1916 I Bagliori di Doberdò di Raffaello Campani — La Recensione

“Scrivere è mettere un messaggio in una bottiglia e lanciarla in mare.” Carlos Fuentes

Il discorso di Fuentes ruotava su tutt’altri presupposti, ma è pur vero che affidare oggi un libro alla distribuzione libraria — esiste ancora, certe volte non sembra, vero?-— è un gesto ancora più romantico del fare di un logoro foglio di carta una pergamena e affidarla poi al mare, con una bottiglia come veliero. Se poi ci si affida a una piccola, anche se volenterosa, casa editrice, la tratta sarà ancora più impervia e la storia rischierà di incappare in una mortifera bonaccia, incagliata in quella linea d’ombra che separa la possibilità di arrivare a un ipotetico lettore, dall'oblio.

Fortunatamente, grazie a un po’ di vetusto ma ancora sano passaparola e consolidate amicizie, la bottiglia di 1916 — I Bagliori di Doberdò è riuscita ad approdare in qualche porto, dando la possibilità a chi vi scrive di apprezzarne il contenuto.

Romantica era l’affermazione di Fuentes, romantico è il dedicarsi ancora, quasi in maniera utopistica, a raccontare qualcosa per mezzo della finzione narrativa, ma romantico è anche indubbiamente l’autore di questo romanzo, il pisanissimo Raffaello Campani, che nasconde dietro una prosa chiara e un andamento narrativo mai tedioso un amore incondizionato verso tutta la letteratura che ha fatto grande la prima parte del nostro novecento.

Trecento come alle Termopili! Peccato però che a sbarrare la porta al barbaro nemico non ci sia Leonida, bensì il Porcelli, il Porcelli, dico, Il Porcelli detto capitan Pancetta!

Attilio, l’ingenuo sognatore con la testa persa nei versi del D’Annunzio, e Torquato, lo scavezzacollo anarchico che la vita non riesce a prenderla in nessun altro modo se non che a testate, amici tra le viuzze del quartiere San Martino, antagonisti con l’uniforme addosso, compagni in trincea.

A fare da sfondo alle luci che illuminano la notte di Doberdò c’è la storia: quella che ha racconta la rocambolesca offensiva italiana dell’estate 1916, quella che ha il suono delle lingue slave e il sapore stomachevole del rancio giornaliero; ma si tratta appunto dello scenario, perché a recitare il ruolo dei protagonisti sul palcoscenico c’è una schiera di ragazzi chiamati a crescere all'interno di un contesto da cui è stata bandita ogni forma di logica e buon senso.

Era dunque questa la gloria che aveva sognato?

Gli aneliti eroici adolescenziali si infrangono contro l’inesorabile realtà della guerra, che dai più fortunati si accontenta di ricevere in pegno l’innocenza, dalla maggior parte invece pretende la vita.

Campani ci mostra la frammentazione di un sogno, suggestione che la copertina del libro riesce a sintetizzare brillantemente, e l’incapacità della realtà di soddisfare le aspirazioni dell’animo
Incapace a sua volta di abbandonarsi del tutto a questa linea portante — che sia invece una sorta di ribellione narrativa al sopruso del reale? — lo storico, alla sua prima prova come romanziere, recupera la dolcezza e anche, non credo di usare il termine a sproposito, la bellezza che fanno parte della natura umana nelle scene di spontanea intimità tra i protagonisti.
Come delle piccole miniature, i dialoghi tra Attilio e la virginale Ada o i bagordi all'osteria, si rivelano stasi quasi incantate: degli spazi non lordati dall'invadenza della guerra, in cui è ancora possibile mostrare un barlume di empatia nei confronti del prossimo senza subirne le dirette conseguenze.

E allora ecco i canti meticci dei soldati ora compagni di sbronze, in una compagnia che ha le tinte dei gentiluomini di ventura prattiani, ecco il fugace primo fuoco amoroso, descritto in modo fiabesco, tra due semplici ragazzetti.

Si tratta di attimi, schegge di umano in un mondo che umano ha smesso di esserlo — o che forse non lo è mai stato? — ma è proprio in quegli attimi che si può scorgere l’uomo dietro le pagine della storia.

Fu un attimo. Ma un attimo tenace nel resistere al tempo che passa.
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