Non è basso, ha un buon fisico, ma è una vera checca. Così pensava Isamu Kurosawa, quando pensava al più giovane dei suoi figli. Una vera checca. Lui invece era un uomo tutto di un pezzo, un fedele servitore dell’imperatore. Un omone ruvido, nato ad Akita, nella dura provincia del Tohohu da un’antica stirpe di samurai. Interpretava la funzione d’insegnante con tutta la sua nobile anima. Non un insegnante qualsiasi, non di letteratura o arte, non di cose da donna: era un insegnante di arti marziali, all’Accademia imperiale di Toyoma, dove si era diplomato tempo addietro. Tutt’al più poteva accettare la calligrafia, importante per firmare, per marcare il proprio territorio, i propri averi, affermare la propria dignità. Ma Akira stava andando un po’ oltre. Eppure l’aveva educato come gli altri, non aveva commesso errori. Niente che potesse indurlo a allontanarsi da ciò che lui avrebbe voluto per lui. L’aveva sempre buttato giù dal letto presto, poi un’ora di marcia intensa e lezione di kendo, come i suoi alunni, senza privilegi. L’anima è importante: al tempio shintoista di Hachiman l’aveva sempre portato, lui come gli altri cinque prima di lui. No, non poteva esser stata colpa sua, lui aveva fatto ciò che doveva. La colpa non era sua. È stato Heigo, con quelle sue strambe idee proletarie e quel suo lavoro da benshi: non sarà mica un modo onesto e onorevole per tirare avanti prestare la voce ai personaggi di quella macchina infernale. Di quel cinematografo. Checche, ecco cosa sono quelli che prestano la loro voce. Anche Heigo, come Akira: una checca. Non che gli piacessero gli uomini, ci mancherebbe: per l’amor del cielo, ci mancava questo. Eppure non aveva sbagliato, non poteva essere stata colpa sua. Akira aveva diciotto anni e si era appena diplomato senza la formazione militare che il padre avrebbe fortemente voluto. Ci fu un’assemblea familiare quella sera a Omori, area metropolitana di Tokyo, per parlare del suo futuro. Isamu e la moglie Shima, ultima discendente di una famiglia di mercanti, sedevano davanti alla parete di carta di riso, le gambe incrociate, i volti severi ma accoglienti proiettavano ombre lunghe sul pavimento di legno. Attorno ad Akira qualche suo fratello sembrava arredare lo spazio: Masayasu si grattava l’alluce, Kazuko serviva sakè a Heigo, chiamato per l’occasione, mentre osservava severo il giovane fratellino. “Il discorso di Isamu era pomposo come il suo onore da samurai fallito, pensava Heigo, e una riflessione simile attraversò la mente di Akira, facendogli eco. Le nubi scure si addensavano nel cielo già grigio: la casetta, vista dall’esterno, sembrava una lanterna magica popolata da ombre immobili a lume di candela. «Mi sta bene. Rinuncio a ogni pretesa sulla tua carriera militare. Accetto la tua lontananza dalle mie aspettative: ti iscriverai all’Accademia di Belle Arti dove potrai fare qualcosa di più serio per i tuoi desideri».Heigo seguiva con gli occhi le labbra del padre e lo sguardo del fratello sotto processo, come una partita invisibile di ping pong. Akira ascoltava attentamente quel vecchio; gli faceva un po’ pena e allo stesso tempo lo ammirava. Un uomo che era un requiem a se stesso, un mondo lontano. Un monumento di un’era. Lo rispettava sinceramente, ma non lo poteva prendere sul serio e poi non voleva proprio farla l’accademia. Era una cosa da ricchi figli di papà senza ispirazione, senza talento. Isamu finì, il figlio minore lo guardò a lungo prima di uscire con Heigo. Kazuko, distratta, fece cadere una tazzina di porcellana. Era un rifiuto. Akira Kurosawa era troppo ammaliato dal fratello ventiduenne per non subirne il fascino intellettuale, per non seguirlo, anche nella ribellione silente alla stirpe samurai, pur non credendo davvero a tutte le cose che diceva. Proletari, ricchi, rivoluzione, arte: erano parole che ripeteva, che sentiva dal fratello e non poteva che far sue. Akira era lo specchio di Heigo. E così si trasferì da lui, in un poverissimo quartiere, nella zona popolare di Tokyo. Heigo era un intellettuale, un indipendente col bisogno di aggregarsi e arringare la folla e i suoi amici. Anticonformista acuto, lavorava già dagli anni Venti come Benshi: un commentatore di film muti, perlopiù stranieri. Lui è la voce narrante, è l’audio che non c’è del cinematografo. Introdusse il fratello alla letteratura russa e alla storia del cinema, stimolandone la curiosità. Akira