Ada Hartmann si presenta

Facciamo la conoscenza con l’eroina nata dalla penna di Michela Gecele

Salve a tutti!

Completiamo, in attesa di conoscere in maniera più completa la sua creatrice, Ada Hartmann, la protagonista dei romanzi

I fiumi sotto la città” e “La spiaggia dei ricordi morti” entrambi parte integrante della serie “Ada torte e delitti“, uscita dalla penna e dall’inventiva di Michela Gecele e portata alla ribalta letteraria ad opera delle Edizioni Forme Libere.

Questo nostro processo di conoscenza di Ada Hartmann procederà in questo modo: si inizierà con la presentazione delle sinossi dei due romanzi che la vedono protagonista e si continuerà poi con la presentazione di alcuni stralci tratti dal romanzo che ha segnato il debutto sulla scena di Ada Hartmann, ossia “I fiumi sotto la città“.

Siete pronti a fare la conoscenza con questa nuova straordinaria eroina letteraria che, in compagnia del suo sodale Bobby Lago, sarà protagonista dell’evento culturaleBobby Lago incontra Ada Hartmann” in programma per sabato 19 marzo 2016, a partire dalle ore 18.00 presso la Libreria Piccoli Labirinti di Parma?

Perfetto! Allora mettetevi comodi che partiamo! Ecco quindi a voi le sinossi dei due romanzi “I fiumi sotto la città” e “La spiaggia dei ricordi morti” di Michela Gecele pubblicati da Edizioni Forme Libere:

Quarta di copertina di “I fiumi sotto la città”, Edizioni Forme Libere (primo giallo della serie Ada, torte e delitti)
2010 — C’è qualcosa che lega la scomparsa di Rose da Berlino con l’omicidio di Umberto nell’antico quartiere catanese di San Berillo? Se lo chiede Ada Hartmann, insospettita da alcune strane coincidenze che ruotano attorno alla sua amica archeologa Rose. E allora il vecchio palazzo nobiliare dove vive Ada, scena del delitto dentro le viscere della Catania storica, potrebbe forse rivelarsi il tassello di un disegno più ampio, che cancella i confini geografici? La casa nasconde un mistero? O qualcuno dei suoi abitanti?
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Quarta di copertina di “La spiaggia dei ricordi morti”, Edizioni Forme Libere (secondo giallo della serie Ada, torte e delitti)
Settembre 2010. Ada Hartmann cammina sulla Plaja di Catania. Mare, sole, vista sull’Etna e sulla città; ma oggi con un “ingrediente” in più: un morto, proprio sulla spiaggia. Da qui ha inizio la seconda avventura di Ada.
La sociologa berlinese residente a Catania, dopo la prima avventura in “I fiumi sotto la città”, diventa ormai un’investigatrice a tutti gli effetti, pur se dilettante e per caso. Naturalmente, insieme ai delitti, anche in questo romanzo tornano le sue torte. Tante e golose.
Lo scenario principale dell’indagine sarà quello della Catania, e dell’Italia, degli anni ’60, con i suoi miti di progresso e crescita e i suoi scheletri non troppo nascosti. La città etnea è di nuovo protagonista, anche più che nella prima avventura di Ada. Intatte, emergono emozioni e voci del passato. Fatti. Personaggi vivi e morti. Tutti ugualmente presenti e vividi, anche quando compaiono solo nel ricordo. Tornano attuali gli eventi politici, le trasformazioni urbanistiche ed edilizie, la moda, i film di allora. Passato e presente si sovrappongono, in un crescendo di patos e coinvolgimento di tutti i protagonisti del romanzo. E anche di chi, lettore, si lascerà turbare da vicende umane al di là del tempo.

Continuiamo ora con la presentazione più diretta di Ada Hartmann attraverso una sua biografia sintetica:

Ada Hartmann è nata a Berlino ovest nel 1972, e il caso l’ha portata a Catania, dove insegna Sociologia degli spazi urbani all’università. Autoironica frequentatrice dell’oracolo cinese, ama perdersi per le strade delle città, per poi ritrovarsi in qualche caffè o pasticceria. Insaziabile consumatrice (e produttrice) di torte e di misteri, si sta scoprendo curiosa e interessata alla vita e alla morte altrui. Soprattutto agli omicidi in cui si imbatte.

Ed ora, visto che so già, che sarete rosi dalla curiosità di potervi gustare un’anteprima del romanzo d’esordio di Ada Hartmann, per gentile concessione dell’autrice vi offro ampi stralci tratti dall’inizio e dal terzo capitolo da “I fiumi sotto la città“:

Lunedì 17 maggio
Berlino era sempre diversa. A ogni visita si trasformava.
Un palazzo nuovo, un caffè, un negozio. Continuamente, incessantemente.
Ma questo succedeva anche in altre città. Qua spesso era l’anima di un quartiere a cambiare, o il punto di fuga nella prospettiva di una piazza. Le radici che dava Berlino erano fatte di movimento
A questo pensava Ada mentre camminava Unter den Linden, in un tiepido lunedì di maggio.
Il passo era ampio. Occupava lo spazio con pieno diritto. Quella rimaneva la sua città, anche se adesso viveva altrove. Giacca viola, pantaloni e maglietta gialla, capelli spettinati, occhi scuri. Piccola e agile. Sulla sua strada, una vetrina inevitabile, colorata e golosa. Torte.
Entrò senza pensare, e scelse senza riflettere troppo. Rimase delusa.
La torta di prugne e formaggio non era cattiva, ma forse quella di amaretti e pere le avrebbe dato più soddisfazione, o quella con la frutta secca. La cioccolata, comunque, era buona.
Anche a Rose piaceva la cioccolata calda; mentre non condivideva la passione di Ada per le torte. Dove poteva essere Rose? Questo interrogativo continuava a cercare strade nella mente di Ada, anche quando altri pensieri si sovrapponevano.
Rose era scomparsa, da dieci giorni.

