E anche sul pallone aveva ragione papà

Johan Neeskens

Era il millenovecentononricordocosa. Sulla copertina dell’album delle vecchie foto di papà, quello della sua gioventù, rilegato in elegante pelle marrone, campeggiava un tamarrissimo adesivo Forza Milan con tanto di diavoletto e di scudettini. Quelli dell’era aS, avanti Silvio, almeno. E io che «Non ti facevo così accanito» e lui che per tutta risposta mi esce fuori le copie originali del Corriere dello Sport della prima stella conquistata dai diavoli e di diverse coppe vinte sui campi internazionali. E dire che a pensarci col senno del poi era stato lui a tentare di iniziarmi al grande mistero del calcio. Tentare perché non ci era proprio riuscito, più che altro mi piacevano i cognomi dei calciatori, adoravo Alemao e Falcao per esempio, mi facevano ridere.

La febbre è arrivata dopo. Una vera e propria fame enciclopedica. E guardavo lui di fronte a Novantesimo minuto, appassionato, ma neanche troppo, perché «forti Boban e Savicevic, ma io ho visto giocare Un certo Rivera. E gli olandesi, ah gli olandesi!». Con gli olandesi in generale aveva un rapporto particolare. Proprio in quel vecchio album c’era una foto in bianco e nero con due ragazzoni. Uno era Neeskens, l’altro era un compagno di squadra – di cui non ricordo il nome – nella grande Olanda, quella di Johan Crujif e del calcio totale, due vice campioni del mondo. «Passavano le vacanze in incognito nell’hotel dove lavoravamo con nonna – racconta sempre papà – A fine stagione giocavano con noi nella partitella tra il personale e i clienti. E i poveri turisti, che non li riconoscevano, non toccavano palla!».

Dall’alto dell’arroganza del ragazzino sapientone non capivo questo suo interesse soltanto tiepido per quella che ricordo come l’epoca d’oro del calcio italiano. «Forti i tuoi olandesi – dicevo – Ma Roby Baggio? E Del Piero? E Penna Bianca Ravanelli? Il piccolo sardo Zola, Vialli e Mancini, il genio Savicevic… e Gabriel Omar Batistuta?». E poi arrivava Mamma: «E Gigi Riva?». Proprio non capivo. Sono passati gli anni. E autobus, treni, aerei. E ancora anni. Ti rendi conto che qualcosa è cambiato quando decidi che puoi portare a cena fuori una ragazza anche se in Tv c’è Juventus-Milan. E sei come papà davanti a Novantesimo, ad applaudire per un bel goal, apprezzare il gesto tecnico e contestare il fallaccio, ma non ti disperi più per una sconfitta, così come non ti lasci andare a caroselli in auto – tranne per i mondiali, allora sì che si montava tutti sulla Ritmo – per una vittoria.

L’unica differenza, il punto di contatto tra il mondo della gioventù pallonara è quello del lavoro e delle scadenze, la nostra piccola finestra sull’incoscienza, resta quella meravigliosa religione che è il fantacalcio. Siamo tutti grandi e puntualmente ogni anno ci si lamenta: non ci sono attaccanti, una volta anche nelle piccole squadre c’erano bomber del calibro di Igor Protti, Paolino Poggi, il Condor Agostini, Pasquale Luiso – il toro di Sora –. Che nei deliri delle aste, a cui arriviamo quasi sempre impreparati, tra un «Tutti quei soldi per Dzeko? Guarda che quest’anno c’ha la Coppa d’Africa», «Ma se è bosniaco!» e un «Chiellini? Ma è vecchio Chiellini», i più blasfemi tra noi pensano che persino nella fantomatica Agenda rossa di Paolo Borsellino, tra segreti e appunti di lavoro, da qualche parte, non poteva non esserci segnato un «Puntare 21 per il Cobra Tovalieri». D’altra parte in tutte le nostre agende di lavoro almeno un richiamino lo si trova, probabilmente anche un grande uomo di quella caratura non poteva rimanere immune al fascino del fantacampionato.

Quest’anno al Fantacalcio ho preso Totti. Non sono mai stato un fanatico del Pupone. Non l’ho mai avuto in squadra. Tifo pure Juve, con buona pace di papà e per la gioia di mamma che «alla Juve c’era Bettega!». Ma tra una marea di buoni giocatori, Messi e Ronaldo – il portoghese, non Ronaldo-quello-vero – inclusi, Francesco è rimasto l’ultimo dei nostri. L’ultimo degli eroi. Perché il giorno che anche le sue scarpette diventeranno cimelio da museo e non saranno più sporche di erba e sudore, ecco, quel giorno sentiremo tutti un piccolo brivido di freddo lungo la schiena. Poi, dopo un momento di smarrimento, indosseremo una giacchetta senza pensarci troppo. I bimbi grandi fanno così. E noi, quel giorno, lo saremo diventati del tutto. Irrimediabilmente.