La Roma del “sior Marchese” e di noi poveri stronzi

“Perché io so’ io, e voi non siete un cazzo”.

Ho visto Il marchese del Grillo una decina di volte e per tutte e dieci ho pensato: “Questo film è assolutamente geniale”. Ma mai avrei pensato che un giorno mi sarei sentito come gli straccioni che nel film elemosinano cibo e denaro al marchese, e a cui egli ricambia lanciando pesanti pigne e monete incandescenti. Quel giorno era oggi, in una Roma che tanta strada ha fatto dal 1800, eppur tanto barocca è restata.

La storia comincia al bar con un qualunque discorso tra amici:

-Ragazzi domani (16 marzo) è visitabile il Palazzo Massimo alle Colonne su corso Vittorio, aperto solo una volta ogni anno, sempre il 16 marzo.

-Solo il 16?

- Solo il 16. Cinquecento anni fa, in questa data, pare che tal Filippo Neri fece resuscitare il defunto Paolo Massimo. Tant’è che lo fecero santo e ogni anno è aperta un’ala del palazzo, aggratis, dalle sette all’una.

- Paolo Massimo, che dal cognome era proprietario del palazzo, o sbaglio? Chiaramente a resuscitare non poteva che essere un nobile.

Questo è stata la prima di innumerevoli affermazioni sul filone dell’odio di classe ripetute durante la giornata, ma tant’è: visita aggratis, una in un anno (l’appeal della rarità), e Mattia dice che il palazzo è ben fatto. Io mi fido di lui, prendo qualche ora in ufficio e la mattina dopo siamo lì.

La fila su corso Vittorio è abbastanza lunga, ma per fortuna noi siamo tra i primi. Off topic: di lì a poco sarebbe passato Fiorello su un autobus scoperto che, liberi di non crederci, ci ha salutato come se ci conoscesse, lasciando Rita praticamente in lacrime. La fila scorre, siamo i prossimi a entrare.

- Perché siamo fermi da 20 minuti?

- Guardi, dentro il Cardinale sta celebrando una messa nella cappella, quando avrà finito allora ricominceranno le visite.

Una messa privata, il giorno del miracolo. Ecco cos’era sta fiumana di donne in mantellina, truccate a festa, i gioielli buoni e i guanti di raso. Siamo lì, all’entrata, con il gorilla della sicurezza che non ci lascia entrare, sopra si celebra messa, ma a guardare la scena sembrerebbe l’ingresso di un locale ben quotato di sabato sera. Entra la duchessa, il prete, il ragazzo in gessato, il conte con il bastone di osso, l’avvocato dei salotti, e pure il cane che non pare avere titolo alcuno ma se la gode a stare nella borsa Luis Vitton della signora con le unghia laccate blu e gli orecchini con zaffiri in tinta. Sfilano di fronte alla fila, e l’unica reazione che solleva la plebaglia (cioè noi) è inviare ogni quarto d’ora una piccola rappresentanza che chieda a che punto sia la messa, per poi divulgare la notizia nelle retrovie.

“pure il cane che non pare avere titolo alcuno ma se la gode a stare nella borsa Luis Vitton della signora con le unghia laccate blu e gli orecchini con zaffiri in tinta”

Una messa privata. Pruriti di ogni genere pervadono il mio corpo, nell’aria sento risuonare le bestemmie che non dico, davanti ai miei e agli occhi di tutti si consuma questa pantomima grottesca. Poi la messa, privata, finisce. Quelli che non sono scappati s’apprestano lentamente ad entrare, e un’altra umiliazione attende nella loggia dell’edificio. Veniamo lasciati a pascolare in questo cortile quadrangolare per lasciare libero il passaggio al cardinale che guadagna l’uscita, scongiurando il pericolo di un contatto umano probabilmente indesiderato.

Sono due ore che siamo in fila, ormai vedo questa visita non più come un unicum della vita, ma un favore che i proprietari del palazzo di mi stanno facendo di malavoglia. Quest’ultima è palese. Entriamo, pressati dai gorilla e da una responsabile con un‘affabilità alla Eva Braun. Nel palazzo c’è una piccola cappella, meravigliosa in ogni dettaglio già solo per il suo essere tra il salotto e chissà quale altra stanza. Seduti ci sono degli uomini anziani che ci guardano di traverso come se il nostro sguardo stesse consumando gli stucchi dorati dei paramenti. Una porta sul lato destro si apre e dentro scorgo una sorta di aperitivo per ospiti selezionati, praticamente tutti quelli che ci sono passati davanti fino a quel momento. Nemmeno il tempo di mettere a fuoco qualche volto che vengo invitato a guadagnare l’uscita. Mi sono rotto le palle, una tranquilla visita si è trasformata in un’accusa di voyerismo (involontario), arrivo alla porta.

- (Gorilla) Arrivederci.

- (Io) Col cazzo.

Ora, cerchiamo di trarre delle conclusioni. In primis va detto che si è trattato di una visita presso un edificio privato, quindi tutto ciò che i proprietari hanno deciso di porre in essere è stato legittimo. Certo che nessuno aveva parlato di una messa, di un cardinale, di un’ora e mezza di stop alle visite sulle uniche sei di apertura annuale! Ma ciò che risulta davvero incomprensibile è perché si sia cercato di far coincidere un evento mondano (e privato) ad una visita pubblica.

Poi capisco. I Massimo sono una famiglia principesca romana, discendenti della gens fabia dell’antica Roma (non dimostrato), con una cappella barocca nel salotto. Troppo ghiotta l’occasione d’avere dentro casa la créme aristocratica romana impegnata a spremere financo l’ultima oncia di una rendita secolare, e una modesta rappresentanza di una mansueta plebaglia, al massimo piccola borghesia, che era lì per ammirare gli interni del capolavoro dell’architetto Baldassare Peruzzi, e quasi s’è trovata ad elemosinare l’ingresso al secondo piano, come gli straccioni coi soldi del “sior marchese”.

La morale del film la ricordiamo tutti molto bene, invece per questa storia una morale non c’è. Questa è solo una foto di una Roma dicotomica, un pelo anacronistica, “la grande bellezza” che si scontra con un certo squallore, con gli affreschi restaurati alle pareti e le macchie d’umidità che incrostano l’anima.