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Mercoledì 19 marzo

Al mattino, dopo colazione, salì in terrazza. Di solito lavorava in casa; ma quella mattina sentiva il desiderio di aria e di luce. Le piaceva arrivare lassù. L’alloggio era costruito su tre livelli e arrivando alla copertura esterna, sentiva di entrare nella parte più intima della casa. Le dava benessere. Estraniarsi da tutto, immergendosi nei colori e nei rumori della città.
Da quella prospettiva, Catania diventava città nel modo che piaceva a lei. Un ingranaggio in cui si poteva entrare, ma che non ti invadeva. Sfondo in cui non sei obbligata a collocarti, ad avere un ruolo. Anche al mattino presto, quando, a volte, prendeva un autobus per l’aeroporto o per Palermo trovava la stessa Catania. In quegli orari piccoli, si muovevano personaggi diversi da quelli diurni. Immigrati, viaggiatori, vagabondi. O catanesi. Quelli che iniziano presto la loro giornata lavorativa, magari all’aeroporto. Bastava lasciar passare un’ora e tutto cambiava. La città diurna ritornava, con i suoi abitanti e i suoi legami troppo stretti. Tempo e spazio non erano più contratti. L’aria si riempiva di connessioni, parole, riferimenti a legami comuni.
Quell’umanità a volte le si contrapponeva come una massa compatta, senza spiragli e confini. Se ne sentiva schiacciata. Poi si differenziava. In un nome, una forma, una persona. E le relazioni acquistavano di nuovo senso e colore. Il respiro tornava libero.
Berlino era diversa. Forse il resto del mondo era diverso.
Dopo un’ora di lavoro, pensò di chiamare Fabio, ricordandosi il proposito della sera precedente.
- Ciao Fabio.
- Che telefonata mattiniera! Sono ancora a letto.
- Io lavoro già da un po’. Ti va di pranzare insieme?
- Va bene. Alle due da Haiku?
- D’accordo. Un bacio.
Era contenta di avere chiamato. Le sembrava di aver riallacciato un filo. Aveva conosciuto Fabio dopo tre mesi dal suo arrivo a Catania. Allora non aveva ancora sperimentato gli estremi della terra di Sicilia. La sua capacità di trasformarsi da paradiso in inferno, in un attimo, per poi tornare paradiso. Giardino in cui serpente e angelo sono spesso un’unica persona. E dove lei, che pensava di essere passionale e istintiva, si era sempre più ritrovata a incarnare una sorta di equilibrata medietà. Solo l’amore per il giallo tradiva la sua indole. Secondo qualsiasi tipo di interpretazione, il colore indicava slancio e passione.
Quella sera Ada era andata con dei colleghi dell’università in un locale nuovo. Iniziava a sentirsi di casa a Catania, e nello stesso tempo viveva ancora tutto l’entusiasmo della novità. Era di ottimo umore, quasi elettrizzata. La musica le piaceva. Fabio stava suonando lì, con il suo gruppo. Contrabbasso, musica jazz. In una pausa l’aveva avvicinato, al bar, per fargli i complimenti e per chiedergli se conoscesse alcuni musicisti emergenti berlinesi, che le piacevano molto.
Li conosceva, e conosceva Berlino. Ci era stato diverse volte. A un appassionato di musica Berlino offriva molto. Il breve scambio era proseguito dopo la fine del concerto, e poi in un altro locale. Ormai i colleghi di Ada erano tutti andati a casa.
Loro avevano continuato a parlare di musica, poi di cinema, di letteratura, e, ancora, di Berlino e di Catania. Poco di se stessi. O, meglio, avevano parlato di se stessi in modo indiretto. Dopo non si erano rivisti per quasi un mese. Nel frattempo Ada era stata a Berlino per due settimane. Al ritorno era andata di nuovo a sentirlo suonare. Si era emozionata, riconoscendo quel viso, a cui si era sorpresa più volte a pensare. Un taglio degli occhi — verdi — particolare, lineamenti regolari, inquadrati da capelli cortissimi, quasi rasati. L’espressione un po’ seria e un po’ incantata. Dopo, erano andati a cena insieme, e poi nella prima casa catanese di Ada.
Per un po’ si erano frequentati saltuariamente, anche perché Fabio aveva altre relazioni. Poi erano diventati una coppia, senza quasi accorgersene.
Ada allontanò i ricordi, e ritornò a concentrarsi sul lavoro.
Stava riguardando un articolo che aveva pubblicato due anni prima, sulla pluralità di culture e codici comunicativi in due quartieri campione della città di Marsiglia.
Era un lavoro che le aveva dato soddisfazioni. Un progetto di scambio fra le due università. Tre sue tesiste, di cui una italo-francese, erano andate a Marsiglia; e studenti di Marsiglia avevano lavorato a Catania. La fase successiva della ricerca aveva costruito un’integrazione fra i due percorsi. Ne erano risultate alcune pubblicazioni
Adesso Ada stava leggendo quel primo articolo, perché desiderava proporre un nuovo progetto sul territorio marsigliese; questa volta improntato sul rapporto con la letteratura, con il punto di vista degli scrittori del posto. Dove poteva, inseriva, nella ricerca come nel suo lavoro didattico, agganci con il cinema e con la letteratura.
