Identità e tribalismo

Quando vado in Asia Orientale per lavoro non sono più “veneto” o “italiano” o “svizzero” ma divento “europeo”. La distanza geografica e culturale è così grande che tutto si amalgama nel calderone “Europa”. È normale e comprensibile che sia così. Gli europei specularmente non hanno molta cognizione delle differenze tra un cinese, un vietnamita o un coreano; sono tutti orientali, o più semplicemente cinesi. Le persone normali non passano la loro vita a conoscere le differenze tra un’area e un’altra della parte opposta del mondo. O meglio, alcune persone lo fanno: si chiamano professori o appassionati. Ul Gigi da Viganell, Toni Sugaman e la casalinga di Voghera hanno altro per la testa. Di là? Son cinesi.

Quando vado in Giappone succede un fatto curioso. Quando il mio interlocutore capisce che non sono il solito gaijin (termine abbastanza dispregiativo per straniero) ma che conosco la cultura, la storia, la letteratura e anche qualche piccola nozione di lingua giapponese allora l’atteggiamento cambia. Il fatto che io per esempio abbia letto più libri di Tanizaki Jun’ichirō rispetto al giapponese medio o che sia andato a rendere omaggio alla tomba di Natsume Sōseki mi pone di fronte al mio interlocutore giapponese in una posizione di “riconoscibilità”, ossia l’interlocutore giapponese riconosce in me tratti culturali suoi; se non son proprio uno di casa, sono almeno un vicino. Anche questo mi sembra molto normale e comprensibile: quando per esempio ci accorgiamo che il nero parla in veneto o il sikh in ticinese (entrambi casi reali), ogni diffidenza iniziale cade perché non li sentiamo più alieni.

La divisione in tribù è un atteggiamento istintivo; atteggiamento che dovrebbe però essere digerito dalla cultura. L’identità nella quale ognuno di noi cresce e che alimenta è anche la normale conseguenza dell’interazione (o non-interazione) con le persone che abbiamo attorno ogni giorno. Da individualista metodologico di ferro, riconosco questo processo come inevitabile e riconosco che più ci si allontana dal luogo di residenza più le differenze tra i nostri vicini e noi si diluiscono in confronto alle differenze tra noi e i lontani. Tuttavia, come il mio caso giapponese insegna, l’individuo è, appunto, prima di tutto individuo unico e relegarlo in pregiudizi schematici è semplicemente sbagliato. Fare battute sui cliché dei popoli può essere divertente (a volte lo faccio anche io, lo ammetto), lo è meno però quando diventa la base di una piattaforma politica che raccoglie milioni di voti e il cui messaggio è l’esasperazione del tribalismo.

L’identità che ognuno di noi si costruisce nel corso della propria vita è soprattutto la conseguenza di scelte personali, di chi vogliamo essere. Io sono io e sono quello che sono grazie agli stimoli che ho ricevuto dall’esterno e alle mie scelte. Probabilmente tra dieci anni sarò diverso, come ero diverso dieci anni fa rispetto ad adesso. L’identità non è fissa e non è predeterminata.

Vallo a spiegare agli altri.

Uscire dalla logica collettivista della tribù è uno sforzo immenso, è così difficile perché tutto rema contro. Ogni giorno il noi vs loro ci viene sbattuto in faccia continuamente da, per esempio, le tv, i giornali e i politici. Le narrazioni che tirano di più sono quelle che presentano diverse tribù che lottano tra di loro per la sopravvivenza e l’accaparramento delle risorse per vivere; un mors tua vita mea continuo: sembra di non essere ancora usciti dall’età della pietra e dall’economia di sussistenza. La narrazione tribalista ha anche, ahimè, il vantaggio di essere molto semplice e intuitiva, anche se l’intuitività che presenta è sbagliata e non regge alla prova dei fatti. È così semplice raccogliere consensi o sentirsi protetti e al sicuro con un noi che elimina l’io. Questa continua opera di svilimento dell’individuo, della sua storia e della sua unicità è uno spreco incredibile. L’identità di una persona è una faccenda molto complessa perché l’individuo è complesso.

Se è irrealistico pensare che da un momento all’altro la tribù magicamente scompaia dalla mente delle persone facendo sbocciare l’individuo, è però utile non alimentare, partendo dal nostro piccolo quotidiano, le narrazioni tribaliste. Più individuo e meno collettivo, sempre.

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