Le abilità dei bambini speranza per il futuro

Due mesi nei Centri Estivi del Comune di Milano a raccontare gli sport paralimpici. Un’esperienza che arricchisce attraverso emozioni, anche contrastanti, che giorno dopo giorno fanno pensare a quanto bella potrebbe essere la nostra società tra dieci o venti anni o ti gettano il peso dell’angoscia per una generazione destinata a perdere, che non sa vincere e tanto meno perdere.

Le scuole del Comune di Milano, finito l’anno scolastico, non chiudono, restano attive grazie ai Centri Estivi, che incontrano le esigenze delle famiglie, che non possono permettersi di portare in vacanza per tre mesi i figli. E’ qui, come ogni giorno dell’anno, che si vede la ricchezza della società multietnica, nel mescolarsi di bambine e bambini, dove la differenza è tutt’al più curiosità, invece che paura preconcetta, trasmessa soprattutto dagli adulti.

Una palestra, un proiettore e la presentazione può iniziare

Raccontare lo sport in una diretta televisiva è una grande emozione, riuscire a “far sentire” tale emozione è uno degli obiettivi primari. Raccontare lo sport a bambine e bambini, richiede un adeguamento del linguaggio, ma è addirittura emotivamente più coinvolgente. Un’esperienza forte, accresciuta quando le storie che racconti sono di atleti paralimpici.

Scuola dopo scuola, entri in contatto con migliaia di bambini, circa settemila divisi nei quarantuno centri, imparando a non sorprenderti delle loro domande, ad aspettarti l’inaspettato, trovando le risposte giuste alle loro curiosità.

Il tema generale dei centri estivi, non poteva essere differente, era l’Olimpiade, con una finestra aperta sui giochi paralimpici, tema dei nostri incontri. In ogni giornata di attività lo schema era lo stesso, ma le variabili tante quanti i bambini partecipanti alla presentazione e ai giochi. Fino a duecento per volta, che è l’equivalente per un domatore di leoni di mettere la testa nella bocca dell’animale e uscirne vivo. Storie, fotografie e video seguendo il programma predisposto da Claudio Arrigoni, uno dei massimi esperti a livello mondiale, quasi un missionario, per far capire ai bambini la realtà degli sport paralimpici, ma soprattutto far prendere confidenza con il tema della disabilità. Dopo la teoria, la pratica, attraverso gruppi ristretti che si ritrovano in gioco.

Davide Moreschi spiega il baseball per persone cieche

Come compagni di questo viaggio, oltre a Claudio, si sono alternati Davide Moreschi, due volte campione europeo di baseball per persone cieche, e Maurizio Vichi, soprannominato Bonimba, come il grande Roberto Boninsegna per chi ricorda il calcio degli anni settanta. Maurizio era bomber vero quando all’oratorio giocava appoggiandosi alle stampelle, segnando goal a raffica. Da amante dello sport e, visto il soprannome, dell’Inter, quando le stampelle non sono state più sufficienti, si è seduto, ma non ha rinunciato al gioco, passando al basket in carrozzina.

L’incontro di presentazione è sicuramente la parte più emozionante, fatto di storie, immagini e domande. Sorrisi e lacrime, come al cinema, anzi meglio. Un paragone non casuale, perché è successo, più di una volta, che la domanda fosse: ma sono veri? Anche le lacrime di commozione sono state vere, come quando una bimba ha detto che un bimbo vicino a lei stava per piangere: a quel punto abbiamo condiviso la commozione per alzata di mano e praticamente tutti eravamo commossi e qualche lacrima è scesa per davvero. Poi stupore, per un nuotatore senza braccia (ma come fa?), entusiasmo per Zanardi, già entrato nei programmi scolastici, risate per lo scontro di due rugbisti in carrozzina. Tutto facile, perché le storie di Cody McCasland, Bebe Vio, Giusy Versace e Nicolas Pueta si possono raccontare come della favole, ma sono vere e accomunate tutte dalla gioia di vivere. Probabilmente più semplice di una presentazione da fare agli adulti, proprio perché i bambini sono più liberi dai preconcetti, come la cronaca di questi giorni ci ha buttato in faccia con quel padre scocciato dalla presenza di persone con disabilità all’interno del villaggio vacanze. Nel presentare gli sport paralimpici, la chiave che apriva il cuore dei bambini, erano le abilità di questi atleti, ma non solo, tanto che per Davide e Maurizio le domande si sono concentrate su come facevano a fare le cose di tutti i giorni, quelle dei “comuni mortali” come le definisce Davide.