Era sempre restia, però, ad addentrarsi nel mondo letterario siciliano. Si sentiva inadeguata rispetto a quella complessità artistica ed umana, a visioni del mondo così radicate in quella terra, e nello stesso tempo così universali. Entrando in quegli spazi si sentiva davvero straniera: vedeva una continuità fra letteratura e vita concreta, fra personaggi di finzione e abitanti attuali di quei luoghi. E se ne sentiva tagliata fuori.
Ne aveva parlato spesso con Fabio, che in parte contrastava il suo punto di vista, cogliendovi il rischio di luoghi comuni.
La concentrazione si stava riducendo. Mancanza di zuccheri — pensò — ci era abituata. In questi momenti si chiedeva sempre se fosse vero che le donne, fisiologicamente, fossero più soggette ai cali di zuccheri, rispetto agli uomini.
La sua esperienza confermava questa tesi. Le sembrava che gli uomini che conosceva potessero resistere uno spropositato numero di ore senza inghiottire niente. Lei aveva bisogno di pasti molto frequenti, soprattutto al mattino. Era proprio perché mangiava troppi zuccheri? I medici sostenevano anche questo.
Comunque non riusciva a lavorare. Doveva fare una pausa. Scese in cucina. C’era poco di interessante. Decise di fare una crostata, la torta più veloce che sapesse fare. Un quarto d’ora per la preparazione, e un altro quarto d’ora per la cottura. E già mangiando un po’ di impasto crudo (ottimo!) poteva placare la fame. Farina, zucchero, un uovo intero e un tuorlo, mezza bustina di lievito, e meno burro di quanto prevedesse la ricetta. Impastare velocemente, tenendo con fermezza e forza l’impasto.
Mentre nell’appartamento si diffondeva il profumo della pasta frolla e della marmellata in ebollizione, andò a prendere il portatile, rimasto in terrazza, e riprese a lavorare. Pensò, collegando l’area marsigliese alla sua attività culinaria, alle ottime marmellate fatte in casa, mangiate in un B&B di Cassis. Ci andava sempre quando era in quella zona. Era uno dei luoghi in cui faceva incetta di marmellate per le sue crostate.
Assaggiando la prima fetta, pensò che avrebbero anche potuto pranzare a casa. Poteva fare un’insalata mista, e aveva in frigo dei tranci di tonno. Richiamò Fabio. Era con Enzo. Ada ricordò l’umidità in cantina.
- Perché non dici ad Enzo di aggregarsi? Ho appena fatto un’ottima crostata.
- Che in gran parte mangerai prima del nostro arrivo… Comunque, va bene. Enzo ha sentito il tuo invito e ha fatto cenno di si. Immagino voglia dire che verrà. Manteniamo le due come orario?
- Va bene. A dopo.
Ada continuò a lavorare, e a mangiare piccole fette di crostata. Calda aveva un po’ meno sapore, ma un profumo e una fragranza, che commuovevano.
Quando sentì il citofono suonare, si rese conto dell’ora. Fortunatamente aveva apparecchiato prima; ma il resto rimaneva tutto da fare. Era soddisfatta del lavoro svolto. Adesso poteva approfondire le ambientazioni di Izzo. La Marsiglia che sgorgava da gialli e noir. Voleva anche proporre una tesi su di lui.
Iniziò ad affettare i pomodori, scostandosi i capelli dagli occhi, e preparò la piastra per il tonno, mentre Fabio entrava. Enzo aveva portato una bottiglia di vino. Un Sirah.
- Ciao Ada — le disse Enzo abbracciandola affettuosamente. Non si vedevano da un pò
- Ciao, ti vedo in forma — rispose Ada, passando poi a baciare Fabio.
- Ti aiutiamo?
- Si, grazie. Non ho ancora fatto quasi niente. Quanto tempo avete?
- Io due ore, Enzo solo una.
- Ok, dovremmo farcela. È tutto molto veloce. Enzo, puoi stappare il vino, per favore? E tu, Fabio, mi aiuti qua?
Dopo aver portato il vino sul tavolo della sala, Enzo guardò attentamente i mobili.
- Hai comprato una libreria nuova?
- Si. Ti piace?
- Direi di si. Mi sembra che si adatti all’insieme. E dei lavori del palazzo sei soddisfatta? Ormai sono quasi completati.
- Certo. Anche perché mi sembra di averli fatti io. Tutta la fatica di trovare l’accordo fra i condomini
- Non è che hai dovuto trasportare mattoni.
- Dai Fabio, Ada si è davvero impegnata per questa casa, lo sai benissimo.
- Anche tu ti sei dato da fare.
- Solo perché sono architetto e avevo qualche conoscenza in più; ma questi lavori li hai voluti e seguiti molto più di me. In fondo qua io sono uno dei classici proprietari per reddito. Ho solo investito un po’ di denaro. Mentre per te questa casa è stata quasi una missione.
- Una missione, si, è così. E’ una buona definizione. Se credessi alla reincarnazione penserei di averci abitato in qualche vita precedente.
- Non troppe vite fa, la casa non è così vecchia — Fabio interveniva solo con breve battute; per il resto ascoltava sorridendo.
- Però potrei aver vissuto in una costruzione precedente. Chissà. Comunque, Enzo, qual è il tuo parere tecnico sui lavori?
