Lessico del terremoto

La notte del 24 agosto ho sentito il letto della mia casa a Roma agitarsi, dondolare come una barca sul filo dell’acqua. Al di là del legittimo spavento (che non è interessante, anzi quasi patetico da raccontare) ho cercato le prime notizie con twitter e poi google news.

La mattina dopo, molto presto, ho aperto la pagina di un quotidiano nazionale. Nell’articolo sul terremoto c’erano parole come paura, dramma, disperazione, coraggio. Informazioni, tipo l’ora in cui sono arrivati i soccorsi, erano omesse, erano meno fondamentali dei fatti che potessero commuovere il lettore (i bambini trovati morti, la nonnina che salva i nipotini), provargli che era una “vera” tragedia, non la sua ombra.

Se guardo un qualsiasi altro quotidiano trovo lo stesso lessico votato alla pietà, a un sentimentalismo così ridondante da disgustare. I video delle grida d’aiuto al buio, delle telefonate al 113, le foto delle stanze sopravvissute nelle case, come una sonda rettale nelle viscere di una bestia morta. Vediamo che c’è ancora, cosa c’è nel corpo frantumato di una città e mettiamone le budella in bella vista.

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