La stazione “showdown” nei giochi paralimpici

I giochi della seconda parte erano liberamente ispirati agli sport paralimpici, adattati agli spazi a disposizione della scuola (dopo ci torneremo) e alla simulazione di due tipi di disabilità: sensoriale e fisica. Una benda sugli occhi per giocare a baseball, calcio, torball, showdown, oppure seduti per provare il volley o il basket. Giochi per capire che si può andare oltre, imparando a confrontarsi con il tema della disabilità.

Durante i giochi, nelle reazioni dei bambini, trovi quell’elemento ispiratore, che ti mette a dormire con fiducia di un domani migliore, non solo limitato all’integrazione delle persone con disabilità. Capisci come educatori dei centri estivi, ma prima ancora gli insegnanti di tutto un anno, hanno una responsabilità importante, che naturalmente non può essere disgiunta da quella delle famiglie. Negli occhi dei bambini l’integrazione è naturale, spontanea, andrebbe solo assecondata, fatta sviluppare senza troppe interferenze.

Purtroppo durante i giochi, va detto non sempre, trovi anche l’angoscia nel vedere che qualche ragazzo è gia compromesso. Non può essere che così se l’arbitro venduto è un assioma o se nel mezzo di un gioco ti trovi un branco di “calciatori” protestanti o ancora invece del sostegno e dell’incoraggiamento per un compagno di squadra che commette un errore c’è lo scherno o addirittura l’insulto. Se non alimentiamo la cultura dell’integrazione e del rispetto, se noi adulti non ci diamo una regolata, roviniamo il futuro di questi ragazzi.

Ognuno deve fare la propria parte. Per quanto riguarda il lavoro di giornalisti, la riflessione è che non possiamo evitare di pensare anche all’influenza che si può avere sul pubblico. Possiamo contribuire, ovviamente non da soli, alla diffusione di un’etica che sia legata fondamentalmente al rispetto, coniugata nei vari campi della vita sociale. Anche in questo caso è una questione di mettere in risalto le abilità e i comportamenti virtuosi. Il nostro sport nazionale (ma non solo), che di valori sarebbe ricco, riesce però a nasconderli, in un corto circuito di soldi, simulazioni e corruzione. Ma forse è solo specchio della nostra società. Ci vorrebbe un garante, che vigili, obbligando a puntare sulle abilità, sul bello, contribuendo a far crescere una generazione che avrà il compito di trasformare il nostro paese

Lo sport ha un potenziale enorme nella formazione dei nostri giovani, sia in termini di salute e benessere, sia in termini educativi. Nella scuola probabilmente se ne sono accorti, ma ancora si paga l’arretratezza generale di programmi, formatori e strutture. Il bello dovrebbe essere il motore della crescita. Non è un caso che in questo viaggio nei centri estivi, la scuola più bella, o meglio, quella con gli spazi migliori e adeguati per l’attività sportiva, avesse anche il gruppo di educatori più organizzati e bambini più veloci nell’adattarsi alle richieste organizzative dei giochi. L’ambiente diventa parte integrante della motivazione di chi lavora. Questo è un tema importante, perché sono anni che ogni rilancio di federazione sportiva, passa dall’annuncio di voler portare lo sport nelle scuole. Poi i risultati sono sempre stati molto modesti, perché purtroppo è quasi impossibile fare sport nelle scuole. In parlamento non ha ancora completato l’iter una legge sulla funzione sociale dello sport, ma se la nostra scuola deve includere l’attività sportiva nei suoi programmi, non si può prescindere da un consistente investimento nell’edilizia scolastica.

Se il canestro è troppo alto, arriva in soccorso il canestro umano. Lo sport è per tutti, basta un piccolo adattamento

Abbiamo giocato in palestre, di varie dimensioni, in corridoi, atrii, cortili, tra ringhiere e piante, praticamente ogni scuola ci ha imposto di occupare gli spazi e, eventualmente, adattare gli stessi giochi con delle regole speciali. Senza gli spazi adeguati l’idea di una scuola più vicina allo sport rimarrà molto lontano dall’essere realizzata.

Rimarrebbero gli esempi virtuosi, casuali e sempre per spirito d’iniziativa di singoli o piccoli gruppi. Nulla a che vedere con quello che dovrebbe essere un “sistema”. Discorso che ci porta lontano, nei meandri della politica, che in questo caso sarebbe alta. Resta la gioia per due mesi passati a raccontare gli sport paralimpici e la voglia di far prevalere le sensazioni positive per il futuro, puntando su abilità e integrazione.

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