- La scala è stata ristrutturata molto bene. Soprattutto le finiture in pietra bianca. Quell’artigiano è veramente bravo; i capitelli restaurati delle colonne sono un’opera d’arte. I pianerottoli sono eleganti, ma misurati. Evocano lo spirito di più di un secolo fa. Il barone che ha fatto costruire questo palazzo doveva essere un personaggio interessante.
- Personaggio è il termine giusto. Era un appassionato di cose belle, di arte, anche di musica — intervenne Fabio, interrompendo poi la conversazione con un tema alimentare — porto l’insalata in tavola? Iniziamo a mangiare?
- Va bene. Arrivo subito con il tonno.
- Al momento del terremoto ancora molti alloggi erano degli eredi del barone — Riprese Enzo, quasi fra sè.
Il terremoto del 13 dicembre 1990, che aveva colpito la Sicilia orientale, aveva gravemente danneggiato la parte posteriore del palazzo, il lato sud, quello verso il mare. Molti alloggi erano stati dichiarati inagibili, e solo dopo alcuni anni era iniziata una lenta rinascita dell’edificio.
- Hai saputo che Umberto è stato ucciso? Qui, nelle cantine.
- Si, me l’ha detto Susan. Mi ha telefonato appena è successo. Era sconvolta. Voleva lasciare l’alloggio.
- Da quando sono tornata non l’ho ancora incrociata. E’ fuori?
- Credo che sia andata a Londra per un paio di settimane. Secondo me ha cambiato qualche programma per andare via di qua per un po’.
- Ieri sera sono scesa nelle cantine e mi sono resa conto che lì l’umidità è davvero tanta. Io non ho una cantina. Prima di ieri mi era capitato di scendere solo un paio di volte. Cosa potrebbe essere?
- A Catania ci sono due fiumi sotterranei. Il sistema idrografico sotto la città è complesso. Non mi stupirei se ci fosse un passaggio di acqua qua sotto, vicino alle cantine.
A questo punto intervenne Fabio
- Hai ragione, non ci avevo mai pensato. Sarebbe interessante fare un’esplorazione.
Alle 16,30 Ada aveva appuntamento con una studentessa, in facoltà. Quindi uscì subito dopo Fabio.
Quando Enzo era andato via, si erano baciati, senza parlare, e avevano fatto l’amore. Era stato bello. Intenso e dolce. Si erano ritrovati dopo un’assenza, dopo un momento di distanza fra di loro. O forse — pensò Ada — Fabio non aveva avvertito questo distacco. Era stato qualcosa che aveva vissuto solo lei. Ma se un componente della coppia si allontana, può l’altro non avvertire la frattura, continuare a vivere in una pienezza che non c’è più?
Ada sorrise, sapendo che, se avesse posto queste domande a Fabio, lui avrebbe scosso la testa, dicendo che pensava troppo. Lei però sapeva che Fabio coglieva, molto più della media degli uomini, le sfumature delle emozioni. E quando suonava le trasmetteva, rimodulandole.
Avrebbe potuto fare il musicista professionista. Preferiva, però, mantenere il suo ruolo nell’azienda vinicola di famiglia. Conciliava le due attività. Lui diceva che si arricchivano a vicenda. I contatti con il mondo concreto, a volte brutale, dell’economia e della produzione nutrivano la sua musica. E la musica gli dava un equilibrio, una sorta di partecipe distacco, nelle scelte aziendali. Anche nei suoi viaggi all’estero spesso conciliava i contatti commerciali con i progetti musicali. Oltre che nell’improvvisazione, era abile come arrangiatore, e per questo era molto ricercato. Spesso era lui a rifiutare le proposte; ma quando c’era qualcosa di veramente interessante, era disposto a lasciare il lavoro in azienda anche per più settimane.
Poteva permetterselo, grazie ai consolidati rapporti di collaborazione con il fratello e alla buona struttura organizzativa. Il padre era morto dieci anni prima, e loro avevano profondamente rinnovato l’azienda, trovando una formula che manteneva una buona efficacia anche in un periodo di crisi.
La studentessa la stava già aspettando davanti alla porta del suo studio.
- Buongiorno, non sono in ritardo, vero?
- Buongiorno professoressa. No, stia tranquilla. Sono io in anticipo. Le ho portato la prima parte della tesi. In realtà è più della prima parte. Mancano solo le conclusioni. Scrivendo, mi sono appassionata scrivendo, e sono andata avanti. Spero che non sia tutta da rifare.
Ada fu colpita da queste parole. Non condivideva il pessimismo di alcuni suoi colleghi, che consideravano la maggior parte degli studenti non motivati né curiosi, e poco preparati. Aveva avuto spesso allievi molto interessati. Era uno dei privilegi dell’insegnare una materia come la sua, così varia e articolata da poter toccare quasi tutti. Le persone, studenti compresi, si facevano coinvolgere se si trovavano i canali giusti, se qualcosa della loro esperienza risuonava nei temi trattati.
Nonostante questo, non le capitava spesso di sentire qualcuno parlare così, con rispetto e sicurezza nello stesso tempo.
La tesi era sul tifo calcistico. La ricerca — comprendente anche l’osservazione partecipante all’interno di due club di tifosi e di due settori dello stadio — riguardava soprattutto i sostenitori del Catania; ma, in misura più ridotta, coinvolgeva anche le tifoserie di altre città.
