Sette luci nel cielo

Ci metto un po’ a capire. Poi, senza staccare la faccia dal cuscino, allungo il braccio e afferro il cellulare che vibra sul comodino.

«Pronto?» faccio sottovoce. Con un occhio guardo la sveglia, i led rossi che trafiggono il buio con la scritta 00.23. «Pronto?»

«Ma dove diavolo sei? Sono più di quaranta minuti che t’aspetto. Lo sai che odio questo posto.»

«Cosa…?»

È una voce femminile. Grida.

«Ma chi è?» dico. Con la mano libera cerco alla mia sinistra. Incontro i capelli crespi di Diana, la sua spalla nuda.

Faccio un respiro profondo e mi tiro a sedere.

«Dài, Martino. Smettila.» La voce di donna fa un pausa. In sottofondo sento musica, altre voci. «Hai ragione» dice. «Lo so che hai ragione.»

«Cosa… Ma chi è?»

«Ho detto che hai ragione, su. Te l’avevo promesso, lo so, ma… Non siamo più ragazzini… Sai come vanno certe cose, no?»

Mi passo una mano tra i capelli. «Mi scusi» dico con tono fermo e gentile, «credo che lei abbia sbagliato numero.»

«Adesso smettila però, eh!»

Sento Diana rigirarsi nel letto.

“Cazzo” mi dico. «Guardi che ha sbagliato» dico in modo brusco, ma attento a non gridare. «Ha capito?»

Dall’altra parte c’è solo silenzio. Aspetto qualche istante. Poi faccio: «Pronto?»

«Però non è giusto» mi grida la voce di donna. «Non è giusto, non puoi sempre farmela pesare così, dài! Lo sai quanto…» Invece di finire la frase lancia un urlo di rabbia, una specie di suono strozzato in gola. E poi: «Sei proprio uno stronzo» grida con ancora più forza. Mi giro verso Diana.

«Fanculo!» Riattacca.

Poso il cellulare sul comodino. Per un po’, resto seduto con la schiena contro la spalliera del letto. Chiudo gli occhi. Mi sforzo di capire se poteva essere la voce di un’amica o anche solo di qualcuno che conosciamo e ha chiamato per errore. Rifletto sul fatto che però è me che ha chiamato per errore. Comunque, la prima persona che mi viene in mente è Loretta. In realtà non avrei una ragione valida per associare Loretta a questa voce femminile. Le rare volte che l’ho sentita al telefono, Loretta ha pronunciato sempre le stesse poche parole: «Ciao Franco. Sono Loretta. Posso parlare con Diana?» Questo, naturalmente, quando chiama al fisso e capita che sia io a rispondere. Perché di solito chiama direttamente al Motorola di mia moglie. “E poi” rifletto tra me, “Loretta non dovrebbe avere il mio numero… Bah, forse glielo avrà dato Diana” mi dico. In ogni caso, questo Martino non so proprio chi sia.

Ci penso un po’ su. Mi viene voglia di fumare. E ho anche sete. Però resto con le spalle incollate alla spalliera del letto, perché adesso mi è tornato alla mente il collegamento con Loretta. Due giorni fa ho risposto al telefono di casa. «Ciao Franco. Sono Loretta. Posso parlare con Diana?» Sono andato in cucina e ho passato il cordless a mia moglie. «Loretta» ho sussurrato. Lei si è asciugata le mani su un canovaccio e ha preso il telefono. «Pensi tu al mangiare?» Le ho detto di sì con la testa. Entrando in sala, quasi fosse un agente dell’Fbi, con la mano mi ha fatto un cinque e poi un due. Okay: sette minuti e poi via, scolare la pasta. Nell’attesa mi sono acceso una Winston e ho sfogliato un vecchio Vanity Fair finito, non so perché, dietro al forno a microonde. Di tanto in tanto mi arrivavano monconi di frasi di Diana. «Va be’, ma lui che ha detto?» Silenzio. «Sì, sì… D’accordo, ma non esagerare, però, perché poi…» Pausa. Risata. «Certo che… sì, sì. Certo… eh, ma infatti: non è che sia molto elastico, pure lui. Un po’ se lo merita, anche, diciamola tutta. Comunque tu non…»

Mi affaccio sulla sala e con gesti scomposti e smorfie sillabo la frase: «La pasta è pronta. Porto a tavola…» Diana mi guarda e ride piano. Mi fa di sì con la testa. Un segno d’intesa con gli occhi. Mentre torno in cucina la sento dire: «Loretta non esagerare, però. La corda poi si spezza. Non tirarla troppo.»

