Vi prego, continuate a «rompermi la bolla»

All’inizio internet sembrava la libertà assoluta dell’informazione. I social network apparivano come un magnifico strumento per mettere in collegamento le persone, contaminare le idee, sviluppare confronti, creare reti fra persone geograficamente molto distanti. Il web veniva spesso visto come una specie di crogiolo dove tutte le voci parziali si sarebbero fuse insieme per dare vita a qualcosa di migliore, di superiore, di più grande. Oggi sappiamo che non è stato così. Oggi sappiamo che a quell’entusiasmo iniziale si è poi lasciato spazio alla stanchezza, alla disillusione nel vedere che questi potenti strumenti non venivano usati pedissequamente per gli scopi «nobili» che avevamo in mente. Il crogiolo non funzionava, la nuova lega che avrebbe dovuto nascere dalla fusione delle diverse realtà parziali delle persone non era riuscita, contaminata in maniera sempre più crescente da quelle che abbiamo progressivamente indicato come scorie. E, come in un qualsiasi altoforno, se le scorie sono troppe la lega metallica diventa fragile, inutile.

Smaltita la sbornia entusiastica iniziale abbiamo iniziato a giocare con aggregatori, liste, profilazioni varie. Ditemi di filtraggio automatizzati gestiti da algoritmi che ci promettevano di preservare la pluralità delle informazioni eliminando solo le cose inutili e dannose. Il tentativo era proprio quello di pulire il proprio flusso informativo da quelle scorie che avevano intaccato la fusione delle varie realtà, sacrificare un po’ della curiosità del mondo circostante per lasciare maggiore spazio a ciò che si riteneva di più degna attenzione. Ci siamo creati insomma una nostra bolla informativa, un sistema di informazioni spesso ottimamente calibrato su ciò che pensiamo, sulla nostra visione del mondo, su ciò che in fondo vogliamo sentirci dire. Un mondo ovattato, dove sentirci rinfrancati da commentatori che la pensano come noi, che si indignano come noi sulle stesse cose che indignano noi, che ci rinfranchi nelle nostre convinzioni che sono ovviamente sempre giuste. Svanisce sempre più la curiosità di farsi delle domande: del resto, se tutti nella mia bolla si indignano per qualcosa, allora devo indignarmene pure io! O no?

Il problema è che questa bolla che ci siamo costruiti ha ormai assunto i contorni di una vera e propria fortezza. Abbiamo combattuto così tanto il «rumore di fondo» della marea di informazioni che passano per internet da esserci ritrovati come in una camera anecoica, dove l’unica cosa che sentiamo siamo noi stessi. È la nostra bolla, quella in cui ci siamo volontariamente ritirati. Lo racconta perfettamente Luciano Floridi, filosofo dell’Oxford Internet Institute, intervistato su L’Espresso da Fabio Chiusi:

«…prima del digitale era la storia ad adattarsi alla linearità dei mass media, piuttosto che viceversa. C’è meno uniformità a livello sociale, vero. Ma c’è anche un lato meno positivo, la sua controparte: la frammentazione. Noi che studiavamo queste cose alla fine degli anni ’80 pensavamo che questa liberalizzazione avrebbe comportato più intelligenza, più approccio critico, maggior dialogo, più tolleranza – banalmente, perché ciascuno avrebbe visto tanti altri angoli del mondo. Il lineare, pensavamo, comporta che o stai in fila o sei fuori luogo; se invece le strade sono tante un po’ di tolleranza diventa la norma, no? […] Purtroppo la molteplicità dei percorsi di letture, di acquisizione dei dati, di consumo dell’informazione, di dialogo e interazione ha comportato un rinchiudersi nelle proprie nicchie. È il famoso problema delle “bolle”. Oggi si chiama “filter bubble”, ma era noto già trent’anni fa, anche se con il nome di “daily me”…»

Il problema delle bolle era già conosciuto, ma oggi sta diventando abnorme. L’intervista a Floridi merita di essere letta, perché offre spunti interessanti. In una sola frase condensa il rischio che stiamo correndo:

«A forza di interagire soltanto con chi e cosa ci piace, a un certo punto tutto il mondo diventa semplicemente un grandissimo “io”, una sorta di stanza degli specchi»

Come si può crescere guardando solo se stessi, ascoltando solo se stessi? Come si può imparare qualcosa di nuovo se tutto ciò da cui ci informiamo ci restituisce un’immagine composta da convinzioni che già abbiamo, da idee che già consideriamo valide, dà prospettive che già abbiamo stabilito essere le migliori in assoluto? Dove finisce la curiosità che dovremmo avere, la voglia di confrontarci anche con ciò che non ci piace, almeno per provare a capire perché altri ne sono così attratti?

Jeff Tweedy, cantante e chitarrista degli Wilco, chiede a più persone possibili di entrare nella sua bolla. Lo fa in questa lettera che ha scritto dopo aver ricevuto molte offese su Facebook per via di una foto che ha pubblicato, in cui c’erano lui e sua moglie ritratti a una delle Women’s March organizzate contro il Presidente Trump. Invita tutte queste persone che insultano a entrare nella sua bolla, a guardarla da dentro, anche a continuare a infuocarlo, a sfogarsi se lo ritengono necessario. Ma li invita a farlo da dentro, da lì dentro, dove comunque ci potrà essere una qualche forma di confronto. Scrive:

«Quindi tornate, per favore! Continueremo a disporre per voi piatti caldi pieni di cose su cui indignarsi, in modo che possiate nutrirvi della nostra idea di un mondo migliore, delle cause in cui crediamo, delle azioni che stiamo intraprendendo, eccetera»

Esporsi al confronto anche se l’altro sembra non averne interesse, anche se l’altro pare più interessato a insultarvi. Allo stesso modo è ciò che cerco di fare io, ciò che chiedo agli altri di fare (non solo con me): ovviamente non chiedo mi si insulti, questo no, chiedo si «rompano» le nostre bolle riprendendo a interagire anche con chi la pensa in modo diametralmente opposto a noi, chiedo si ridia almeno un po’ di spazio a quel rumore di fondo che costituisce una pluralità che abbiamo fin troppo silenziato. Per questo, anche se molti amici non lo capiscono, preferisco non bloccare mai nessuno dai miei profili e accettare contatti anche da chi mi tratta con disprezzo, fatta eccezione per chi crea solo spam pubblicitario o chi si lascia andare allo stalking. Dobbiamo imparare di nuovo a guardare in faccia alla realtà, a metterci dentro le mani, anche se non ci piace o ci fa schifo.