Il mio rapporto con il basket è stato discontinuo e sempre mediato dalla finzione di un film prima e di un romanzo dopo. Tra Space Jam e Le vittorie imperfette sono passati troppi anni e non credo che riuscirò mai a colmare questa lacuna. Negli ultimi mesi l’amore si è riacceso (un fuocherello flebile che potrebbe spegnersi da un momento all’altro) grazie al libro di Emiliano Poddi e già mi tocca un momento triste: il ritiro di Kobe. 
Il Black Mamba l’ho ammirato da lontano, in questi anni di distacco dalla palla a spicchi (una palla con cui non ho mai familiarizzato davvero, nonostante le ore di educazione fisica passate a cercare di mettere dentro almeno un tiro dalla lunetta). Negli ultimi giorni ho riguardato alcuni video su YouTube, una specie di rincorsa per riuscire a far parte di questa festa triste, come se sentissi il peso di un evento che non riguarda solo il basket. 
Da profano della pallacanestro, quello che mi attrae di Kobe è la cattiveria, quello sguardo da killer abbinato alle movenze di un ninja. Quello che mi immobilizza a guardare un video dopo l’altro è la tensione verso la perfezione, quell’attitudine di sfida continua al concetto di limite, non solo fisico. 
Ogni canestro sulla sirena è stato un assalto allo scorrere dei secondi, uno sfregio a Kronos. 
Ogni stoppata, ogni veronica, ogni sottomano sono stati una dichiarazione di superiorità, la dimostrazione che la ὕβϱις non è mai un peccato di cui vergognarsi quando a sostenerla c’è una tecnica mostruosa e un’attitudine da vincente. 
Adesso mi resta un doppio rimpianto: per la fine della carriera di uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi e per non aver seguito con costanza questo titano del parquet.