- La leggerò attentamente. Ci rivediamo la prossima settimana? Alla stessa ora?
- Va bene. Sa che c’è stato un effetto collaterale della ricerca?
- E quale?
- Mi sono appassionata di calcio. Non lo ritenevo possibile. Ho fatto questa tesi pensando di entrare in un mondo a me completamente estraneo. E invece…le relazioni, i gruppi di persone, le emozioni e le speranze che li legano e li dividono sono coinvolgenti; anche dove sembrano esserci, guardando dal di fuori, solo surrogati di sentimenti. Il tifo può essere una bella passione — fece una pausa — mi scusi, immagino che non le interessi, o che lo trovi stupido.
- No, anzi, ha inserito quello che sta dicendo nella tesi?
- Lo farò — rispose la studentessa sorridendo, prima di salutare e di uscire.
Ada la guardò andare via. Quella ragazza le assomigliava un po’; aveva i capelli corti e neri come lei, una frangia un po’ troppo lunga, e un sorriso in cui si riconosceva. Avrebbe letto lo scritto con interesse. Le faceva piacere quando la ricerca apriva delle intersezioni fra i mondi di quella città invisibilmente divisa. In più, pensava che riflettere su quanto avviene dentro e intorno ai fenomeni sportivi fosse un interessante squarcio sulla complessità dei sistemi sociali. Ricordò l’ultimo film di Clint Eastwood, Invictus, e Il mio amico Eric di Ken Loach.
C’erano altri studenti seduti davanti al suo studio. Era giorno di ricevimento.
Fece entrare il primo.
Prima di ritornare a casa doveva passare in erboristeria. Nel negozio incontrò Anna, e questo non le fece piacere.
Anna era invadente e triste. Viveva nella casa, al terzo piano. Non lavorava. Il marito, Francesco, era spesso in viaggio. Collaborava con una ditta del nord. Ad Ada era simpatico. Aveva la battuta pronta ed era sempre gentile con lei. Se doveva considerare come metro le riunioni condominiali, era uno che evitava i conflitti. E sembrava non avere grossi problemi. Però aveva sposato Anna. Chissà se i suoi viaggi erano davvero di lavoro. Non era brutto. Ma i tratti del viso e l’espressione degli occhi, come il suo modo di fare, non denotavano una personalità definita.
Anna non amava stare a casa sola, quando Francesco era fuori. La casa la inquietava, o forse era il senso di vuoto nella sua vita.
- Ciao Ada — vedendo il sorriso aprirsi sul volto, sempre pallido, di Anna, Ada si sentì in colpa per la sua reazione quasi di fastidio.
- Ciao Anna.
- Mi fa piacere incontrarti. Così possiamo fare la strada insieme, per rientrare a casa. Potremmo anche fermarci a prendere qualcosa
Mentre ordinava e poi pagava una crema per il viso, Ada cercò una scusa per salutare Anna sulla porta del negozio. Poi pensò che, in fondo, anche lei poteva essere stata una testimone.
- Volentieri. Andiamo da Tertulia?
Uscirono insieme. Ada si chiese se avesse fatto bene ad accettare. Si sentiva avviluppata in una morsa. Anna le sembrava una sorta di piovra, che si attaccava a chiunque, appena poteva. Era il suo modo di rapportarsi agli altri, come se ne succhiasse l’energia.
Durerà poco — pensò — un quarto d’ora e mi alzo.
Anna ordinò uno yogurt con il miele, Ada una fetta di torta al limone, e una spremuta d’arance.
- Ti piacciono gli agrumi. Per questo sei venuta a vivere in Sicilia?
Luoghi comuni e ironia stupida.
Rispondere con sarcasmo, o parlare seriamente? Scelse la seconda alternativa.
- No. Volevo fare un’esperienza in Italia. Avevo studiato italiano per alcuni anni. C’era un concorso all’università di Catania. Contro ogni previsione, l’ho vinto.
- E sei soddisfatta di questa scelta?
Anna sembrava aver cambiato registro. Era più interessata, e presente.
- Si, direi di si. Naturalmente non ho la controprova. Non so come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasta a Berlino. O se fossi andata altrove.
- Ma com’era vivere con il muro?
Di nuovo luoghi comuni, o forse era interessata davvero?
- Quanti anni avevi nell’89? — continuò Anna.
- 17. Si, sono vissuta nella città del muro. A volte è un ricordo lontano. A volte ritorna più presente. Vivevo nella zona di Charlottenburg, in Leibnizstrasse. Tu conosci Berlino?
- Ci sono stata due volte.
- I miei genitori avevano un negozio di abbigliamento sulla Ku’damm. Al muro mi avvicinavo soprattutto quando andavo nella zona dei parchi. Ci andavo spesso. Avevo bisogno di verde. Ci si abitua, sai, a stare sempre fra palazzi e cemento. Ma da qualche parte si forma una sorta di malessere, di claustrofobia. Io ci sono nata, i miei genitori ci si sono trovati. Più o meno quando avevamo la stessa età, a me hanno buttato giù il muro, a loro l’hanno costruito.
- Mi colpisce quello che dici. Sono cose che si sanno, che sapevo; ma è come vederle dal di dentro.
