Pensieri referendari

Tra non molto ci ritroveremo dentro la cabina elettorale con una matita in mano a decidere il futuro istituzionale della nostra beneamata Repubblica. Ho sempre ritenuto proficuo uno scambio di opinioni, ragion per cui cerco di restituire il favore con qualche riflessione personale a proposito. Ci tengo a sottolineare la “laicità partitica” del mio pensiero benché non possa garantirvi allo stesso tempo una totale “laicità ideologica”, per fortuna. Sono profondamente convinto che non sia unicamente una questione giuridica/istituzionale, questo perché ogni modifica ad un regolamento/statuto/costituzione si porta dietro una serie di effetti e conseguenze con forti ricadute politiche. Non ci si può accontentare.
Altra premessa fondamentale: mi sono letto interamente la riforma. Non da politici, giuristi, politologi e/o altri intermediari: ho letto il bellissimo documento redatto dalla Camera con testo originale a fronte. Ammetto che non è stata proprio una lettura banale, ma era l’unico modo per informarsi senza filtri di alcun tipo.
Sono convinto che i toni siano stati decisamente troppo accesi da una parte e dall’altra perché, parafrasando Mr. Obama, il 5 dicembre il sole sorgerà lo stesso. Però devo dirvi la verità, da un certo punto di vista non mi dispiace: finalmente dopo anni si è rivista una forte passione politica in questo paese.

Tralasciando le responsabilità sulla accesa situazione, entriamo nel merito.

Partiamo dal bicameralismo. Innanzitutto è necessario fare un po’ di chiarezza su una delle principali credenze popolari che portano forti argomenti contro l’attuale sistema bicamerale. La cosiddetta “navetta parlamentare” viene da tutti considerata come l’esempio più lampante di come il nostro sistema sia perversamente burocratico e come sia il male più grande per questo paese. È una bufala. I dati ci mostrano un quadro completamente diverso: Nell’ultima legislatura, sulle 252 leggi discusse e approvate dal parlamento, l’80.16% non hanno richiesto più di due approvazioni; sono cioè state approvate senza modifiche né dalla Camera, né dal Senato. Il dato più interessante è che le 3 votazioni si sono superate solo nel 2.78% dei casi. Serve aggiungere altro? 
Sia chiaro: io non sono un nostalgico conservatore del bicameralismo perfetto. Questa forma istituzionale è sicuramente migliorabile…ma anche peggiorabile. Con la riforma il nuovo Senato, oltre a non essere elettivo, non ha né materie di competenza esclusiva né possiede gli strumenti per, eventualmente, ostacolare concretamente un procedimento legislativo ordinario della camera bassa. Per dirla confrontandoci con i nostri compari europei, il nuovo Senato non sarebbe né una Camera delle Autonomie (per essere tale non è sufficiente possedere consiglieri regionali e/o sindaci, ma occorre una competenza incisiva e/o esclusiva anche su materie relative alle autonomie locali, vedi Germania) né una Camera di Riflessione (che può impedire e/o ritardare l’approvazione di un provvedimento legislativo, vedi Olanda).

Il nuovo Iter Legislativo
Il nuovo iter legislativo ordinario, invece, prevede:
· Approvazione testo Camera dei Deputati
· 10 giorni di tempo per il Senato di chiedere la revisione del suddetto testo
· 30 giorni di tempo per esprimere un parere e/o proporre degli emendamenti
· La Camera dei deputati, si pronuncia in via definitiva
Questo è solo uno degli iter possibili, perché le seguenti materie richiedono un iter specifico (lo schema rimane quello ma con tempistiche diverse, inoltre sono previsti diversi iter per, ad esempio, la legge elettorale):
· Sicurezza nazionale, difesa e forze armate, armi munizioni ed esplosivi
· Bilancio
Inoltre con l’introduzione del cosiddetto voto a data certa (che non può riguardare legge elettorale, legge di bilancio, trattati internazionali, amnistia e indulto), i numeri di cui sopra sono modificati come segue:
· Il Governo chiede alla Camera di deliberare entro 5 giorni l’inserimento all’Ordine del giorno della Camera dei Deputati uno specifico disegno di legge
· La Camera dei Deputati deve votare in via definitiva entro 70 giorni dalla precedente deliberazione
· Il Senato ha 5 giorni di tempo per richiedere l’esame del testo
· Il Senato ha 15 giorni di tempo per proporre delle modifiche al testo
· In caso di modiche la Camera dei Deputati si pronuncia come sopra