Okay, decido di alzarmi per bere e fumarmi la Winston. Mentre con i piedi tasto il pavimento in cerca delle ciabatte sento di nuovo il cellulare che vibra. Nel display compare un numero sconosciuto. Non faccio in tempo a dire nulla che sento: «…tiva, lo sai. Ti prego, dài, non lasciarmi qui da sola.»

«Pronto?»

«Martino…»

«Non sono Martino. Gliel’ho detto. Ha sbagliato numero.» Cerco di capire se può essere la voce di Loretta.

«Dài smettila con questa gioco, non è divertente.» Fa un sospiro. «Lo so, mica sono scema, hai ragione, ho tirato troppo…» Sospira. «Però non puoi farmela pagare così, dài! Odio questo posto… Te lo giuro, non succederà più…» La sua voce è calma, ma c’è tensione, lo sento. Le frasi continuano a venir giù spezzate dai sospiri. «Be’, non dici niente?» mi fa.

Finalmente riesco a infilare le ciabatte. C’è sempre quella musica, in sottofondo. E chiasso di voci.

«Pure tu, però, sempre lì a rimproverarmi: “Cri non esagerare. Cri non fare quello. Cri stai attenta…”. Tu mi tarpi le ali.» Fa una pausa. Forse si aspetta che io dica qualcosa. «Questo proprio non lo capisci, eh?» Sospira di nuovo. «Tu non mi credi. Tu non hai più fiducia in me. È questo che mi fa soffrire. Capisci? Mi fa soffrire e poi finisco per far…» Cade la linea.

Mi tiro in piedi e nel buio scivolo verso un angolo della stanza, tasto la spalliera della poltrona, afferro la vestaglia. Guai a svegliare Diana. Mentre sgattaiolo fuori dalla stanza, riesco a farmi malissimo incespicando contro lo spigolo della cassettiera. «Cristo!» grido a denti stretti. Diana bofonchia qualcosa. È una donna molta bella, con gli occhi verdi, il carattere mite e allegro; ma se le spezzi il sonno è un dramma: poi morde come un cane rabbioso per tutto il giorno.

Finalmente sono in sala. Richiudo la porta dietro di me. Accendo la luce. Una fitta m’attraversa gli occhi. Con le palpebre semichiuse infilo la vestaglia. Poi metto il cellulare in una tasca, raggiungo la cucina, apro il frigo. A cena abbiamo mangiato la bourguignon e ora ho una sete che brucia lo stomaco. Bevo dalla bottiglia. Il cellulare vibra. Guardo il display. È ancora il numero della voce di donna che cerca Martino.

«Mi ascolti ora mi sono prop…»

«Non riattaccare mai più mentre parlo» mi grida.

«È caduta la linea» dico. Poi allontano il telefono, lo guardo, dico: «Ma che diavolo faccio? Adesso mi giustifico, pure!» Scuoto la testa. Riavvicino il telefono. La voce dall’altra parte e piagnucolosa: «…perché mi tratti così? Lo sai che ti amo.» Pausa. «Non sono cattiva. Mica lo faccio apposta. Ce la metto tutta. Te l’ho detto tante volte. Non voglio mica mandare tutto all’aria, io. Tu però mi devi aiutare.» Restiamo in silenzio per qualche istante. In sottofondo sento sempre rumori di voci e musica. “Deve essere in un pub”, mi dico.

«Vero che mi aiuterai a non mandare tutto all’aria, Martino? Giuralo! Insomma, di’ qualcosa… Giuralo e io ti ri-giuro che ce la metto tutta.» Poi si mette a frignare. Un pianto sottile. «Guarda che finirò per farlo anche stanotte, se non vieni a portarmi via da qui» dice piagnucolando. «Se non vieni qui subito, stanotte finirò per fare una cosa terribile…». La sento piangere piano ancora un po’. Sento la musica, le voci lontane, la voce di un uomo che le chiede se va tutto bene. Poi cade la comunicazione. O la chiude. Non so. Resto col telefono appiccicato all’orecchio sudato per qualche istante ancora. La bottiglia nell’altra mano. Mi guardo intorno. Decido che non sono affari miei. Decido che forse è ora della Winston.