si dimostrò da subito appassionato a questa forma di linguaggio: andare al cinema gratis, negli anni Venti a Tokyo, non era privilegio di molti ragazzi. Akira amava John Ford e la camminata dei pistoleri, ma continuava a disegnare. Aveva del talento. Amava gli spazi sterminati ancora da conquistare, le praterie in bianco e nero, e entrava in contatto con i gruppi artistici della capitale giapponese. Imitava il duro George O’Brien, si guardò più volte The Iron Horse e 3 Bad Men, e nel 1929 aderì alla Lega Giapponese degli artisti proletari. Mentre iniziava a frequentare la casa del maestro Tachikawa che alimentò l’interesse verso pittura e letteratura, Akira fece in tempo a vedere, per pochi secondi, la prima apparizione di John Wayne in un film di John Ford. Ci ripenserà spesso a quel film, Salute. Non dal punto di vista cinematografico o tecnico. Lui penserà al nome John Wayne, a come suonasse imperioso in confronto al vero nome, Marion Morrison. E pensava a se stesso, Akira Kurosawa, tra i titoli di coda di una sperduta sala americana. L’avrebbero sicuramente storpiato, laggiù non li sanno pronunciare i nostri nomi. E i nomi hanno già in sé la possibilità della propria fama, pensava mescolando le sue riflessioni. Ma non riusciva a sentire il suono spettacolare del proprio nome: forse avrebbe dovuto adottare uno pseudonimo anche lui, come John Wayne. Gli anni passarono veloci, diventava sempre più autonomo dal fratello ma continuava a rispecchiarlo. Dipingeva e si avvicinava lentamente al cinema, ma non solo. Aveva molte strade davanti a sé, ma quale fosse la sua ancora non lo sapeva. Dove il nome Akira Kurosawa potrà risuonare? Il Giappone, da folcloristica nazione poco sviluppata con ambizioni militari si stava lentamente trasformando in una potenza economica fondata sulla pace. I primi film sonori erano alle porte, si diffusero come un virus, crearono dipendenza come una droga, ararono i gusti del pubblico segnando un solco indelebile. Nessuno voleva più vedere un film muto. Buster Keaton là in America era diventato evanescente, la maggior parte dei comici era affondata con lui. In Giappone il film sonoro arrivò più tardi: era il 1933, sei anni dopo The jazz singer. Ma Il cambiamento era irreversibile: in poco tempo i benshi rimasero senza lavoro, e senza la possibilità di riciclarsi in altri campi. Heigo diventò uno dei leader della rivolta dei benshi, una disperata lotta sindacale contro il futuro già sotto casa. Una disperata lotta che fallì presto. Heigo cadde in depressione, non parlò più, non uscì più di casa, iniziò a fare strani discorsi sull’onore di un samurai. Akira smise pian piano di esserne uno specchio e iniziò a pensare da solo e a accudire il fratello: lo contraddiceva, gli alleggeriva la visione delle cose, gli versava il sakè e lo invitava a uscire. Ma ormai era entrato in un baratro. Akira intanto dovette diventare autonomo anche finanziariamente e lo fece confermando l’idea di checca che il padre nutriva per lui: iniziò a realizzare illustrazioni per romanzi rosa e libri di cucina. Il lavoro non gli piaceva, ma pagava bene, quindi lo tenne ben stretto: oltretutto iniziava a distaccarsi dal pessimismo che aveva succhiato e ripetuto fino allora, diventava sempre più positivo, sempre più propositivo. Il fratello si spegnava, lui si accendeva. Sembrava succhiarne la linfa. La notte del 6 settembre Heigo tentò il suicidio, ma il cappio si ruppe e lui cadde a terra fratturandosi solo il mignolo della mano sinistra, come in una barzelletta. Akira iniziò sempre più spesso a sentire i discorsi del fratello sul seppuku, sulle ragioni dell’onore samurai che il padre Isamu gli aveva insegnato da ragazzino. Il 16 dicembre 1933 Kurosawa era felice: aveva risposto, qualche giorno prima, a un annuncio degli studios Photo Chemical Laboratory, letto su un quotidiano trovato per terra. Tornò a casa, ma non aveva voglia di vedere la faccia cupa del fratello incapace di incurvarsi in un sorriso. Trovò Heigo inginocchiato, riverso sulla spada del padre che lo passava da parte a parte. Era morto qualche ora prima. Era morto da samurai, a ventisette anni. Akira fu assunto. Di lì a tre anni divenne assistente alla regia. Di lì a dieci diresse il suo primo film. Dove Heigo finì, Akira iniziò: l’onda che aveva ucciso Heigo rese famoso Akira. Lo specchio si era rotto.

tratto da “24 fotogrammi, storia aneddotica del cinema”