Dopo una vita di riduzione progressiva della carne nella mia dieta, da circa un anno sono vegetariana. Per chi se lo stesse chiedendo — come fanno praticamente tutti quando li rendo edotti nel mio nuovo regime alimentare: per me non è cambiato assolutamente nulla; non sto né peggio (come testimoniano i miei esami del sangue), né meglio (forse questo dipende dal fatto che anche prima di eliminare totalmente la carne e il pesce dal mio piatto, non ero esattamente un’appassionata delle proteine animali).
Una cosa però è cambiata, ovviamente: il mio atteggiamento nei confronti dei vegetariani. Prima di fare parte di questa categoria non capivo il rigore con il quale, in nessuna circostanza, erano disponibili a fare un’eccezione. Mai, nemmeno quando non c’erano alternative. E non solo: la loro condotta irreprensibile non mancava di suscitare in me una certa irritazione, dovuta — nel mio caso — a un sottile senso di colpa.
Questo perché diventare vegetariana per me è stato l’esito di un lungo processo, e non una decisione presa da un momento con l’altro. Più di una volta ho considerato serimente la questione, rimandandola ogni volta per l’atavica norma, profondamente interiorizzata, in base alla quale la carne va mangiata — che piaccia o no (no, nel mio caso). Faccio parte di quella generazione le cui madri dichiaravano con orgoglio di propinare ai figli l’odiato alimento almeno una volta al giorno. Chissà quanti vegetariani arrivano da un’infanzia simile.
E infatti se io ormai mi professo vegetariana non è tanto per i tre motivi più diffusi — etico, salutista, ambientalista — quanto perché la carne e il pesce non mi piacciono. Non per questo ritengo meno valide le motivazioni più nobili (posso dire di condividerle tutte e tre); il problema di fondo però è rappresentato dall’avversione istintiva verso un pezzo di carne morto, anche quando trattato e/o cucinato in modo eccellente, perché la sostanza resta la stessa.
Diventare vegetariana ha cambiato le mie abitudini. Per quanto non siamo pochi, è comunque difficile trovare posti dove pranzare quando ci si trova fuori casa (nel mio caso cinque giorni la settimana); ho smesso di mangiare con le colleghe, che frequentano luoghi ad alto tasso animale, e ho preso a portarmi il pranzo da casa.
Ma più di tutto ora mi rendo conto di cosa voglia dire essere dichiararsi vegetariani in mezzo a persone che interrogate sullo stesso argomento rispondono: “Io mangio tutto”, con il tono di chi sottintende: “Io non faccio i capricci e non do fastidio al prossimo con fissazioni infantili”. Non è paranoia la mia ma l’esperienza diretta, perché è proprio ciò che avevo in mente quando ero io a professarmi onnivora.
Diventare vegetariana non ha rivoluzionato la mia vita; al massimo l’ha resa più scomoda. Un effetto però lo ha avuto: rendermi più tollerante e sensibile nei confronti delle esigenze altrui.
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