- “Dal di dentro” rende l’idea dell’atmosfera che c’era a Berlino. C’era il dentro e mancava il fuori. E per reazione, spesso, ci si sentiva, invece “cittadini del mondo”, vicini a tutto. Per andare all’estero dovevi prendere l’aereo; per andare nelle città del tuo paese anche. La geografia era deformata: Londra, Amburgo, New York sembravano quasi alla stessa distanza. Ma anche in questo stare dentro mancava un centro. Pensavamo, o facevamo finta di credere, che la nostra città avesse un centro, un cuore, proprio il Ku’damm, ma non era così. La prima volta che sono andata a Berlino est — avevo 9 anni — ho avvertito uno spaesamento, tanto erano forti le differenze con la Berlino che conoscevo, ma ho anche provato un senso di sollievo. Il puzzle si completava. La mia città diventava una città normale, una città vera. Finalmente camminavo nel centro storico, o, almeno, in quello che ne era il fantasma. Fino a quel momento l’avevo solo letto in qualche libro.
- Ma avevi emozioni e pensieri così articolati? Da bambina?
- Mi sembra di si. Naturalmente alcuni pensieri si sono sovrapposti a quella prima esperienza, nel tempo; ma le sensazioni erano quelle. E’ stata un’esperienza forte, fondamentale. E rimane un ricordo importante. Mi piace pensare e dire che ho scelto lì di fare una professione di queste esperienze.
Si stupiva di avere detto cose così intime e importanti proprio a quella vicina. Ma aveva sentito un interesse vero. Anna la stava ancora ascoltando, anche adesso che era rimasta in silenzio. Poi iniziò a parlare.
- Quello che hai detto del centro di Berlino mi ha fatto pensare a Catania. Strano, vero?
- Non so; può essere interessante. Continua.
- Fino all’inizio degli anni ’90 per la mia generazione il centro di Catania erano corso Italia, piazza Europa, le vie intorno. Il centro storico era off limits. Mal abitato, mal frequentato, con edifici da ristrutturare. L’esplosione vitale degli anni ’90 è stata per noi anche una conquista del centro storico. Non si trattava solo della presenza di nuovi locali, dei concerti, della vita serale e notturna. Era la scoperta della nostra città, una sorta di liberazione del territorio.
Le brillavano gli occhi mentre parlava. Era strano sentire proprio lei parlare con entusiasmo del centro storico di Catania. Lei che odiava la casa. Come aveva fatto a diventare la Anna che Ada conosceva, o, meglio, quella che aveva conosciuto fino a quel pomeriggio? Forse non era stato Francesco a sbagliare, nello sposare Anna; era stata la moglie quella che aveva perso di più. Pensieri stupidi. Il matrimonio non era una partita a scacchi. La loro relazione non funzionava, semplicemente.
- Ma a te proprio non piace il nostro palazzo? — chiese Ada, interrompendo i ricordi di Anna.
- Non è che non mi piaccia. La posizione è splendida, soprattutto adesso che tutto il quartiere è in fase di rinnovamento. Da casa mia la vista sul mare è indescrivibile. Il palazzo stesso, la scala, hanno un che di nobiliare.
- Ma?
- Ma non mi ci sento bene. Non so. Sensazioni.
Le sembrava di nuovo la Anna che conosceva, con poche energie, esitante. Si era sempre chiesta se non prendesse anche dei farmaci.
- E adesso è ancora peggio — continuò Anna.
- A cosa ti riferisci? — le chiese Ada, sentendo risuonare false le sue stesse parole. Intuiva dove l’altra volesse arrivare. Ricordò anche il motivo per cui aveva accettato quella sosta.
- Umberto, la morte di Umberto. Di notte, a volte, mi sembra di sentire bussare di nuovo.
- Di nuovo?
- Si. Quella notte ho sentito bussare alla mia porta, prima piano, poi più forte. Sono sicura che fosse Umberto.
- Non sei andata a vedere?
- Di notte? Ero sola, come sempre — Anna non perdeva occasione per lamentarsi — mi sono accucciata fra le coperte.
- Che ora era?
- Non lo so. Ho provato a guardare, ma mancava la corrente. Mi sono spaventata ancora di più.
Fino a quel momento, Ada aveva pensato che si trattasse di suggestione; non aveva preso molto sul serio la testimonianza di Anna. Ma il particolare della corrente l’aveva colpita. Anche se non capiva perché Umberto avrebbe dovuto bussare. E perché a lei? Forse avevano una relazione? Ma in quel caso Anna l’avrebbe raccontato così? Tanti pensieri le affollarono la mente, in un attimo.
Anna era impallidita. Appariva spaventata, come se il suo racconto avesse reso attuale quanto era successo in quella notte. Ada cercò di tranquillizzarla, anche perché voleva rimanere sola per riflettere su quanto aveva appena saputo.
- Capisco che ti faccia effetto ripensare a quella notte; ma non si tratta di episodi che si ripetono frequentemente. Anzi, non ci sono proprio motivi per cui si debba ripetere.
- Cosa ne sai? E se ci fosse uno squilibrato che si aggira nella zona? Nel palazzo?
Non era riuscita a tranquillizzarla. Si alzò comunque.
- Non possiamo avere certezze. Hai ragione. Ma non credo proprio che sia così. Adesso devo andare. Scusami.
- Non rientriamo insieme? — chiese Anna, delusa.
