L’ordine divino

Lunedì sono andato al cinema a vedere un bel film svizzero che parla del periodo subito precedente alla votazione sul diritto di voto alle donne, questo:

Sinceramente non so come possiate vederlo voi, è un peccato perché è un bel film con delle bravi attrici e una brava regia. Magari, non so, la butto lì, provate a infrangere la legge.

Mi è piaciuto soprattutto perché riesce a trasmettere il senso di impotenza delle donne svizzere all’epoca. La protagonista, da una situazione iniziale nella quale crede di essere “libera”, piano piano si accorge che in realtà lei e tutte le donne svizzere sono trattate come bambini. Oltre a non poter votare, non possono per esempio lavorare senza il consenso del marito o le decisioni importanti sui figli sono prese solo dal marito (basta solo la sua firma).

Una cosa che scandalizza sempre le persone quando ne vengono a conoscenza è che nella civilissima e avanzatissima Svizzera le donne abbiano ottenuto il diritto di voto a livello federale solo nel 1971. No, non nel 1871, proprio nel 1971 (MILLENOVECENTOSETTANTUNO). A pensarci viene il capogiro. Nel 1971 la sonda Mariner 9 raggiunge Marte e in Svizzera le donne ottengono il diritto di voto nelle elezioni federali*. La faccenda però a mio modo di vedere è più complicata e, paradossalmente, se vogliamo trovare il bicchiere mezzo pieno in questa sacca di medioevo, mostra degli aspetti positivi della società svizzera.

In altri stati si cerca di plasmare dall’alto la società promulgando leggi migliorative, leggi che secondo il legislatore migliorano il popolo. Si fanno grandi proclami scritti nelle leggi e si pensa che, di conseguenza, la società si conformerà a questi valori.

La Svizzera invece è sempre stata bottom-up ed è tendenzialmente restìa al cambiamento perché sono i suoi cittadini che attuano i cambiamenti; tutti i suoi cittadini e non i parlamentari a Berna. Quando nel 1971 le donne hanno ottenuto il diritto di voto a livello federale questo ha significato che la società svizzera nel suo complesso era davvero convinta che uomini e donne fossero uguali. È stato un processo lunghissimo, con le solite sacche di conservatorismo estremo nelle campagne, ma nel 1971 si è certificato che i cittadini svizzeri avevano interiorizzato questo fatto. Si può dire lo stesso con altri stati le cui leggi sono magnificamente iperboliche? Non so se sono riuscito a spiegare bene il concetto: la Svizzera è più lenta e più bigotta perché qui più che altrove sono i cittadini ad avere la decisione finale sulle scelte politiche e quindi c’è più corrispondenza tra il vero “comune sentire” e le decisioni politiche. In altri stati invece abbiamo una situazione di governanti “illuminati” che provano a “migliorare” il popolo “bue”; con risultati pratici che si discostano dalla teoria.

Non sto dicendo che la Svizzera sia migliore rispetto ad altri posti: il voto alle donne solo nel 1971 è una vergogna certificata lì a mostrarci l’abisso della tradizione. Voglio però porre l’attenzione, se ce la faccio, nel sistema diverso, non per forza migliore o peggiore. O meglio: a volte con risultati peggiori (tipo questo), a volte con risultati migliori. Da una parte le leggi sono “migliorative” (cioè promulgate per migliorare la società), dall’altra “esplicative” (cioè prendono atto dei cambiamenti della società). Questi due sistemi di pensiero hanno entrambi pregi e difetti. Rendendomi benissimo conto che a volte servono leggi disruptive per correggere palesi ingiustizie e che di conseguenza di quello che pensa il popolo bisogna sciacquarsene le palle, apprezzo tuttavia anche il benefico muro di gomma della democrazia diretta che blocca (e fa anche da prevenzione a) la fantasia perversa del legislatore esaltato e produce stabilità e certezza legislativa.

*Ho parlato di livello federale perché a livello cantonale, grazie al federalismo, la situazione era diversa. In diversi Cantoni le donne potevano già votare prima del 1971 e paradossalmente (e federalisticamente) per esempio nel 1968 Ginevra, una delle città più importanti della Svizzera, aveva già un sindaco donna che però non poteva né candidarsi né votare per le elezioni federali. Questo è il processo bottom-up, dal basso all’alto e non omogeneo e standardizzante.