Per concludere il discorso sul processo di formazione delle leggi mi sembra necessario un piccolo appunto proprio su quest’ultimo provvedimento. Con l’attuale ordinamento, assistiamo costantemente ad un fortissimo abuso dei decreti legge visto che, nell’ultima legislatura (Governo Letta e Governo Renzi), il 66.20% dei decreti legge sono relativi a programma di governo e esigenze politiche varie. Questo determina un fortissimo inquinamento da parte del Governo all’interno del potere legislativo che, secondo il principio cardine su cui si basano le democrazie moderne (la separazione dei poteri), spetterebbe in via esclusiva al Parlamento. È vero che l’inserimento del voto a data certa su un certo numero di provvedimenti mira a ridurre proprio l’utilizzo dei decreti legge ma allo stesso tempo fornisce un potente strumento al governo per impegnare l’agenda legislativa dei parlamentari. Già oggi, quindi, assistiamo ad una forte distorsione nell’esercizio del potere legislativo (i numeri sui tempi di approvazione delle leggi suddivisi per tipologia di iniziativa sono impietosi) ma questa riforma anziché correggerla, la istituzionalizza. Non dobbiamo mai dimenticarci della centralità e della superiorità che il parlamento dovrebbe mantenere, visto che è l’organo che garantisce effettivamente una reale democrazia rappresentativa. La Carta Costituzionale deve esprimere un compromesso tra tutti i principi e i valori che tutti noi Italiani abbiamo dentro di noi: io ritengo la rappresentatività un valore fondamentale e sono convinto che dovremmo fare il possibile per restituire alla nostra assemblea legislativa la sovranità effettiva che le spetta.

Ma parliamo proprio del come eleggiamo il parlamento. Attualmente alla Camera dei Deputati è in vigore l’Italicum:

una legge proporzionale corretta con soglia di sbarramento e premio di maggioranza in caso si superi il 40% dei voti. Nel caso in cui non si raggiunga tale soglia, viene istituito un secondo turno con ballottaggio tra le prime due liste risultate dall’elezione precedente. A tale lista andranno il 54% dei seggi.

So bene che il Premier e il Governo in generale hanno promesso che tale legge verrà cambiata (nonostante la ritenessero la più bella del mondo), ma ad oggi non posso che basarmi su questa. So anche benissimo che domenica non si voterà sulla legge elettorale, ma in un sistema monocamerale come quello che si va prefigurando, non si può assolutamente non ragionare sul come i seggi verranno distribuiti. Quello che si va a prefigurare è, di fatto, un sistema monocamerale con un proporzionale fortemente corretto da un premio di maggioranza, visto che una lista che rappresenta il 25% degli votanti, può arrivare a possedere il 54% dei seggi (più del doppio).

Questo ha diversi effetti sul nostro ordinamento istituzionale. Il principale strumento che la nostra costituzione prevede per sancire la supremazia del parlamento sul governo è la questione di fiducia. Grazie a ciò, il parlamento ha la possibilità di tenere sotto controllo l’azione di un governo. Con la riforma la fiducia passa ad essere competenza esclusiva della Camera dei Deputati. La fiducia monocamerale, di per sé, non è un fatto negativo o antidemocratico. Ma molto dipende da come viene composta questa camera. In un sistema totalmente proporzionale non ci sarebbe alcun rischio ma, in un sistema praticamente “maggioritario” come quello che si va delineando, di fatto, la tenuta democratica del nostro assetto repubblicano-parlamentare viene messo in crisi. Questo perché con una tale legge elettorale la questione di fiducia diventa esclusivamente una questione interna al vincitore del ballottaggio (a prescindere da quanto rappresenti il paese). È vero che se leghiamo l’assetto istituzionale alla legge elettorale, nessun assetto sarebbe privo di rischi, ma il rischio che un governo non arrivi a fine legislatura è ben diverso dal rischio di una “dittatura della non-maggioranza” partitica. 
 Sulla disputa tra proporzionalità e governabilità ci tengo a sottolineare che un sistema con maggiore stabilità governativa non esula dal rischio di un programma più basato su bonus specifici, per garantirsi una maggioranza elettorale nel breve termine, che su riforme strutturali. L’esempio più lampante è quello attuale: il Governo Renzi è in carica da 1015 giorni, ovvero 2.78 anni, in linea con la media dei tanto stabili e invidiati governi tedeschi e svedesi. Le elezioni europee, le elezioni regionali e le elezioni comunali veramente non hanno inciso sul programma di Governo? Possiamo veramente affermare che questo Governo (che a tutti gli effetti può essere considerato “stabile”) non abbia utilizzato “fondi per bonus immediati a categorie specifiche”? Il nocciolo è sempre lì: non è un governo stabile che di per sé garantisce un buon governo, perché quest’ultima situazione si ottiene solo con un parlamento che viene messo nelle condizioni di lavorare e mette la qualità (non la rapidità) al primo posto. 
L’anima che dentro di me si scontra con tutto questo è quella di dare una certa responsabilità a chi ci governa, per innescare un meccanismo virtuoso. Sono però altrettanto convinto che ci sono infiniti modi migliori per farlo e questo forte accentramento di potere non è la soluzione. Dipende tutto dal sistema di pesi e contrappesi ma, da questo punto di vista, tale riforma è troppo carente.

