLurg, che “un morto inglese equivalga a cinque francesi, a venti egiziani, a cinquecento indiani e a mille cinesi”.

Va detto, però, che le notizie relative alla Repubblica Democratica del Congo nello specifico sono brevi, lette in studio, e che non toccano minimamente la questione della crisi, ma riguardano eventi tangenti come incidenti aerei. Si può quindi concludere che è stata completamente dimenticata dai telegiornali italiani la crisi nella repubblica centro-africana.

I media, insomma, (soprattutto quelli televisivi) si concentrano sull’eterno presente che parla di pericolo per la sicurezza del Paese. Non c’è una vera spiegazione delle cause, ma ci si concentra solo sugli effetti. Per dirla con le parole dell’Osservatorio di Pavia, che da anni stila un rapporto fondamentale sul tema “Manca una continuità di fondo: la narrazione è frammentata in base al grado di pericolo suscitato”.

Le bombe su un matrimonio in Yemen, due giorni fa, si è trasformato in un trafiletto di 500 battute. Perché? Chi si prende la responsabilità di ignorare le morti, di relegarle ad un mondo lontano da noi? Di farcele sentire altre, innocue? Chi si prende il diritto di rendere muto il pianto di un bambino di Aleppo sotto le bombe?

Anche questo è razzismo. Anche questo, purtroppo, in Italia, è giornalismo.

(E poi dicono che i giornali non vendono più).

Raffaele Nappi

*La foto in alto è di Osman Sagirli