#SCRIPTORIVM: Roma non è stata costruita in un giorno, ma…

500 km a bordo di una Fiat Punto bianca prima serie, comprata usata qualche tempo fa, con gli ammortizzatori scarichi e pronti ad amplificare qualsiasi buca incontrata per strada o deliziosa perfezione della pavimentazione a lastre di basalto di Pompei. Questo è il nobile destriero che ha portato me, Virginia e Francesco a prender parte ad una delle avventure più eccitanti, nel campo dell’archeologia e della pubblica funzione che essa deve avere, degli ultimi anni: il senso di spedizione che già emergeva on the road, unitamente alla possibilità di operare effettivamente per l’implementazione o la creazione ex novo di dati di libero utilizzo, ha conferito al tutto un sapore di pioneristico, e dunque di terribilmente eccitante. Nuove frontiere che si dischiudono all’orizzonte, il fascino della scoperta, la volontà di lasciarsi guidare dalla pura curiosità di vedere cosa, unendo i diversi puntini, si sarebbe palesato: il motore primo dell’archeologia che si unisce alla più pura ed elevata delle spinte nel campo dell’informatica, l’hacking. Archeologi, dunque — nel caso di Pompei, in prima linea — ma anche architetti, ingegneri e chiunque avesse a cuore il patrimonio culturale, tutti uniti dall’incrollabile desiderio di sperimentazione propria dell’hack: civic hackers, ci siamo definiti, e per il bene comune (Common Goods è stata una delle definizioni chiave del successivo TEDx serale, tenutosi nella suggestione del Teatro Grande dell’area archeologica) abbiamo operato. Ci siamo incontrati da ogni parte di Italia, mettendo a disposizione parte del nostro tempo per dare forma ad un qualcosa in cui crediamo: e lo abbiamo fatto senza gelosie o paranoie, ma collaborando apertamente, ognuno operando in base alle sue capacità e, al momento giusto, rendere disponibile il suo mattoncino di sapere. Problemi che avrebbero richiesto lunghe trafile per essere risolti, sono svaniti come neve al sole quando semplicemente due o più civic hackers si sono messi a tavolino per operare in tandem.

Scriptorivm è stata l’arena dove si è percepita l’incredibile potenziale della collaboratività, il luogo in cui il motto “l’unione fa la forza” ha perso il pesante velo di frase preconfezionata, per assumere un’incredibile tangibilità reale. Arena, dicevo, che non ha visto la solita contrapposizione sterile e a volte truculenta — in senso figurato, ovviamente — cui a volte si assiste soprattutto nel campo dei beni culturali, ma nella quale ha anzi dominato il senso di dover fare fronte comune affinché la Cultura — quella con la maiuscola, che prescinde dal singolo campo specialistico — diventi strumento di crescita al servizio della comunità. Politikà, avrebbero detto gli antichi Greci: ma, nel 2015, questa parola una volta nobile ha significato solo se proviene dal basso, vedendo l’unione sinergica di molteplici provenienze, magari intorno ad un tavolo davanti ad un pc, magari davanti ad una birra seduti ad un bar.

Cosa sarebbe accaduto, se Scriptorivm fosse durato più di due giorni? Cosa accadrebbe se la magia che si è venuta a creare in un weekend, divenisse modalità sistemica culturale?

Roma non è stata costruita in un giorno, ma c’è stato un primo giorno in cui si è iniziato a costruirla.