- No, mi dispiace. Ho un appuntamento fra pochi minuti in piazza Duomo. A presto Anna, e grazie della bella chiacchierata.
- Si, a presto. Grazie anche a te.
Ada imboccò via di Sangiuliano, e poi via Etnea. Non aveva nessun appuntamento, ma preferiva comunque dirigersi nella direzione annunciata. La vista di piazza Duomo la sorprese e la emozionò, come sempre quando la accoglieva nella sua veste notturna. Le statue sulla facciata della chiesa sembravano rese vive dall’illuminazione serale. Non vive perché divenute umane, ma in quanto portatrici di un messaggio. Muovevano la prospettiva, rendevano vano il tentativo del Liotru — fulcro della piazza — di definire un centro. Il barocco sfuggiva l’ordine e la misura. Lo stile della controriforma ne rivelava i lati oscuri, la lussuria negata, la vitalità incontrollabile, anche in quella chiesa imponente e fortificata.
La struttura della piazza era asimmetrica, e forse era questo ad incatenare lo sguardo, a far si che se ne ripercorresse il perimetro più volte, cogliendo sempre elementi nuovi.
Ada ripensò alle parole di Anna. Catania non era più la città viva e culturalmente frizzante degli anni ’90. C’erano motivi sociali, politici ed economici per questo cambiamento. Ma, forse, il mutamento si poteva vedere anche in un’altra prospettiva. I catanesi si erano abituati al loro centro storico. Lo davano per scontato, acquisito. Non c’era più la scoperta, la ricerca.
Piazza Duomo, però, era lì, a ricordare che la città aveva un centro, e non era un centro laico.
La sensualità di quella piazza entrava in risonanza con le statue di una chiesa.
L’attrazione morbosa per il peccato è uno dei lati ombra dell’orizzonte religioso cristiano, cattolico.
- Buona sera professoressa.
Doveva essere una sua allieva. Ada si scosse. Cambiò la direzione dei pensieri. Umberto, Anna, la corrente elettrica che mancava. Imboccò via Vittorio Emanuele, e poi via Landolina.
Sentiva il piacere, quasi fisico, di essere avvolta dalla città notturna, dalle luci flebili ed evocative, dal grigio non austero dei palazzi. Pensò che tutto era collegato: le atmosfere che respirava erano create dalle strade, dagli edifici, e dalle persone che li abitavano. Anche la morte di Umberto poteva essere spiegata solo in quel contesto; per capirla vi si doveva immergere ancora di più. Per lei, straniera, risolvere quell’intrigo diventava penetrare il mistero della città.
Si fermò in piazza Teatro Massimo. Non aveva voglia di tornare a casa. Tornò in via Landolina e si immerse nel dedalo di vie dove si trovavano i pub e i locali. Era ancora presto, e c’era poca gente. Ada si sedette a un tavolino, e ordinò un bicchiere di vino rosso, come aperitivo. Sorrise, pensando al disordine alimentare in cui a volte cadeva. Vino dopo il latte e una fetta di torta. Lo gustò comunque. Non si era mai fermata a bere un bicchiere di vino con Umberto. Se l’avesse fatto, forse l’avrebbe conosciuto meglio. Doveva accontentarsi delle poche impressioni che aveva avuto di lui. Per quali motivi avrebbe potuto trovarsi di notte in quel palazzo di via Marchese di Casalotto, in cantina? Provò a porsi la domanda per la seconda volta. Denaro, fu la prima risposta che si diede. Pensare che qualsiasi cosa Umberto facesse fosse legata al denaro era una semplificazione, quasi una caricatura. Sfida, fu la parola che le venne in mente subito dopo. Era uno che accettava o cercava le sfide. Si era imbattutto in qualcosa? Voleva capire? E per questo cercava di prendere contatto con qualcuno? Forse. Aveva un appuntamento, di notte, in cantina? Sembrava improbabile, ma non era da escludere. Sarebbe stato un modo per non essere troppo visibili. Era, però, anche vero che, se qualcuno li avesse incontrati, il fatto non sarebbe passato inosservato.
Forse l’eventuale appuntamento era stato fissato a quell’ora non per nascondersi, ma per fretta. Per qualche ragione Umberto o l’altra persona avevano avuto dei motivi per vedersi urgentemente. Quali potevano essere quei motivi?
E qua si fermava. Non si trattava più solo di immaginare i tratti di personalità di Umberto. Doveva avere elementi più concreti. Parlare con la sua ex moglie? E con quale scusa? Con i suoi colleghi in comune? Forse era più semplice, ma per chiedere cosa? Per capire cosa?
Il suo cellulare iniziò a rumoreggiare. Era Enzo.
Stupita, rispose.
- Ciao Ada, cosa stai facendo? Ti disturbo?
- No. Non stavo facendo niente, letteralmente. Sono seduta fuori, davanti a un pub, e bevo un bicchiere di vino.
- Sai, ho pensato alle tue domande di oggi. Ma tu credi che la questione dell’umidità c’entri qualcosa con la morte di Umberto?
- Non lo so. Sto cercando di mettere insieme gli elementi che ho.
- Quindi stai facendo una vera e propria indagine? — aveva un tono divertito.
- Credo che si possa dire così.
- Ma allora, appena torna Susan, se vuoi, le andiamo a parlare insieme. Magari ti darà — come hai detto tu? — qualche elemento in più.