Mi butto sul divano e faccio una boccata che riempie i polmoni. Socchiudo gli occhi mentre lascio uscire il fumo. Cerco di pensare ad altro. Accendo la tv e faccio zapping tra i canali. In un telefilm c’è un uomo americano che guida un’auto ed è inseguito dalla polizia americana. Prende le curve in modo pericoloso. Sul tavolinetto avanti a me ci sono le Winston rosse, l’accendino, un posacenere ingolfato di cicche… magari se riuscisse a parlare con Martino… un post-it appiccicato da mesi con scritto: «Pagare subito bollo auto», la fattura della Tim… ha solo sbagliato numero… il pacchetto di fazzolettini Tempo, il bancomat di Diana… è solo un maledetto equivoco, cazzo… l’estratto conto di Intesa Sanpaolo, la bottiglia d’acqua… se lui sapesse, la raggiungerebbe e tutto… il vecchio numero di Vanity Fair, l’uomo in tv è finito fuori strada, precipitato in un dirupo con grandi esplosioni, un barattolino di Vivident… ma come lo trovo questo Martino… le auto della polizia si sono fermate, la lista delle cose urgenti… è solo un maledetto equivoco… una chiavetta usb a forma di topo… Vibra il cellulare.

«È uno stupido equivoco, mi ascolti» dico tutto d’un fiato. Ma dall’altra parte sento solo la voce di lei che ride. La voce di un uomo che le dice qualcosa e poi ridono insieme.

«Ciao» mi dice come fosse allegra.

Guardo l’ora.

«Ho bevuto un po’» dice facendo la voce da piccina, da ragazzina che si confessa: ingenua, ammiccante.

Sono quasi le due. Dall’ultima chiamata è trascorsa meno di mezz’ora.

Sento che grida: «Adesso lasciami in pace, un minuto!» Poi si riavvicina al telefono. Si schiarisce la gola. Parla lentamente, sottovoce. «È colpa tua, Martino» mi dice. «Se fossi stato… Insomma» grida di nuovo, «ti ho detto di lasciarmi in pace, cazzo». In sottofondo c’è sempre la musica. Sento anche la voce di un uomo che le deve essere molto vicino perché capisco chiaramente le sue parole, qualcosa tipo: «Fa come ti pare. Se la vuoi andiamo in macchina. Sennò, ciao!»

Lei non dice nulla. Sento solo questo suono flebile che cresce piano piano, una specie di sirena sbilenca, di emme prolungata. Poi sento alcuni singhiozzi un po’ trattenuti. «Vedi» riesce a dire con la voce rotta.

Non mi sono ancora fatto un’idea del suo volto, però adesso me lo immagino tutto storto in una smorfia amara.

«Vedi», ripete tra singhiozzi sempre più forti. Immagino le lacrime venir giù come una diga che crolli, perché d’un tratto il pianto si fa violento e si porta via tutto. «Tu non… non sei qui con me…» dice con le vocali allungate, malferme. «Per…ché?»

«Ehi, ehi, calma, Cri. Su, calma» ripeto.

Per un po’ la sento solo fare dei versi scomposti. Realizzo di averla chiamata per nome. Per un attimo, è stato come balzare al di là della cornetta.

«Tutto okay?» le chiedo.

Sento lo sforzo che fa per controllarsi. Ogni tanto prova anche a dire qualcosa. Fa dei sospiri, trattiene il fiato, tossisce, piange di nuovo. «Perché non sei qui?» mi dice ancora in quel modo disperato. «Lo sai che non ce la faccio senza di te.» I singhiozzi le spezzano le parole. «Io ho bisogno di te» mi dice. «Ti prego, Martino. Vieni qui, non lasciarmi…» mi dice. Non la smette più di piangere. «Finirò per fare una cosa terribile… Tu non mi vuoi bene» dice. Sembra le manchi il respiro. «Tu non mi vuoi bene.» La ascolto singhiozzare ancora per un po’. Poi riattacca.

