

Migranti
Li chiamano «migranti».
Non «immigranti», perché molti non vogliono fermarsi in Italia.
Men che meno «emigranti», perché non hanno radici nella nostra penisola.
Solo «migranti»: si spostano, non si sa bene dove. Probabilmente non lo sanno manco loro. E nessuno li vuole.
Sono schegge di disperazione. Nella loro patria spesso la situazione è drammatica. Emblematico il caso della Siria. Allora si muovono verso la ricca Europa. Che però è vecchia, sclerotizzata, non cresce, rischia di disunirsi, e non ha molti spazi nei quali infilare i «migranti». Il lavoro scarseggia. La povertà guadagna terreno, così come la disuguaglianza sociale. L’Europa del 2015 non è certo l’America di inizio XX secolo. L’Europa del 2015 è un ottuagenario neanche tanto ben messo.
La storia, fin dall’alba dell’uomo, è però fatta di movimenti migratori, spesso drammatici. Circa 40.000 anni fa l’uomo di Neanderthal scomparve a seguito della migrazione dell’Homo sapiens, con progressiva crescente occupazione dei territori — e non si sa ancora se la scomparsa sia avvenuta per lenta ibridazione delle due specie, oppure per eliminazione fisica (genocidio) dei Neanderthalensis, o per competizione sociale e sessuale.


Sono tramontati imperi, a causa di migrazioni. Pensate alle invasioni barbariche e al loro impatto distruttivo sull’Impero Romano.
Resta il fatto che, da quando esiste l’uomo, chi si sposta è disperato, affamato, spesso aggressivo. Chi subisce la migrazione oppone resistenza come può, anche con violenza. O ci sono ampi spazi territoriali, sociali ed economici, oppure è dramma. E in Europa, oggi, gli spazi sono pochi.
«Gli ideali sono pacifici, la storia è violenta»
– Don Wardaddy Collier, in Fury, di David Ayer