Passando agli strumenti di democrazia diretta, trovo positivo l’inserimento del referendum propositivo, la discussione obbligatoria delle LIP alla Camera dei Deputati e l’abbassamento del quorum per il referendum al 50%+1 dell’affluenza alle ultime elezioni politiche, ma sono presenti effetti fortemente negativi. Triplicare il numero di firme necessarie per presentare una Legge di Iniziativa Popolare e porre a 800.000 firme la possibilità di ottenere un abbassamento del quorum in un referendum abrogativo, anziché favorire una maggiore partecipazione popolare, di fatto, la rendono appannaggio dei grandi partiti/sindacati/associazioni più profondamenti radicati nel territorio, passando da un approccio che dovrebbe essere bottom-up ad un approccio fortemente top-down. Per aumentare la partecipazione occorrerebbe permettere la firma digitale, aumentare la platea degli autenticatori, evitare di costringere i comitati promotori all’obbligo di certificare le firme: ridurre la burocrazia. Questo aumenterebbe la partecipazione popolare, non certamente rendere più difficile (o lasciare invariato) l’accesso agli strumenti di democrazia partecipativa.

Chiudo parlando del Titolo V. Si è cercato di mettere una pezza alle infinite diatribe da Corte Costituzionale sui diversi conflitti di attribuzione cercando di delineare con maggiore chiarezza le materie di competenza dello Stato e delle Regioni. Questo lo trovo un aspetto positivo, un tentativo di rimediare agli errori del 2001. 
 Non posso però nascondervi che, nella lista delle materie di esclusiva competenza dello Stato, l’articolo 117-n un po’ spaventa (fortunatamente all’interno della comunità accademica non sono l’unico a pensarlo):

Attualmente in vigore: “norme generali sull’istruzione;” 
 Proposto dalla riforma: “
disposizioni generali e comuni sull’istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica;

Non si sa bene quali possano essere i risvolti di un tale comma ma ovviamente desta una certa preoccupazione circa la sacrosanta autonomia delle Università rispetto allo Stato (cosa che non sempre viene rispettata, vedi le “Cattedre Natta”) così come sancito dall’art.33 della Costituzione.

Sempre nell’art. 117 c’è forse la più importante delle modifiche al Titolo V, ovvero la cosiddetta clausola di supremazia dello Stato sulle Regioni. Questo il comma aggiuntivo:

Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Da una parte si faciliterebbe, ad esempio, la costruzione di opere di interesse nazionale evitando meccaniche campanilistiche ma dall’altra, si annulla completamente la possibilità di autonomia degli enti locali, che non hanno quindi più alcuna possibilità di opporsi a opere inutili e dannose per le comunità locali. Chi deve avere un maggior peso, lo Stato o il Popolo?

L’Articolo 1 della Costituzione non esiterebbe un attimo a rispondere.

MR

PS: Non ho volutamente toccato il tema del risparmio economico perché trovo che sia grottesco e profondamente incivile giustificare una riforma costituzionale in nome di un risparmio annuo di qualche decina di milione.