Solo allora m’accorgo che sto andando avanti e indietro per i pochi metri della sala. M’accorgo pure che un tantino tremo. Allora mi affaccio alla porta della camera. Diana dorme serena, in pace col mondo. Il pianto della donna di nome Cri risuona ancora dentro di me. Sento i suoi singhiozzi. Il groppo che mi provocano allo stomaco. Torno in sala. Bevo dalla bottiglia. Ho bisogno d’una sigaretta. Metto il cellulare sul tavolinetto. Accendo e mi distendo sul divano. Il telefono vibra. Lo guardo e continuo a fumare. Vibra. Ma io fumo. Sussulta per un po’ e poi smette. Faccio qualche altro tiro. Schiaccio la sigaretta nel posacenere. Ho già i miei, di casini. Mi metto su un fianco. Chiudo gli occhi.

Stavolta il telefono mi strappa via rapido da un sonno leggero. «Cri» dico. E subito: «Pronto, Cri». Non c’è più musica, né tutte quelle voci. Sento solo dei rumori che strisciano. Sento una voce che chiede quanta ne hanno ancora. Poi dice: «Mi faccio un’altra riga e dopo tocca a me. Sbrigati.» Sento ansimare. Sento un mugolio. Poi una specie di grugnito. «Cazzo, era ora.» Ride. «Adesso ti faccio vedere io che festa che le faccio…»

«È tutta tua. Ma falle fare un tiro prima, sennò ti si addormenta.» Ride. «Quanta ce n’è ancora?»

«Boh, qualche riga, credo… Ehi, sei bagnatissima tu. Ci hai preso gusto, eh…»

«È tutta roba mia, coglione» ride l’altro.

«Ah che schifo! Cazzo! Pensa alla coca e sta’ zitto! Fanculo!»

Chiudo la comunicazione. Ho la nausea. Premo sulla patta con le mani perché lo sento duro. Eppure ho la nausea. Lo stomaco a pezzi. Premo forte e stringo gli occhi. Respiro profondamente. Poi mi alzo. Vado in bagno. Mi sciacquo la faccia. Torno in sala. Guardo l’ora. Sono sfinito. Sono quasi le quattro. Sono sfinito. Fuori è ancora buio. Spengo la luce e mi accendo una Winston. Mentre mi piego per posare le sigarette e l’accendino sul tavolinetto, vedo strane luci nel cielo. Scosto le tende ed esco sul balcone. Sono sei. Riconto: sette. Conto una terza volta: sì, sette. Sono proprio sette luci nel cielo. Formano una piccola costellazione ovale, però molto più luminosa dell’Orsa Maggiore, che pure brilla alta quasi sopra la mia testa, e persino più lucente delle stelle di Orione. Aspiro dalla Winston e mi chiedo se Cri stia vedendo queste luci attraverso i vetri dell’auto. Ma preferisco immaginarmela già a casa, con gli occhi chiusi, al riparo dal mondo. Vorrei abbracciarla, dirle che non la lascerò mai sola, che mi chiamo Martino e va tutto bene. Che la amerò per sempre, qualunque cosa dovesse accadere. «Qualunque cosa dovesse accadere» ripeto a mezza voce attraverso il fumo della Winston. Lo sguardo fermo verso quelle sette luci che, solo ora me ne accorgo, si muovono lentamente tra le altre stelle. Tutte assieme, sincronizzate come danzatori d’un corpo di ballo. Tutte assieme, come fari di un unico velivolo. Poi, con uno scatto, le vedo attraversare l’intera volta celeste. Le guardo danzare per un po’ con manovre spigolose, impossibili, a zigzag. Un balzo ancora attraverso l’intera volta celeste, e poi il buio. Resto lì, con gli occhi in attesa, a fissare il punto dove le luci sono scomparse. Mi sforzo di penetrare l’oscurità. Niente. Lassù non c’è niente. Aspiro ancora un paio di volte e guardo sempre lassù, dove non c’è niente. Piego la testa di lato. Ci penso un po’. Alla fine lascio cadere quel che resta della Winston nel vuoto sotto di me. Osservo il puntino luminoso della cicca roteare nell’aria scura, lo guardo rotolare sul marciapiedi nero, scomparire nel buio del tombino. Poi torno a scrutare il cielo, l’oscurità muta che ci avvolge.

fine