- Mi prendi in giro. Ma, se la tua proposta è seria, accetto. Grazie.
- Allora ci sentiamo presto. Mi hai proprio incuriosito, con le tue ricerche. Buona serata.
- Anche a te.
Il telefono squillò di nuovo, immediatamente. Questa volta era Hans.
- Ciao Rose, ho qualche informazione nuova — il tono era eccitato.
- Per questo mi chiami Rose?
- Scusami, Ada.
- Non è un problema. Mi sembri di buon umore.
- Abbastanza. Credo che la nostra pista sia quella giusta. Penso di aver individuato l’uomo di quella sera, il tramite della trattativa.
- Gli hai parlato?
- No. È fuori Berlino. Forse proprio in Iran. Forse con Rose — aggiunse, più esitante.
- Come hai fatto a trovarlo? Sei sicuro che sia lui?
- Ho chiesto di nuovo aiuto a Chris. Si è informato e mi ha dato una lista di quattro nomi possibili.
- Tutto altamente irregolare, o sbaglio?
- Penso di si. Ma tu, dall’Italia, devi sottolineare le irregolarità?
- Va bene. Evitiamo campanilismi e punzecchiature. E di questi quattro nomi cosa hai fatto?
- Li ho contattati. Ne ho trovati due e mi sono presentato, con una scusa. E’ il vantaggio di avere ruoli ufficiali. Dalle loro risposte e dal loro atteggiamento ho capito che non c’entravano.
- E gli altri due?
- Non li ho trovati. Sono entrambi fuori Berlino. Ma sono riuscito a trovare la foto di uno dei due.
- E l’hai fatta vedere ad Antonio? Complimenti!
- Si. Non avrei mai pensato di fare cose di questo genere. Sono andato contro non so quante leggi, e principi personali. Comunque era lui.
- E probabilmente è in Iran
- Si, ma non so niente di più certo. Comunque manca da Berlino più o meno da quando Rose è scomparsa.
- E me lo dici così?
- Potrebbe essere una coincidenza.
- Ma tu non pensi che lo sia, vero?
- Sinceramente, no.
- Grazie delle notizie! Certo che questa volta Rose la dovremo proprio rimproverare.
- Io lo farò sicuramente — ma il suo tono tranquillo sembrava in contrasto con quell’affermazione — Ci sentiamo presto. Buona notte.
- Anche a te.
Buona notte. Veramente doveva ancora cenare. Ma, prima che potesse prendere delle decisioni, squillò di nuovo il telefono. Era Fabio.
- Hai finito di stare al telefono?
- Prima mi ha chiamato Enzo, e poi Hans.
- E giustamente io mi sono messo in fila. Novità su Rose?
- Non riesci neanche a fare il geloso. Subito ti preoccupi di un’altra donna. Si. Hans ha fatto delle indagini.
- Sembra un vizio contagioso, ultimamente.
- Niente di certo, ma ci sono buone probabilità che Rose sia in Iran, a caccia di reperti — proseguì Ada senza raccogliere la provocazione.
- Certo che è proprio matta!
- E anche affascinante, vero?
- Si, anche. A proposito, Enzo cosa voleva?
- Anche lui contagiato dal virus. Vuole partecipare al gioco. Interrogheremo insieme Susan. Solo tu non ti fai coinvolgere.
- Chissà, potrei stupirti. Senti, io ti avevo chiamato per proporti una degustazione di vini.
- A quest’ora? Sono le undici meno venti. Ma l’hai saputo solo adesso?
- Iniziava un’ora fa, ma dovrebbe andare avanti a lungo. È al Metrò. Ci sono anche i nostri vini, naturalmente. L’avevo dimenticato. Me l’ha ricordato mio fratello. Lui non può andare, e allora…
- Io ho appena finito di bere un bicchiere di rosso.
- “Di rosso”. Non saprai neanche che vino hai bevuto.
- Un Etna rosso.
- Ma quale vitigno? Quale cantina? Lasciamo perdere. Dove sei? Ti vengo a prendere?
- Va bene. Mi posso trovare in via Vittorio Emanuele, angolo via Landolina.
Aveva già messo giù.
Le faceva piacere proseguire la serata; ma avrebbe preferito riflettere ancora un po’. Le sembrava di avere più informazioni di quelle che riusciva a focalizzare.
Fabio arrivò quasi subito.

Vi ho fatto venire la voglia di gustarvi i romanzi di Michela Gecele con protagonista Ada Hartmann, dite la verità!

Allora non dovete fare altro che acquistare le vostre copie de “I fiumi sotto la città” e “La spiaggia dei ricordi morti” e gustarveli come meritano! Per quanti tra voi volessero sbirciare qualcosina in più in anteprima a questo link trovate un video contenente la lettura di una parte della seconda avventura di Ada Hartmann, vale a dire “La spiaggia dei ricordi morti“, edita anch’essa dalle Edizioni Forme Libere!

Per ora è tutto

Ringrazio di tutto cuore Isabella Grassi che ha permesso la nascita di questo come degli altri articoli inerenti Bobby Lago e Ada Hartmann, la creatrice di Ada Hartmann, Michela Gecele che si è prestata cortesemente inviando il materiale che avete potuto leggere in questo articolo e, naturalmente, tutte e tutti voi per la pazienza e l’attenzione che sempre mi dedicate!

Buona serata e, come sempre, Buona lettura, magari proprio in compagnia dei romanzi di Michela Gecele con protagonista Ada Hartmann!

Arrivederci alla prossima occasione!

Con simpatia! :)

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Originally published at ilibridiriccardino.com on February 17, 2016.